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Poesia e vita, vita è poesia: Gli indiani d’America. Quando Toro Seduto cantava alla luna…

Gli indiani d'america
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Quando Toro Seduto cantava alla luna, non sapeva che avrebbe dato vita ad una tradizione poetica in gran parte perduta. Gli Indiani d’America e la loro poesia.

Voglio raccontarti una storia oggi, una storia antica e lontanissima da noi, in tutti i sensi. La storia di un popolo intrisa di dolore e poesia, un racconto pervaso di violenza ed ignoranza, di massacri e ruberie. La storia di un vero e proprio genocidio passato inosservato ed ignorato per molti secoli, su cui a lungo si è taciuto e di cui la nostra “civile civiltà” è responsabile.
Quando il 12 Ottobre 1492, (guarda caso, proprio domani la ricorrenza) un marinaio italiano, tre caravelle e un manipolo di uomini, non tutti propriamente stinchi di santo, approdarono sulle coste vergini, inesplorate e sconosciute di quelle terre che, secondo calcoli errati, dovevano essere Le Indie ma che invece erano quelle che sarebbero diventate, in seguito, il Nuovo Continente. Il grido della vedetta, sull’albero di maestra della Santa Maria, dovette risuonare alle orecchie degli abitanti di quei luoghi incontaminati come un campanello d’allarme, quel Terra, Terra, rimbombò tra valli e monti, tra praterie e fiumi, tra liberi pascoli, capanne e indigeni del luogo che accorsero sulla spiaggia a vedere cosa o chi veniva dal mare. Fu scoperta così l’America o almeno così racconta la storia di tutti i tempi: una scoperta quasi per caso o meglio per errore. Un errore che ha cambiato la storia del mondo, perchè è in questo modo che avvengono le grandi scoperte e le grandi conquiste, per caso o per errore.

Gli indiani d'america

Con il cuore colmo di vita e di amore camminerò./ Felice seguirò la mia strada./ Felice invocherò le grandi nuvole cariche d’acqua./ Felice invocherò la pioggia che placa la sete./ Felice invocherò i germogli sulle piante./ Felice invocherò polline in abbondanza./ Felice invocherò una coperta di rugiada./ Voglio muovermi nella bellezza e nell’armonia./ La bellezza e l’armonia siano davanti a me./ La bellezza e l’armonia siano dietro di me./ La bellezza e l’armonia siano sotto di me./ La bellezza e l’armonia siano sopra di me./ Che la bellezza e l’armonia siano ovunque,/ sul mio cammino./Nella bellezza e nell’armonia tutto si compie. (dal Canto della notte Navajo).

Quel popolo che stupito, sulla spiaggia, in quel famoso giorno, osservava quegli strani esseri umani arrivare dal mare (o erano forse Dei?) su altrettanto stranissime e immense piroghe galleggianti vivevano così, (come hai letto sopra, in quel bellissimo canto) in bellezza e in armonia col Creato, felici della pioggia che disseta, dei nuovi germogli sugli alberi e sulle piante, con il cuore colmo di vita e d’amore, sereni e liberi nei loro giorni di quiete, di caccia al bisonte, di canti e danze la sera, intorno al fuoco. La vita semplice e libera a stretto contatto con i ritmi naturali, le squaw dalle lunghe trecce nere, belle e altere che sapevano leggere presagi tra le nuvole del cielo o fra le scintille del fuoco che illuminava le notti davanti alla teepee (tenda), fatta di pelle di bisonte. Amate e rispettate dai loro uomini, pur se relegate al ruolo di compagne e madri ma degne muse ispiratrici di versi delicati, carichi di dolcezza: Dalla mia casa,/ dalla mia donna,/ bellezza s’irradia e si espande./ Dai quattro angoli della mia casa,/ dal cuore forte della mia compagna,/ bellezza s’irradia,/ ricopre le cose/ con un fascio di luce./ (Bellezza della mia casa)

gli indiani d'america

E che dire degli eroici condottieri mito e leggenda eterni, raccontati in libri e fumetti: Toro Seduto o Aquila Rossa o Cavallo Pazzo o Geronimo o Nuvola Rossa, i grandi e saggi capo-tribù che con intelligenza, temperanza e rispetto guidavano i loro popoli in pace e in guerra ma che nelle notti di luna piena, ascoltavano in silenzio le voci della notte e l’urlo del coyote e sapevano cantare inni di riconoscenza, poesia e spiritualità al Grande Manitu, spirito degli spiriti che tutto governa e sostenta.

Siediti ai bordi dell’aurora,/ per te si leverà il sole./ Siediti ai bordi della notte,/ per te scintilleranno le stelle./ Siediti ai bordi del torrente,/ per te canterà l’usignolo./ Siediti ai bordi del silenzio,/ Dio ti parlerà. (Swami Vivekananda soul – La preghiera del silenzio).

E le grandi lotte fra tribù rivali quando la serenità era minacciata o i territori di caccia non bastavano al sostentamento, il capo adorno di piume, i segni colorati sul viso ad indicare la battaglia, gli archi e le frecce, i cavalli pezzati e la prateria testimone di scontri e cimitero per i morti. Una cultura primitiva, un popolo semplice, una vita regolata dai ritmi naturali che viveva di poesia senza saperlo e, nelle poche tracce rimaste, giunte a noi, conserva bellezza, saggezza e spiritualità che nulla hanno da invidiare alla cultura occidentale.

E non sapevano, non potevano immaginare che l’uomo bianco, arrivato dal mare, con tutto il suo strano e sconcertante mondo potesse portare, assieme a cose mai viste prima di allora, terrore e morte; non sapevano, non potevano immaginare che sarebbero stati depredati delle loro radici e confinati in riserve, simili a campi di raccolta dove morire lentamente, con la fierezza delle origini conservata, a ricordo, nel cuore. Non sapevano che lentamente sarebbero scomparsi o integrati e il loro popolo odiato e dimenticato o peggio, relegato nei film western, dove il ruolo di cattivi-sanguinari ne avrebbe fatto un’icona di male da sconfiggere a suon di tromba, nella cariche di epiche battaglie. Non sapevano che, molti secoli dopo, le loro sconfinate praterie, i boschi, i fiumi avrebbero ceduto il posto al progresso e avrebbero visto città strapiene di cemento e fabbriche dalle ciminiere avvelenate contaminare l’aria e la bellezza, immolate sull’altare del dio denaro. Sai che gli alberi parlano?/ Si parlano. Parlano l’un con l’altro,/ e parlano a te, se li stai ad ascoltare./ Ma gli uomini bianchi non ascoltano./ Non hanno mai pensato/ che valga la pena di ascoltare noi indiani,/ e temo che non ascolteranno nemmeno/ le altri voci della Natura./ Io stesso ho imparato molto dagli alberi:/ talvolta qualcosa sul tempo,/ talvolta qualcosa sugli animali,/ talvolta qualcosa sul Grande Spirito./ (Tatanga Mani).

Forse, chissà, qualcuno aveva intuito, con spirito profetico, come sarebbe finita ma nessuno, probabilmente lo ascoltò e ancora nessuno continua a non ascoltare..

Solo dopo che l’ultimo albero sarà stato abbattuto,/ solo dopo che l’ultimo fiume sarà stato avvelenato,/ solo dopo che l’ultimo pesce sarà stato catturato./ Soltanto allora scoprirai che il denaro non si mangia./ (Profezia degli Indiani Cree).

gli indiani d'america, villaggio

Loro, nativi americani, non lavoravano perchè trovavano nella natura tutto ciò che era utile; educavano i bambini all’ascolto degli anziani per imparare a vivere in armonia con gli uomini e la natura; saggi di un sapere sfuggente a noi occidentali che cerchiamo di compensare con letture, studi e ricerche quella saggezza antica e primitiva che non abbiamo mai conosciuto; loro, nativi americani e la fierezza di uomini liberi massacrati dall’uomo bianco, da guerre, stragi ed eccidi sulle praterie del Nuovo Mondo;  loro che dormono ancora sul letto del Sand Creek, famigerato fiume che accolse vecchi, donne e bambini, in quel barbaro massacro del 29 Novembre 1864, nell’ambito delle tantissime guerre perpetrate degli yankee (cantato anche da Fabrizio De Andrè in un famoso album, L’indiano, dedicato proprio agli Indiani d’America), ancora sanno ricordare a tutti: Non piangere sulla mia tomba: non sono qui./ Non sto dormendo. Io sono mille venti che soffiano./ Sono lo scintillìo del diamante sulla neve./ Sono il sole che brilla sul grano maturo./ Sono la pioggia lieve d’autunno./ Sono il rapido fruscìo degli uccelli che volano in cerchio./ Sono la tenera stella che brilla nella notte./Non piangere sulla mia tomba: io non sono lì./ (Canto degli indiani Navajo).

Avremmo molto da imparare dagli Indiani d’America, se solo ne avessimo tempo, voglia, conoscenza e sensibilità ma probabilmente ci accontentiamo di relegarli ad immagini di folklore esotico appartenente ad un’epoca ormai passata.

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