La macchina del vento Book Cover La macchina del vento
Wu Ming 1
Fiction storica
Einaudi
2019
cartaceo, ebook
335

Wu Ming 1 arriva con un nuovo libro e, come sempre, il risultato è al di sopra delle aspettative

Vuoi sapere dove Mussolini aveva mandato i suoi avversari in villeggiatura (come ha detto Berlusconi nella più squallida delle sue infelici battute)? Vuoi sapere perché Sandro Pertini è stato il Presidente della Repubblica più amato e perché mai ce ne sarà uno come lui? Vuoi sapere chi, fra gli dèi dell’Olimpo, parteggiava per i fascisti e chi per gli oppositori del regime? E, soprattutto, vuoi scoprire il mistero della scomparsa di Ettore Majorana? Leggi La macchina del vento di Wu Ming 1, edizioni Einaudi. Saranno 18 euro e mezzo spesi bene.

Per i pochi che ancora non lo sanno, “Wu Ming”, in cinese, significa “senza nome” oppure “cinque nomi” a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba, e cinque sono i membri di questo collettivo di scrittori emiliani che ha pubblicato i libri più interessanti degli ultimi anni, a partire da Q, del 1999, quando ancora si chiamavano Luther Blisset, che per me rimane il loro lavoro migliore, fino a questo ultimo La macchina del vento, scritto dal solo Wu Ming 1.

Wu Ming, emuli di Walter Scott, Dumas padre e Manzoni, scrivono essenzialmente romanzi storici

La macchina del vento è ambientato a Ventotene, dove gli avversari del regime “erano in vacanza”, come, appunto, barzellettava Berlusconi. Il narratore è Erminio Squarzini, un socialista, che viene intervistato, ormai vecchio, da un ragazzo che sta facendo una tesi proprio su di lui. Dopo essere stato arrestato e imprigionato, Ermino viene sbattuto a Ventotene, dove erano state confinate le migliori menti italiane. Un giorno sull’isola arriva Giacomo Pontecorboli, un fisico romano, allievo di Fermi, quindi uno dei “ragazzi di via Panisperna”, che ha inventato una macchina del tempo, ma non ha avuto il tempo di collaudarla. Giacomo è incredibilmente prostrato dal viaggio e Erminio, istintivamente, lo soccorre e gli fa da Virgilio nell’isola del vento. I personaggi del romanzo sono, ovviamente, di due tipi: quelli storici, come Spinelli, Colorni e Rossi, autori del noto Manifesto di Ventotene, la prima idea di un’Europa federata; poi Terracini, Longo, Di Vittorio, Curiel, Camilla Ravera e il già citato Sandro Pertini, coraggioso, umano, coerente, talmente autorevole che i fascisti non potevano fare a meno di rispettarlo. Erminio e Giacomo sono, invece, personaggi di fantasia. Erminio, prima di essere catturato, era uno studente universitario di lettere classiche a Bologna. Proprio quando è in procinto di iniziare la sua tesi viene arrestato per la sua attività di socialista. Soffermiamoci sulla tesi di Erminio, primo perché sarebbe, effettivamente, una tesi interessante, secondo perché… ve ne accorgerete da soli. La parola a Erminio: “Volevo mostrare come, nel mito greco, i mari d’Italia siano sempre spazi aperti e illimitati, e solcarli sia occasione di incontri inattesi e sorprendenti tra popoli diversi e razze umane, tra uomini e divinità, tra uomini, animali e mostri. Incontri che spesso avvengono nel segno del conflitto aperto, ma più spesso nel segno di un conflitto ambiguo, intriso di seduzione, o nel segno dell’accoglienza, dell’apertura al mescolarsi, anche all’erotismo… Volevo anche sottolineare che in molti di quei miti l’incontro via mare è occasione di rapporti sessuali non solo tra diversi popoli, ma tra umani e non umani, rapporti che generano sempre nuove ibridazioni. Ecco qual era l’impianto della mia tesi“.

Come oggi una tesi del genere farebbe inorridire un illustre letterato sovranista, ammesso che ve ne siano, nel 1937 fece inorridire il filologo Goffredo Coppola, altro personaggio veramente esistito, che fu arrestato e giustiziato assieme a Mussolini. Ma non è questo il motivo che manda in carcere Erminio; semplicemente faceva propaganda per il Partito Socialista che, nel ventennio, era stato messo fuori legge. Avendo una formazione classica e appassionato di mitologia greca, per non impazzire, Erminio, sull’isola, si costruisce una propria mitologia dove gli dèi greci hanno parte nei tristi fatti italiani, più o meno come nell’Iliade. Poseidone e Ares, ovviamente, sono fascisti, mentre tutti gli altri dèi parteggiano per i resistenti, soprattutto la dea della guerra per giusta causa (in altre parole delle rivoluzioni), ossia Athena, e Hermes, il dio dai piedi alati, che si mescolano ai confinati sotto falsa identità. Efesto, da buon metalmeccanico, è comunista ortodosso, per cui se ne sta, a malincuore, fuori dai giochi, visto che l’Unione Sovietica era, al momento, neutrale a seguito del patto Molotov – Ribbentrop.

L’altro personaggio fondamentale è Giacomo. Perso nei suoi calcoli e nei suoi tentativi per ricostruire la macchina del tempo, capisce alla fine che è l’isola stessa la macchina del tempo, dove Crono ha commesso un errore e il tempo va più velocemente e chi sta sull’isola riesce a percepire il futuro.

Il terzo in ordine d’importanza fra i personaggi è Pertini, al quale ci si rivolge per avere certezze, in una situazione che è incerta e disperata. Di solito i personaggi troppo perfettini non stanno molto simpatici. Pertini fa eccezione.

Non si tratta di un giallo e si sa che è andata a finire bene, la trama quindi la sanno tutti, perciò non ci soffermeremo troppo su quanto accade. Ci interessano altre cose.

Il progetto di scrivere questo libro, Wu Ming 1 lo sta accarezzando da ben 14 anni. Cosa ha determinato, dunque, il passaggio dal brogliaccio alla stesura e pubblicazione di La macchina del vento? Il 2019 è il sessantesimo anniversario del trattato di Roma, ma escludo che Wu Ming 1 mirasse a un intento celebrativo neppure del mitico Manifesto di Ventotene, visto che, in poco più di quattro pagine, filtrato attraverso il punto di vista di Erminio, ne fa un’analisi non proprio entusiasta e condivisibile. Forse è perché la storia rischia di ripetersi e è bene mettere in guardia chi sta vivendo questa nuova fase storica. Karl Marx scrisse che la storia si ripete due volte; la prima come tragedia, la seconda come farsa. Ai nostri nonni è toccata la tragedia, a noi la farsa. Apparentemente Marx ha ragione, assistiamo ogni giorno a buffonate di ogni ordine: abbigliamenti, dichiarazioni, concorsi, ecc. però, mi duole dissentire dall’illustre filosofo: anche questa volta ci sono parecchi elementi di tragedia a partire dalla gente che sta morendo in mare o nei campi libici, da quelli perseguitati per aver espresso la propria opinione, dal ritorno massiccio di un credo politico che la Costituzione e ben due leggi dello stato italiano dichiarano senza ombra di dubbio fuori legge. Per enunciare un assunto molto di moda negli ultimi anni, Marx aveva sbagliato. Per nostra fortuna c’è ancora modo di far rispettare la legge, ma al Salone Internazionale del Libro di Torino solo per un pelo non abbiamo dovuto tollerare la presenza della famigerata casa editrice Altaforte, di chiara ispirazione fascista. E sono stati proprio Wu Ming ad annunciare, per primi, che non avrebbero partecipato al Salone assieme a una casa editrice fascista. Quindi bene ha fatto Wu Ming 1 a ricordare di che pasta sono fatti i fascisti, tante volte a qualcuno venisse la nostalgia del bel tempo andato.

Lo so, sarebbe ora di concludere, ma mi rincresce dover abbandonare un libro che non è solo una bella storia. Quindi torniamo a Marx, alla storia e alla farsa. È molto facile criticare Marx o Freud e dire che hanno sbagliato, perché oggi non è più così. Ma loro scrivevano più di un secolo fa, quando il mondo era tutt’altra cosa. Marx non ha vissuto l’epoca dei totalitarismi, ma credo che coi suoi parametri li avrebbe già considerati farse. A parte il duce che era il classico dittatore da operetta negli atteggiamenti, nell’abbigliamento, nell’oratoria; anche i ben più seri nazisti non scherzavano: guardate il passo dell’oca

e ditemi se non se la gioca coi silly walks dei Monty Python

Eppure questi due regimi ridicoli hanno massacrato milioni di persone. Quanto a Stalin, credo che Marx lo avrebbe preso volentieri a ceffoni perché, oltre a non aver capito un tubo, lo faceva anche passare male; ma più che ridicolo, lo avrebbe giudicato atroce.

Gli dèi

Avrei preferito una loro presenza più invasiva, proprio come nell’Iliade, ma era ovvio che non sarebbe stato possibile, a meno di non modificare radicalmente l’impianto della storia. Di fatto gli dèi stanno solo nella fantasia di Erminio che, di tanto in tanto, si meraviglia da solo di alcune incredibili coincidenze. Mi hanno ricordato un po’ i personaggi della mitologia celtica in Sogno di un mattino di mezzo inverno di Hugo Pratt. Anche Corto non saprà se le avventure vissute assieme a Puck, Morgana e Merlino fossero reali o se sono state solo un sogno.

I personaggi reali

Sono quelli che mi sono piaciuti di più. Anche perché non sono il cardinale Carafa, Robespierre e tutti gli altri personaggi storici che hanno ormai la loro patina di muffa. Sono persone delle quali si possono vedere foto, filmati, che i nostri genitori ricordano ancora, che sono, diciamo, familiari e, allo stesso tempo, una sorta di mito della nazione. Sicuramente Wu Ming 1 li ha piegati al romanzo e chissà se veramente Altiero Spinelli, padre dell’Europa unita, riparasse orologi e allevasse galline o se Pertini, futuro Presidente della Repubblica, si occupasse personalmente della ricetta del ciupín. L’idea ci può far sorridere, ma è estremamente probabile. Nel loro caso si trattava di sopravvivere e far sopravvivere i compagni in una condizione di estremo bisogno, quindi le cose pratiche avevano la priorità.

I cattivi

I cattivi hanno i loro cliché e i cattivi di questo romanzo non sfuggono alla regola. Il cliché dei cattivi dei regimi totalitari è che sono permalosi. Facciamo un esempio: Andreotti lo prendevano in giro, lo disegnavano con la gobba e con le orecchie da vampiro, ci facevano barzellette, ma lui non ci badava, perché eravamo già in democrazia e in democrazia si possono esprimere opinioni che non necessariamente collimano con quelle della parte politica dominante. Andreotti, poi, era una persona discutibile, ma spiritosa, capace che ci rideva anche lui. Mussolini era un dittatore e raccontare una barzelletta sul duce poteva costare il confino. Non è un’iperbole, era la prassi. Detto così sembra che Andreotti fosse spiritoso e Mussolini permaloso; in realtà i regimi dittatoriali, non avendo consenso, hanno bisogno di curare l’immagine in maniera maniacale. Perciò non tollerano alcun tipo di dissenso: barzellette, scritte sui muri o altrove, satira, ecc. per loro il noto adagio di Oscar Wilde che non importa come, basta che se ne parli, non vale, soprattutto se vengono messi in ridicolo.

Per concludere,

leggete con attenzione La macchina del vento e, soprattutto, pensateci su. Tutto quello che ti può fare venire in mente questo libro può aiutare a non perdere ancora una volta la democrazia.

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