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Paolo Borsellino: perché i veri Eroi non muoiono mai

19 luglio 1992: la strage di via D'Amelio che ci portò via Paolo Borsellino

Paolo Borsellino

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Paolo Borsellino, lo sguardo fiero della giustizia, quegli occhi limpidi che sanno di onestà, correttezza, voglia di riscatto, desiderio di far sì che la rettitudine sia di questo mondo e non dell’altro.

Qualche mese fa alla mia bambina di 8 anni, in occasione della giornata della legalità – che cade il 23 maggio di ogni anno, come emblema della lotto contro la mafia – le è stato assegnato il seguente compito dal titolo: Cosa è per te la legalità. È chiaro che per una bambina di questa età non si tratta di un argomento né semplice né di facile realizzazione.

Così ci siamo sedute l’una accanto all’altra e abbiamo osservato insieme un video che ritraeva una scuola e degli alunni in fermento – intenti a confabulare facendo attenzione a non farsi scoprire dalla maestra -: questi giovani studenti avevano modificato i  loro nomi, indicati sul registro di classe, con quelli corrispondenti agli eroi vittime degli attentati del 23 maggio e del 19 luglio del 1992 fra i quali, in prima battuta: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quel video ha generato in me una intensa commozione tanto che la mia piccola Donna, guardandomi, me ne ha chiesto il motivo: ho fatto un profondo respiro e le ho raccontato una storia, la storia che vede qualiPaolo Borsellino protagonisti due Uomini valorosi – due Giudici retti e giusti – che hanno speso la loro vita combattendo con coraggio e dignità, ma che sono stati uccisi da alcuni uomini malvagi che non volevano che la lealtà e la verità trionfassero.

Lei mi ha guardata con gli occhi grandi come piattini, ha afferrato la penna ed ha iniziato a scrivere: parole semplici, niente vocaboli superbi, qualche svista, solo il linguaggio semplice e chiaro di una bambina della sua età che ha espresso il suo personale pensiero sulla legalità e alla fine ha raffigurato ciò che lei ha pensato rappresentasse il suo tema.

Questo per dire che le idee di giustizia, il coraggio che non deve mai abbandonarci, la ricerca della verità, sono sentimenti che si possono apprendere anche da piccolissimi, tutto sta a noi, alla nostra voglia di tramandare le idee e far conoscere la storia.

«Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.» (Cit. Paolo Borsellino)

È comprensibile che esista la paura, questa fa parte della grandezza dell’uomo, ma il coraggio deve sempre avere la meglio perché le nostre idee vengano sempre fatte valere.

Paolo Borsellino: un uomo come tanti, valoroso come pochi

Paolo Borsellino nasce a Palermo, il 19 gennaio del 1940 e muore – sempre a Palermo, città che per sua stessa ammissione ha imparato ad amare – a soli 52 anni, stroncato da un attentato di stampo mafioso il 19 luglio del 1992. Nemmeno due mesi prima, ovvero il 23 maggio 1992, colui che rappresentava, non solPaolo Borsellino, Giovanni Falconeo uno stimato collega ma anche un suo fraterno amico, il giudice Giovanni Falcone aveva sortito la medesima fine nel nefasto avvenimento noto come la Strage di Capaci.

Paolo muore quando ancora la Sicilia aveva bisogno di lui, quando ancora c’era tanto da fare, quando ancora la giustizia aveva necessità del suo coraggio.

Il magistrato, subito dopo l’attentato occorso all’amico fraterno Falcone, aveva intuito che presto, verosimilmente, la stessa sorte sarebbe toccata a lui: aveva paura? Probabilmente sì, come tutti gli uomini, ma ciononostante è andato avanti imperterrito nelle sue ricerche, quelle stesse indagini che aveva iniziato e svolto assiduamente fianco a fianco, in perfetta simbiosi, con Giovanni.

In quel maledetto 19 luglio di ben 28 anni fa,  il giudice si trova a Villagrazia di Carini, una frazione di Palermo, con la propria amata famiglia: la moglie Agnese, i figli Manfredi e Lucia. La calura estiva, il sole che picchia sulla pelle, una serena giornata con i propri cari, nulla, insomma, lasciava presagire quello che da lì a qualche ora sarebbe accaduto. Quel pomeriggio Paolo deve recarsi a trovare la propria madre, così alle 17.00 circa, l’uomo – con la fedele scorta sempre al suo seguito – si reca in via D’Amelio.

Giunti sul posto, il giudice scende dall’auto e si reca, con passo calmo, in direzione dell’abitazione della madre: la scorta si scruta attorno guardinga, sono attimi fatali – se provi a chiudere gli occhi puoi rivedere distintamente la scena – Paolo Borsellino si avvicina al citofono, una fiat 126 parcheggiata con noncuranza nelle vicinanze, che sospetto avrebbe potuto destare, d’altro canto? Si trattava di una comunissima automobile posteggiata lì, come ve ne erano tante altre.

La mano che si muove verso il pulsante prescelto, Paolo che si guarda attorno, è un istante: un’esplosione, uno scoppio assordante e ciò che resta non sono altro che brandelli di automobili e macerie, detriti, sirene che gracchiano come in un lacerante pianto, desolazione, orrore, silenzio tutto intorno. Solo questo. Una mamma che aspetta di sentire al citofono la familiare voce del proprio figlio. Una moglie, una ragazza e un ragazzo ignari di quanto in quel momento è accaduto al loro amato padre.

A perdere la vita, oltre il valoroso magistrato, anche gli uomini della scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Solo un uomo fra tutti riesce a salvarsi, si tratta di Antonino Vullo.

La Sicilia intera, così come l’Italia tutta resta, nello sconcerto più totale: il Paese, nel giro di pochissimo tempo, veniva privato di due degli uomini più coraggiosi degli ultimi tempi.

Un alone di mistero avvolge la morte di Paolo Borsellino: la misteriosa sparizione di un’agenda rossa, un insieme di annotazioni, nomi, pensieri dalla quale il magistrato non si separava mai; questo documento quel giorno sembrò volatilizzarsi, sparì quasi non fosse mai esistito. Negli anni le indagini proseguirono, qualcosa venne a galla, qualcos’altro – com’è naturale che sia – rimase sepolto tra quintali di silenzio e indifferenza.

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone: perché le loro gesta non vengano mai dimenticate

Da donna di giustizia quale sono, è assolutamente plausibile che questi due Uomini così retti e così dediti nella ricerca della verità, vengano eretti da me a modello al quale ambire: la ricerca inconfutabile della giustizia non è poi così difficile da raggiungere, basta avere solo un po’ di quel coraggio che i due magistrati avevano.

Al di là di questo, credo fermamente che Paolo e Giovanni debbano assurgere a modello di tutti gli uomini, siano essi di giustizia o meno, perché ognuno di noi, nel proprio piccolo, sappia fare di ogni gesto – anche quello più banale – un atto di giustizia e onestà.

Non importa che esista ancora la disonestà o gli uomini lestofanti: questi esisteranno sempre, ma fin quando parimenti esisteranno uomini giusti, che facciano il proprio dovere senza avere paura delle conseguenze o di ciò a cui si va incontro, allora questi due valorosi Uomini non moriranno mai.

«È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.» (Cit. Paolo Borsellino)

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E tu, caro lettore, ricordi Paolo Borsellino? Pensi che esistano ancora Uomini come lui e come Giovanni Falcone?
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