Black Phone nasce da un racconto breve di Joe Hill, non da un romanzo di Stephen King. La curiosità è tornata a circolare dopo la trasmissione del film su Rai 4, avvenuta il 22 luglio 2026 alle 21:20: dietro il thriller soprannaturale con Ethan Hawke e Mason Thames c’è infatti una storia pubblicata nel 2004 e firmata dal figlio di Stephen e Tabitha King. Una parentela importante, ma anche un’etichetta dalla quale Hill ha cercato consapevolmente di prendere le distanze fin dall’inizio della propria carriera.
Black Phone è tratto da un racconto, non da un romanzo

La storia originale si intitola The Black Phone e apparve per la prima volta nel 2004. Venne poi inserita in 20th Century Ghosts, la raccolta d’esordio con cui Joe Hill si impose nella narrativa fantastica e horror. In Italia il volume era inizialmente conosciuto con il titolo Ghosts, ma nel 2022 è stato ripubblicato da Sperling & Kupfer come Black Phone. Mai parlare con gli sconosciuti, sfruttando l’arrivo dell’adattamento cinematografico.
Il libro non contiene quindi una storia lunga interamente dedicata a Finney e al Rapace. Black Phone è uno dei quindici racconti raccolti nell’edizione italiana, insieme a testi che attraversano horror, fantastico, malinconia, adolescenza e umorismo nero. La scheda ufficiale dell’edizione Sperling & Kupfer indica 400 pagine, pubblicazione nel 2022 e prezzo di copertina di 21,90 euro.
La trama del racconto originale senza spoiler
Il protagonista è Finney, un tredicenne rapito da un uomo che da tempo fa scomparire i ragazzi della zona. Il giovane si risveglia in un seminterrato chiuso, spoglio e segnato dalla presenza delle vittime che lo hanno preceduto. Sulla parete è appeso un vecchio telefono nero scollegato: non dovrebbe funzionare, ma durante la prigionia comincia a squillare.
Dall’altra parte della linea Finney sente le voci dei ragazzi uccisi dal suo sequestratore. Ognuno prova ad aiutarlo attraverso ricordi, avvertimenti e suggerimenti incompleti. Il cuore della storia non è soltanto il mistero soprannaturale, ma la trasformazione di un adolescente impaurito che deve imparare ad ascoltare, osservare e usare ciò che gli altri hanno lasciato.
Hill costruisce la tensione con pochi elementi: una stanza, un rapitore, un telefono e la sensazione che il tempo stia finendo. La brevità rende il racconto più asciutto del film, ma contiene già tutte le idee fondamentali dell’adattamento: l’isolamento, le telefonate impossibili, la solidarietà tra le vittime e la possibilità di trasformare la paura in uno strumento di resistenza.
Cosa cambia tra il racconto e il film di Scott Derrickson
Il film diretto da Scott Derrickson e scritto con C. Robert Cargill conserva il nucleo della storia, ma deve ampliarlo per sostenere la durata di un lungometraggio. Joe Hill ha spiegato che quasi tutto ciò che compare nel racconto è presente anche sullo schermo: le differenze più importanti derivano soprattutto dall’aggiunta di personaggi, vittime e situazioni esterne al seminterrato.
Il ruolo della sorella di Finney, la situazione familiare e il contesto violento dell’infanzia ricevono molto più spazio. Le telefonate diventano inoltre una sequenza maggiormente strutturata, nella quale ogni ragazzo fornisce un tassello diverso. Il racconto è più concentrato sulla prigionia e sul rapporto tra Finney e il sequestratore, mentre il film allarga il mondo circostante e costruisce una ricerca parallela.
Cambia anche un dettaglio del Rapace. Nel testo l’uomo si presenta come un clown part-time; nel film diventa un aspirante prestigiatore. La modifica serviva a evitare un confronto troppo immediato con Pennywise e con It. Nonostante questa scelta, l’antagonista mantiene nel film molte battute, comportamenti e caratteristiche già presenti nella versione scritta.
Chi è Joe Hill, il figlio che non voleva chiamarsi King
Joe Hill è lo pseudonimo di Joseph Hillström King, nato nel 1972 da due scrittori: Stephen King e Tabitha King. La madre non è quindi soltanto la moglie del celebre autore di It, ma una romanziera con una propria carriera. Quando iniziò a pubblicare, Hill abbreviò il secondo nome e rinunciò al cognome King per evitare che editori e lettori lo giudicassero attraverso la fama familiare.
Per circa un decennio riuscì a mantenere riservata la propria identità, inviando racconti e manoscritti senza utilizzare il legame con il padre come strumento promozionale. La parentela divenne pubblica quando aveva già ottenuto riconoscimenti con la narrativa breve e pubblicato 20th Century Ghosts. Il suo obiettivo non era negare la famiglia, ma dimostrare di poter costruire un’identità autonoma.
Il confronto con Stephen King rimane inevitabile, soprattutto quando entrambi raccontano adolescenti, cittadine americane, violenza familiare e presenze soprannaturali. Hill possiede però un ritmo spesso più compatto, un immaginario influenzato dai fumetti e una particolare attenzione per oggetti quotidiani trasformati in porte verso l’impossibile. Chi desidera approfondire la figura del padre può recuperare il nostro profilo su vita e opere di Stephen King.
Joe Hill oltre Black Phone: i libri e i fumetti da conoscere
La carriera di Hill non si limita alla storia di Finney. Il primo romanzo, Heart-Shaped Box, racconta di una rockstar che acquista online il fantasma di un morto. Horns, adattato al cinema con Daniel Radcliffe, segue invece un uomo accusato dell’omicidio della fidanzata che si risveglia con due corna e uno strano potere sulle confessioni altrui.
NOS4A2 combina vampirismo, viaggi impossibili e un luogo natalizio trasformato in incubo, mentre The Fireman immagina un’epidemia capace di incendiare le persone. Hill è inoltre il creatore, insieme al disegnatore Gabriel Rodríguez, di Locke & Key, serie a fumetti premiata con l’Eisner Award e successivamente adattata da Netflix.
Queste opere mostrano un autore interessato a più forme narrative: romanzi, racconti, fumetti e sceneggiature. Sul sito ufficiale di Joe Hill sono raccolti i principali titoli, gli adattamenti e gli aggiornamenti sulla sua produzione. Il cognome del padre può attirare inizialmente l’attenzione, ma la varietà della bibliografia spiega perché Hill sia diventato una delle voci riconoscibili dell’horror contemporaneo.
Vale la pena leggere Black Phone dopo aver visto il film?
Il racconto merita la lettura proprio perché non coincide completamente con il film. È più breve, claustrofobico e diretto: elimina gran parte di ciò che avviene fuori dalla cantina e concentra l’attenzione sulla mente di Finney, sui silenzi del rapitore e sull’incertezza provocata dalle telefonate. Conoscere già il finale non annulla la tensione, perché la forza del testo risiede soprattutto nel modo in cui Hill costruisce la paura.
L’edizione italiana permette inoltre di scoprire altri quattordici racconti e di capire che Joe Hill non scrive soltanto storie di serial killer. La raccolta alterna fantasmi, mostri, cinema, famiglie in crisi e ragazzi costretti a confrontarsi con adulti incapaci di proteggerli. Black Phone rappresenta quindi un buon ingresso nel suo immaginario, ma non necessariamente il racconto più completo o sorprendente del volume.
Il passaggio dalla pagina allo schermo può essere confrontato con altri casi affrontati nella nostra rubrica Libri e Cinema, come l’analisi delle differenze tra Nightbooks e il suo adattamento. Nel caso di Black Phone, il film amplia senza cancellare: la lettura consente di ritrovare il nucleo essenziale della storia e, allo stesso tempo, di incontrare un autore che ha lavorato a lungo per non essere conosciuto soltanto come il figlio di Stephen King.