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Libri distrutti per addestrare l’IA: perché vengono smembrati

Milioni di volumi acquistati, tagliati e scannerizzati: dal caso Anthropic alla nuova battaglia tra intelligenza artificiale ed editoria

Valentina Paradiso 14 ore fa Commenta! 10
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Libri distrutti per addestrare l’IA: non è un’immagine provocatoria inventata per descrivere simbolicamente il rapporto tra tecnologia ed editoria. Milioni di volumi cartacei sono stati realmente acquistati, privati della rilegatura, tagliati e scannerizzati per trasformarli in file digitali utilizzabili nella costruzione di grandi archivi di testi.

Contenuti
Come funziona la scansione distruttiva dei libriProject Panama e i milioni di libri acquistati da AnthropicQuindi distruggere un libro acquistato è legale?Perché le aziende di IA vogliono proprio i libriIl problema dei libri rari e fuori catalogoCopyright e IA: lo scontro con gli editori continuaDal libro all’algoritmo: cosa rischia davvero l’editoria

Il caso più documentato riguarda Anthropic, la società che sviluppa Claude. Documenti giudiziari emersi nella causa Bartz v. Anthropic hanno mostrato come l’azienda abbia acquistato milioni di libri fisici e utilizzato una procedura definita scansione distruttiva: una volta digitalizzato, il volume originale non poteva più tornare su uno scaffale.

La vicenda è tornata al centro dell’attenzione nell’estate 2026, quando la discussione si è allargata dal copyright a un’altra domanda: cosa succede se le aziende dell’IA cominciano ad acquistare e distruggere sistematicamente anche libri rari, fuori catalogo o difficili da reperire?

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Come funziona la scansione distruttiva dei libri

Il procedimento è molto più fisico di quanto si possa immaginare parlando di intelligenza artificiale. Per digitalizzare grandi quantità di libri rapidamente, conservare intatta la rilegatura rappresenta un ostacolo: voltare e fotografare pagina dopo pagina richiede tempo, mentre fogli separati possono essere processati da scanner industriali ad alta velocità.

Nel caso Anthropic, i fornitori incaricati della digitalizzazione rimuovevano quindi la rilegatura, tagliavano le pagine nelle dimensioni necessarie e le passavano negli scanner. La carta veniva successivamente scartata, mentre al suo posto rimaneva una copia digitale ricercabile. È lo stesso procedimento descritto nell’ordine del giudice William Alsup nel caso Bartz v. Anthropic.

L’obiettivo non era realizzare ebook da vendere al pubblico. I file andavano a costituire una grande biblioteca digitale interna dalla quale Anthropic poteva selezionare testi destinati, tra gli altri utilizzi, all’addestramento dei suoi modelli linguistici. È qui che una pratica già conosciuta nel mondo della digitalizzazione assume una dimensione completamente nuova: la scala industriale.

Project Panama e i milioni di libri acquistati da Anthropic

L’operazione è diventata nota attraverso i documenti e le testimonianze emersi nel contenzioso sul copyright e attraverso successive inchieste giornalistiche con il nome di Project Panama. Anthropic avviò il progetto nel 2024 con l’intenzione di costruire rapidamente una vastissima biblioteca di opere cartacee digitalizzate.

Il punto fondamentale è distinguere due modalità attraverso le quali Anthropic aveva ottenuto i libri. Da una parte c’erano milioni di copie digitali provenienti da biblioteche pirata; dall’altra milioni di copie cartacee regolarmente acquistate e successivamente trasformate in file tramite scansione distruttiva.

Questa distinzione ha avuto conseguenze decisive anche in tribunale. Nel giugno 2025 il giudice Alsup ha ritenuto fair use, nelle specifiche circostanze esaminate, sia l’impiego dei libri nell’addestramento dei modelli sia la conversione da cartaceo a digitale delle copie legittimamente comprate. Non ha invece concesso ad Anthropic una protezione equivalente per le copie che erano state scaricate inizialmente da fonti pirata.

Quindi distruggere un libro acquistato è legale?

È qui che il caso diventa meno intuitivo. Negli Stati Uniti chi acquista legalmente una copia fisica di un libro può generalmente disporre di quella specifica copia: può conservarla, rivenderla, regalarla o anche distruggerla. Nel caso Anthropic, il tribunale ha inoltre considerato la sostituzione della copia cartacea con quella digitale una trasformazione del formato che, sulla base dei fatti esaminati, rientrava nel fair use.

Questo non significa però che qualsiasi utilizzo di qualsiasi libro per addestrare un’intelligenza artificiale sia automaticamente legittimo. La provenienza del materiale, il tipo di copia realizzata, l’utilizzo successivo e la normativa applicabile possono cambiare completamente il quadro.

La causa Anthropic lo dimostra bene. Nel luglio 2026 un giudice ha dato approvazione definitiva a un accordo da 1,5 miliardi di dollari relativo alle opere ottenute da fonti pirata. Il caso della scansione dei libri acquistati e quello delle biblioteche digitali illegali sono quindi collegati dalla stessa necessità di dati, ma non sono giuridicamente la stessa cosa.

Perché le aziende di IA vogliono proprio i libri

Internet contiene una quantità immensa di testo, ma quantità e qualità non coincidono. I libri rappresentano materiale particolarmente prezioso per chi costruisce modelli linguistici perché contengono testi lunghi, strutturati, revisionati e capaci di coprire registri linguistici e argomenti estremamente diversi.

Esiste inoltre una parte enorme della produzione editoriale che non è disponibile liberamente online. Vecchi saggi, manuali, opere fuori catalogo, pubblicazioni locali o libri usciti molto prima dell’era digitale possono esistere soltanto in formato fisico o essere reperibili attraverso pochi esemplari.

È proprio questo valore del libro come fonte di conoscenza a rendere il fenomeno particolarmente delicato. Su libri.iCrewPlay avevamo già analizzato più in generale l’uso dell’intelligenza artificiale nel mondo editoriale, ma la scansione distruttiva introduce un problema differente: non riguarda soltanto ciò che l’IA può produrre, bensì il materiale culturale necessario per costruirla.

Il problema dei libri rari e fuori catalogo

Se viene distrutta una copia recente di un bestseller stampato in centinaia di migliaia di esemplari, dal punto di vista della conservazione culturale l’impatto è minimo. La situazione cambia quando la stessa procedura riguarda libri rari, edizioni non più ristampate o opere disponibili sul mercato dell’usato in pochissime copie.

Nell’estate 2026 librai, archivisti e associazioni hanno iniziato a sollevare proprio questo problema. L’interesse delle aziende tecnologiche verso grandi quantità di libri difficili da reperire potrebbe sottrarre definitivamente alcune copie alla circolazione. Il paradosso è evidente: un volume viene preservato come dato digitale privato, ma contemporaneamente può scomparire come oggetto accessibile a lettori, biblioteche, ricercatori e collezionisti.

Il 21 agosto più di una dozzina di organizzazioni statunitensi hanno chiesto alla Federal Trade Commission di indagare sulle pratiche di acquisto e distruzione dei libri da parte dell’industria dell’IA. La richiesta non riguarda soltanto il patrimonio culturale: le associazioni sostengono che acquistare materiale e renderlo indisponibile ai concorrenti potrebbe creare anche un problema di concorrenza nel mercato dell’intelligenza artificiale. Al momento si tratta di una richiesta di indagine, non di una decisione della FTC.

Copyright e IA: lo scontro con gli editori continua

La distruzione dei libri è soltanto uno dei fronti aperti tra industria editoriale e aziende tecnologiche. Il problema più grande rimane stabilire quali opere possano essere utilizzate per addestrare modelli commerciali, a quali condizioni e con quale compensazione per autori ed editori.

Il 13 luglio 2026 Hachette Book Group, Cengage Learning, Elsevier e lo scrittore Scott Turow hanno annunciato una nuova class action contro Google. Secondo la comunicazione ufficiale di Hachette Book Group, i ricorrenti accusano Google di aver riprodotto senza autorizzazione milioni di opere protette per sviluppare i modelli Gemini. Le accuse dovranno naturalmente essere valutate in tribunale.

La discussione è quindi molto più ampia della singola azienda. Scrittori ed editori chiedono di mantenere controllo e valore economico sulle proprie opere; le aziende di IA sostengono invece, nei diversi procedimenti, che determinati utilizzi per l’addestramento possano essere trasformativi e rientrare nelle eccezioni previste dal diritto statunitense.

Dal libro all’algoritmo: cosa rischia davvero l’editoria

La parte più interessante del fenomeno non è probabilmente l’immagine, per quanto impressionante, di una macchina che taglia il dorso di un libro. È il cambiamento di valore che quella macchina rappresenta. Per secoli un volume è stato venduto perché qualcuno voleva leggerlo; ora può essere acquistato perché una società vuole trasformarlo in dati.

Questo non rende automaticamente dannosa l’intelligenza artificiale per l’editoria. Le stesse tecnologie possono essere utilizzate per ricerca, accessibilità, catalogazione, traduzione e nuovi strumenti per lettori e professionisti. Anche il dibattito culturale sull’IA è ormai diventato materia editoriale, come dimostrano i molti saggi dedicati al tema: tra quelli raccontati recentemente su libri.iCrewPlay c’è Spegni tutto di Alessio Carciofi, dedicato proprio al rapporto tra persone e tecnologie artificiali.

La domanda sollevata dai libri smembrati è però difficile da ignorare: chi dovrebbe controllare e beneficiare dell’enorme patrimonio culturale necessario per costruire i sistemi del futuro? Finché legislatori e tribunali non avranno stabilito confini più chiari, ogni scatolone di vecchi libri acquistato per essere trasformato in dati continuerà a stare esattamente al confine tra innovazione tecnologica, diritto d’autore, mercato e conservazione della cultura.

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