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Sogni di carta: Intervista a Piero Armenti de Il mio viaggio a New York

Intervista a Piero Armenti, l'Urban Explorer di New York più cliccato del web

Piero Armenti

Hai mai sentito parlare de Il mio viaggio a New York?

Si tratta di una pagina Facebook, gestita da un ragazzo italiano, che racconta come in una sorta di diario, attraverso video, fotografie e recensioni, la sua esperienza di vita nella grande mela. Dietro questa geniale idea c’è Piero Armenti, quaranta anni, originario di Salerno, che con un grande spirito di iniziativa ha intuito che la sua esperienza alla scoperta di New York poteva essere d’aiuto per tutti noi italiani che ci approcciamo a partire verso questa città che non dorme mai, come citava la famosa canzone di Frank Sinatra.

Personalmente ho scoperto questa pagina Facebook ad agosto, qualche settimana prima del mio viaggio nella città della statua della libertà, imbeccato da un amico che mi ha suggerito di seguire Piero per scoprire qualche posto dove andare a mangiare, o semplicemente da visitare, che andasse al di là delle normali guide turistiche. Immagino che proprio con questo spirito e con questo obiettivo, a Novembre, è uscito un libro edito da  Newton Compton Editore che porta il titolo della pagina Facebook, Il mio viaggio a New York che nel frattempo è diventato anche un tour operator di successo con sede a Manhattan, a dimostrazione del grande spirito imprenditoriale che contraddistingue il ragazzo campano.

Se anche tu sei uno dei suoi milioni di followers saprai benissimo di cosa e di chi ti sto parlando e saprai benissimo riconoscere il suo slogan Amici del mio viaggio a New Yooork, frase con cui apre tutte le dirette che idealmente ci catapultano in qualche angolo di questa meravigliosa città. Se invece non hai mai sentito parlare di Piero, ecco la tua occasione per conoscerlo e per andare a cercarlo sul web: se ami New York seguire questo ragazzo è un ottimo palliativo contro la nostalgia, o almeno, per me lo è eccome.

Ho avuto infatti la fortuna di fargli una intervista, ovviamente vista l’uscita del libro, requisito fondamentale per trovare collocazione qui in libri.iCrew.

Buona lettura:

Ciao Piero, e grazie della disponibilità, intanto ci racconti un po’ chi sei e quando hai deciso di partire da Salerno per trasferirti a New York?

Nel 2011, avevo trentuno anni e poche certezze su cosa combinare nella mia vita. Non c’era possibilità di fare una carriera accademica in Italia, se non con grandi sforzi, lunghe attese, e molta povertà. Non riuscivo ad entrare in nessuna redazione italiana, in parte per la crisi dell’editoria. Questa è stata la condizione perfetta per decidere di mollare tutto, e provare l’avventura a New York. Così ho fatto io. Sono partito all’avventura.

Oggi tutto il tuo lavoro ruota intorno alla grande mela, perché proprio New York?

New York è una città molto amata, soprattutto dagli italiani. È un simbolo di libertà e di grandezza, ha un’economia dinamica dove ognuno può trovare la propria collocazione. Certo bisogna adattarsi, fare di tutto, all’inizio devi stringere i denti e pensare che nel futuro verrai ripagato. Ma se resisti, qualcosa di buono prima o poi accade.

Per fare quello che hai fatto tu serve una mente brillante. Come hai capito che Facebook era la strada per il successo? È iniziato per gioco o avevi già le idee ben chiare?

Non è iniziato per gioco, ma neanche posso dire di aver programmato tutto. Penso che il mio vantaggio sia stato quello di aver capito le potenzialità dei social media. Non li ho mai visti come luogo per rimanere in contatto con gli amici, ma come mezzo di comunicazione di massa, come una TV, una radio, un quotidiano. Nel momento in cui capisci questo cambia il tuo modo di porti sui social. Puoi usarli come svago, ma anche come grande strumento di comunicazione. E se sei bravo, puoi convertirli in una tua impresa. L’abilità che bisogna avere è quella del surfista, non importa dove ti porta l’onda, importa che tu quell’onda la stai cavalcando. Questo sono i social, non sappiamo dove stiamo andando, ma dobbiamo saperli usare.

Il mio viaggio a New York

Ora è uscito il tuo libro che porta il titolo della tua pagina IL MIO VIAGGIO A NEW YORK, è una guida turistica o racconti anche la tua esperienza?

È una guida moderna, nel senso che abbiamo tenuto conto di come si viaggia oggi, cioè avendo accesso ad una quantità mostruosa di immagini e informazioni. Allora non abbiamo messo le foto, così da non appesantire il libro, tanto quelle sono su google. Quel che abbiamo fatto è un’opera di sintesi, cioè in questo mare d’informazioni ti aiutiamo a sintetizzare. Per esempio, vuoi mangiare un bagel, noi ti suggeriamo solo due o tre posti. Ce ne sono mille. Noi ti semplifichiamo la vita. Vuoi visitare Soho, noi ti diciamo quel che conta. Il valore della guida non è dato da ciò che c’è dentro, ma da ciò che non c’è, nella selezione che abbiamo fatto. Trenta anni fa era diverso. Un viaggiatore del 1989, durante un viaggio, aveva solo la guida a disposizione, quindi per esser valida doveva essere corposa, il più possibile completa, e piena di foto. Perché se vedevi un palazzo, e non lo trovavi nella guida, non avresti saputo nulla di quel palazzo. Oggi vai su google e sai ogni cosa.

Quanto tempo ci hai impiegato a completarlo?

Poco perché tutte le informazioni le avevo raccolte negli anni. Diciamo che la parte a cui tengo di più è quella iniziale dove cerco di spiegare per quale ragione New York è unica e faccio un’analisi storica della città, vista attraverso il cinema, la letteratura, la musica e l’arte. Una maniera di raccontarla.

E’ rivolto solo a chi sarà un turista o è una buona lettura anche per chi vuole saperne di più sulla grande mela. Magari con consigli per un trasferimento definitivo?

Il libro è stato acquistato da tutti, da turisti, da sognatori, da chi vuole trasferirsi a New York. Leggerlo penso sia una maniera per avvicinarsi alla città, assaporarla, a capire se fa per noi o no. Non si tratta di un libro su come trasferirsi a New York, perché per quello non serve un libro ma giusto due parole: “Abbi il coraggio di rischiare”.  Nei primi tre mesi le vendite sono state pazzesche, al punto di diventare un bestseller. E sono anche felice delle recensioni su Amazon.

Perché un libro? Non è già abbastanza completo il lavoro che fai con i social, oltre che essere più immediato?

Sono cose diverse, il libro non entra in competizione coi social, ma diventa il completamento di quella mia personale narrazione di New York che avviene principalmente coi social. A questo aggiungerei che mi aiuta ad intercettare un pubblico che su Facebook o Instagram magari non c’è. A volte lo dimentichiamo, ma tante persone sui social non ci sono, soprattutto le persone di una certa età. Infine serve a dare autorevolezza al mio tour operator, che è a New York: www.ilmioviaggioanewyork.com

Te lo chiedo perché noi di libri.iCrew stiamo da qualche tempo cercando di capire che ruolo giocano i social nella diffusione dei libri. Hai una idea a riguardo?

Li ritengo fondamentali, per la ragione di cui parlavamo all’inizio. I social sono uno strumento di comunicazione di massa, quindi servono a veicolare un messaggio. Se hai creato una community, stai sicuro che questa community ti seguirà e acquisterà il tuo libro.

Ti sei fatto una idea e se sì, sai indicarci, se gli americani sono dei buoni lettori? Cosa leggono?

L’offerta editoriale è vasta negli Stati Uniti, il pubblico è molecolare, al punto che non saprei darti una visione d’insieme dei lettori americani. Trovi davvero libri su tutto, e funzionano le piccole librerie di quartiere, che diventano il luogo di svago preferito. 

Tornando a New York, qual è il tuo luogo preferito? Io, per esempio, sono rimasto stregato dal nuovo quartiere di Hudson Yards e dal Vessel, ma anche da Harlem. E’ davvero una città in cui sembra di essere in tante città diverse.

Hai citato due luoghi che amo. Harlem è il luogo comunitario, dove trovi la New York reale, con le sue difficoltà e la sua urgenza di guadagnare la pagnotta. Hudson Yard è la città utopica, dei ricchi, dove tutto è bello, trasparente, dove i problemi della quotidianità vengono rimossi. Hudson Yards con i suoi grattacieli, ristoranti di lusso, e centri commerciali ad alcuni sembra un incubo distopico, per altri il paradiso terrestre realizzato.

Quali sono le principali differenze tra il vivere in Italia e il vivere a NY?

L’Italia è fatta di piccoli centri, e piccole città. Anche una metropoli come Milano ha una sua dimensione urbana a misura d’uomo. New York, come diceva Le Courbusier, è una bellissima catastrofe. Ti alzi e ti chiedi ogni giorno se ce la farai a domare questa città, se avrai le forze e le energie mentali. Penso che se parliamo di qualità della vita, l’Europa in generale offra delle garanzie in più. Se parliamo però della capacità di sognare, New York ti fa vivere davvero una vita incredibile dove tutto può accadere.

Tornerai un giorno a vivere in Italia?

Non ho progetti sul futuro perché, anche qualora li facessi, verrebbero smentiti. Il futuro è un luogo misterioso in cui verremo sorpresi continuamente.

A proposito di futuro, hai già altre idee o progetti ?

Non conosco la data precisa, ma ad aprile uscirà il mio romanzo americano, con Mondadori. Un libro a cui tengo tanto. Non è biografico, ma c’è tanto della mia esperienza americana.

Concludendo, ci dici in poche parole, perché dovremmo venire tutti almeno una volta nella vita a NY?

La risposta è facile. Venite in questa città con gli occhi di chi cerca un’ultima possibilità nella vita, prima di lasciarsi andare. E guardate come questa metropoli vi rialza, vi riporta in vita. La grandezza di New York è tutta qua: ti dà energia. Ti fa camminare, non ti fermeresti mai.

Ringrazio davvero Piero per la sua pazienza e la sua disponibilità.

Realizzare questa intervista per me è stato un tuffo nei ricordi ancora così freschi della mia esperienza su e giù per New York e le risposte di Piero hanno affondato duri colpi facendo lievitare notevolmente la mia nostalgia per questa capitale del mondo che davvero ha un potere incredibile sull’animo umano.

Bye bye.

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Io ci morirei pur di tornare, peccato che Piero non interessa il Baseball.

ALBERTO NARDECCHIA
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A parte gli scherzi, quando sono stato a N Y – sono passato nell’ufficio di Piero- peccato Lui non c’era

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