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Sogni di carta: Marino Bartoletti e il suo Almanacco del Festival di Sanremo

Intervista al giornalista Marino Bartoletti a pochi giorni dall'inizio del Festival di Sanremo

marino bartoletti
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Caro amico di libri.iCrew, ci siamo!

Questa sera inizia il settantesimo Festival di Sanremo e io ho l’adrenalina a mille. Questa settimana, per me, appassionato di musica e di canzoni, non ha nulla da invidiare alla settimana di Natale. No, non sto esagerando, i miei impegni radiofonici triplicano, quadruplicano, le ore di sonno si riducono e soprattutto la mia presenza nella città dei fiori è un appuntamento tradizionale degli ultimi anni che mi riempie di emozioni.

Se è vero che Sanremo è Sanremo non potevo dunque esimermi dal trovare uno spazio da dedicargli anche in questo contesto occupato dai libri. E proprio da un libro che parla della kermesse canora più importante d’Italia prende spunto l’intervista che ho fatto qualche giorno fa a uno dei più grandi esperti del Festival: il giornalista Marino Bartoletti.

Il motto di questo portale, se sei un nostro abituale lettore lo conosci benissimo, è prima di tutto appassionati e credo che non ci sia stata motivazione migliore, per il noto giornalista, che l’abbia spinto a scrivere questo  Almanacco del Festival di Sanremo, ovvero la passione per la musica e in particolare per questo grande evento.

Prima di lasciarti alle parole del protagonista di questa piacevole chiacchierata è giusto che io ti dica due piccole cose: la prima, nell’ottica della trasparenza che ci contraddistingue che è quella di non avere dei dietro le quinte e di rivolgerci a te lettore dandoti del tu attraverso la nostra passione per i libri, è che questa intervista è andata in onda nel mio programma radiofonico e quindi dando a Cesare quel che è di Cesare, le domande non sono tutte mie ma vanno condivise con la mia spalla; la seconda è che trovo doveroso esternare la grande stima che provo per questo giornalista appassionato di musica e di sport, capace di avere sempre le parole giuste e l’eleganza giusta per tutto e per tutti. Chapeau.

Buonasera sig.Bartoletti e grazie per la sua disponibilità. Ormai ci siamo, sta per iniziare il settantesimo Festival di Sanremo, e lei è un grande esperto in materia, oltre che essere un grande appassionato. Come è nata questa passione più che decennale?

Molto più che decennale, io ho più dell’età del Festival. È nata perché un bambino come me che la radio la guardava e non la ascoltava, fin da piccolo ha sentito delle forti suggestioni legate a queste canzoni che in fondo, anche se adesso appaiono ingenue, e parlo delle prime edizioni, erano di rottura rispetto alle tradizioni musicali di allora. E poi con le prime televisioni in bianco e nero, e poi con il mio lavoro, e poi perché la musica appartiene veramente alla mia vita, sia per tradizioni personali sia perché tutto sommato non si può dire che non ci dia tanto la musica. Uno se guarda in trasparenza il Festival di Sanremo ci guarda pari pari l’Italia degli ultimi settanta anni, e dunque l’Italia repubblicana, e dunque l’Italia del dopoguerra, e dunque l’Italia con la I maiuscola, anzi con tutte le I maiuscole. Sanremo rappresenta una fetta importante della storia di questo paese, a Sanremo è accaduto di tutto: il genio, le cadute, le risalite, il talento, gli inciampi, le tragedie, le speranze, il desiderio di guardare avanti, il tornare indietro… esattamente come l’Italia. Uno guarda l’Italia e di fronte c’è lo specchio che si chiama Sanremo, pari pari.

Tutta questa passione si è trasformata in un libro, Almanacco del Festival di Sanremo. Come è nata l’idea?

A furor di popolo!…

Quindi su richiesta?

Sì, ma non aspettavo altro io sinceramente. È stato un percorso faticoso ma adesso posso dire che mi diverto molto a leggerlo. È un libro di storia. In questi giorni sarò in senato a parlare dell’importanza storica e sociale del Festival di Sanremo per questo paese. (incontro avvenuto sabato 1 febbraio). Vi assicuro che su quel palco non sono mai state ignorate le tematiche più complicate, perché è vero che sono state spesso solo canzonette, e ce ne sono state 2003 dal 1951 in poi, ma a Sanremo si è parlato anche di mafia, di omosessualità, di violenza sulle donne, di uomini che a cinquanta anni perdono il lavoro, della follia. Si è parlato con Signor Tenente di Faletti del rispetto nei confronti delle forze dell’ordine e delle loro paure. Anche l’ultima, quella di Mahmood: credo che in molti non abbiano capito l’importanza sociale di questa canzone, in settanta anni, anzi in sessantanove, siamo andati da Nilla Pizzi con Grazie dei fiori a questo ragazzo che canta, a modo suo e in maniera molto contemporanea, le dinamiche di una famiglia dell’Italia di oggi. Chi non l’ha capito e ha fatto polemiche vuol dire che non si è sforzato molto per comprendere il contenuto di questa canzone.

almanacco del festival di Sanremo

In questo libro prevale un lavoro di ricerca storica o il racconto della sua esperienza vissuta in tutti questi anni in prima persona?

Sicuramente c’è ricerca storica perché sinceramente sulle primissime edizioni ho ben poco da scrivere, se non facendo ricerche d’archivio e se non avendo conosciuto poi a posteriori molti protagonisti di quegli anni. Però poi ci sono anche tutte le mie esperienze personali, ci sono tanti dietro le quinte, ci sono tante impressioni. Ripeto, leggere questo libro mi ha proprio appagato e arricchito. È un po’, anche se sembra surreale, la sensazione che hanno tante persone che lo leggono, perché inevitabilmente è un libro ci immette nei ricordi, sappiate che crea dipendenza. Perché uno rimbalza di pagina in pagina cercando di ricordarsi di questo o di quello, o anche di sfidarsi come fosse una sorta di Trivial. 

Quale è il Sanremo più bello che ha visto, ad oggi? Ha una canzone preferita in assoluto?

È come chiedere a un bambino se preferisce la mamma o il papà. Ovviamente io ho l’età per dire che è stato molto bello il Sanremo in cui debuttò Domenico Modugno che cantò Volare, perché in qualche modo il Festival uscì dal suo provincialismo e il mondo scoprì che c’era il Festival di Sanremo. Modugno poi cavalcò tutte le classifiche del mondo. È stato importante quello del 1964 quando arrivarono i grandi stranieri, è stato importante quello del novanta quando tornarono i grandi stranieri. E quando parlo di grandi stranieri vi rammento che nel ’68 c’è stato Luis Armstrong e potete capire le dimensioni di questa presenza, mentre nel ‘90 c’è stato Ray Charles, in gara addirittura. E addirittura qualche anno prima c’era stato Stevie Wonder e neanche ce ne siamo accorti: il suo Sanremo durò due minuti e cinquanta secondi, tanto quanto durò la canzone che venne eliminata. Gli ultimi non sono stati male. È chiaro che le polemiche non mancano, è chiaro che alcune presenze possono essere discutibili e inquietanti, però per esempio Baglioni ha fatto dei Festival molto belli privilegiando lo spettacolo, la musica e tutto sommato le canzoni non sono state male. Lo scorso anno sul podio c’erano cinque ragazzi, perché uno era un trio, che avevano una età media di 24 anni, e questo trovo sia un gran bel segnale che ha fatto anche riavvicinare i giovani a Sanremo.

Abbiamo detto settanta anni del Festival. In questo periodo, il mondo è cambiato. Va avanti ed evolve. Ha una idea di perché Sanremo è sempre lì? Sempre come un importante punto di riferimento per gli artisti e per tutti noi?

A maggior ragione è li per tutti quelli che dicono che non lo guarderanno mai e invece il giorno dopo conoscono tutto. È li  perché ormai è sottopelle del tessuto sociale, culturale ed artistico di questo paese. È un grande evento che crea molta curiosità e tutto sommato lì si vedono delle cose che ci si diverte a vedere. Anche per criticare eh, perché comunque anche quello fa parte della dinamica televisiva. È un appuntamento storico, anche se è chiaro che ora non lo si vede più solo in televisione ma con tutti gli altri supporti che gli anni consentono. Però se tutte le sere più o meno ci sono quindici milioni di italiani a guardarlo, tutti cretini non saranno.

Ringrazio dunque davvero di cuore Marino Bartoletti per avermi concesso l’onore di parlare con lui di musica e di Festival. Nel libro, che contiene cronaca, risultati e impressioni, ci sono anche tre prefazioni d’onore: una di Renzo Arbore, una di Pippo Baudo e una di Carlo Conti, gente che senza dubbio ha un grande legame con il palco dell’Ariston.

In chiusura ringrazio anche, per correttezza, l’editore della radio locale con cui collaboro, che mi ha permesso di fare diventare questa intervista anche un articolo per te lettore appassionato di libri.iCrew.

 

 

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