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In Giappone con The Passenger, un libro-magazine firmato Iperborea

Inchieste, reportage, saggi narrativi, illustrazioni e consigli musicali per conoscere meglio il Giappone.

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A breve in pubblicazione

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Più di altri paesi altrettanto ricchi e complessi, il Giappone ha la capacità di suscitare sorpresa. L’esasperazione delle vite dei moltissimi abitanti di un arcipelago così piccolo, il monolitismo delle strutture sociali, l’originalità dell’industria culturale, il gigantismo delle multinazionali tecnologiche, la resilienza delle sue tradizioni e la varietà delle sottoculture delle megalopoli post umane ci lasciano meravigliati o perturbati, e ci trasformano in piccoli etnologi che si grattano la testa perplessi. Perché sorprendersi allora se dalla notte dei tempi un’infinità di viaggiatori, entusiasti, reporter e scrittori ha versato fiumi di inchiostro su questo stesso incanto? Lo stupore non è forse uno dei combustibili della miglior letteratura? Le parole più o meno intraducibili un tempo snocciolate dal nerd di turno impallinato di Sol levante fanno oggi parte del nostro bagaglio culturale comune: otaku, karōshi, sararīman, shokunin, gōkon. Ciò nonostante, il Giappone è sempre un puzzle di cui riusciamo ad assemblare alcune tessere, ma il cui disegno complessivo rimane impenetrabile. Questo enigma lo ha reso un generatore senza fine di storie, racconti, riflessioni di cui nelle pagine che seguono si può leggere una raccolta necessariamente soggettiva, ma trasversale: dal culto degli antenati alla scena musicale di Tokyo, dall’alienazione urbana al cinema, dal sumo al maschilismo, per citarne alcuni. Il Giappone, come sospeso tra invecchiamento della popolazione e post modernità estrema, tra immobilismo e sperimentazione del futuro, è un osservatorio privilegiato per capire il mondo che è stato e quello che sarà. A patto che partiamo per questo viaggio senza la pretesa di risolvere il mistero, perché come ricorda Brian Phillips in «Vivere da giapponesi»: «Alcune storie giapponesi finiscono bruscamente. Altre non finiscono proprio, ma nel momento cruciale staccano sull’immagine di una farfalla, del vento o della luna.»
Leggi la sinossi
Più di altri paesi altrettanto ricchi e complessi, il Giappone ha la capacità di suscitare sorpresa. L’esasperazione delle vite dei moltissimi abitanti di un arcipelago così piccolo, il monolitismo delle strutture sociali, l’originalità dell’industria culturale, il gigantismo delle multinazionali tecnologiche, la resilienza delle sue tradizioni e la varietà delle sottoculture delle megalopoli post umane ci lasciano meravigliati o perturbati, e ci trasformano in piccoli etnologi che si grattano la testa perplessi. Perché sorprendersi allora se dalla notte dei tempi un’infinità di viaggiatori, entusiasti, reporter e scrittori ha versato fiumi di inchiostro su questo stesso incanto? Lo stupore non è forse uno dei combustibili della miglior letteratura? Le parole più o meno intraducibili un tempo snocciolate dal nerd di turno impallinato di Sol levante fanno oggi parte del nostro bagaglio culturale comune: otaku, karōshi, sararīman, shokunin, gōkon. Ciò nonostante, il Giappone è sempre un puzzle di cui riusciamo ad assemblare alcune tessere, ma il cui disegno complessivo rimane impenetrabile. Questo enigma lo ha reso un generatore senza fine di storie, racconti, riflessioni di cui nelle pagine che seguono si può leggere una raccolta necessariamente soggettiva, ma trasversale: dal culto degli antenati alla scena musicale di Tokyo, dall’alienazione urbana al cinema, dal sumo al maschilismo, per citarne alcuni. Il Giappone, come sospeso tra invecchiamento della popolazione e post modernità estrema, tra immobilismo e sperimentazione del futuro, è un osservatorio privilegiato per capire il mondo che è stato e quello che sarà. A patto che partiamo per questo viaggio senza la pretesa di risolvere il mistero, perché come ricorda Brian Phillips in «Vivere da giapponesi»: «Alcune storie giapponesi finiscono bruscamente. Altre non finiscono proprio, ma nel momento cruciale staccano sull’immagine di una farfalla, del vento o della luna.»
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The Passenger – Giappone è il numero del libro-magazine firmato Iperborea, dedicato a questo affascinante e lontano Paese.

Anni fa ho avuto l’occasione di passare un mese a Tokyo. Ricordo quest’esperienza come qualcosa di onirico. Era la prima volta in un paese dove l’alfabeto, come lo conosciamo noi, non esisteva. Al suo posto caratteri incomprensibili – per me –, inchini e agitati sorrisi quando, chiesta un’informazione, non riuscivano a dartela. È stato come cadere in una dimensione parallela, fatta di estremo ordine apparente, mercatini di sushi a 100 yen la sera, case senza fondamenta e una bici con cui arrivare – contromano – alla prima fermata utile della metro.

Sono partita impreparata: c’è stata un’occasione e l’ho colta al volo. Nonostante questo, ho imparato molto sul campo, toccando con mano i diversi collegamenti sinaptici che determinano il comportamento di una società. Se dovessi, però, un giorno tornarci, vorrei portare con me questo libricino dalla copertina ruvida al tatto, in grado di emozionare anche solo tenendolo tra le mani.

The Passenger – Giappone: per esploratori del mondo

GiapponeAttraverso diverse forme narrative, The Passenger – Giappone ci permette di entrare un passo alla volta nella cultura giapponese, conoscendone nuove identità, questioni e tendenze.

Si parla di tsunami, culto degli antenati e apparizioni con Richard Ljoyd Parry, corrispondente a Tokyo per il Times. La poetessa Sekiguchi Ryōko ci accompagna in una riflessione sul ruolo delle donne, tra emancipazione e quiete domestica. Jake Adelstein racconta una setta shintoistica che si muove all’ombra del governo, mentre Ian Buruma firma un pezzo dal titolo Perché il Giappone è immune al populismo. La scrittrice Banana Yoshimoto imprime nella carta la sua dichiarazione d’amore per Shimokitazawa, il quartiere di Tokyo in cui ha abitato per anni, e ci lascia così anche una riflessione sui cambiamenti del Giappone contemporaneo.

Lo scrittore Murakami Ryū parla de Il prosciugamento dei desideri, mentre Cesare Alemanni ci fa conoscere gli ainu, un antico popolo del Nord dell’Hokkaidō. Lo scrittore e giornalista Brian Phillips scrive di un viaggio iniziato per seguire il più importante torneo di sumo che poi diventa un cammino sulle tracce di un uomo ormai dimenticato. Amanda Petrusich, giornalista del New Yorker e critica musicale, si interroga sul perché i giapponesi vadano pazzi per il Blues – già, perché?. Giorgio Amitrano ci porta in un viaggio nel tempo attorno al concetto di famiglia, mentre Léna Mauger ci racconta chi sono Gli evaporati del Giappone.

Ai testi si accompagnano le foto di Laura Liverani, fotografa documentarista e docente universitaria, tra Tokyo e l’Italia. Ogni numero di The Passenger contiene infatti un progetto fotografico originale, realizzato in collaborazione con Prospekt Photographers.

Non solo testi: anche illustrazioni e una playlist musicale

Gli spunti e le curiosità, però, non finiscono qui. Si parla anche di kaijū – e ti anticipo solo che ha a che fare con Godzilla e, purtroppo, anche con la bomba atomica – e di una specie d’orso endemica dell’Hokkaidō, di alcune foreste della Corea del Nord, della Cina orientale e dell’isola russa di Sakhalin. E ancora, si sfatano miti, come quello che i giapponesi siano persone fredde.

In questo libro troverai anche un riferimento al film Lost in translation, in particolare, connesso al whisky Suntory. A proposito, lo sapevi che lo Yamazaki Sherry Cask del 2013 – prodotto proprio dalla Suntory, è diventato nel 2014 il miglior whisky del mondo secondo la Jim Murray’s whiskey bible, sbaragliando tutti i single malt scozzesi?

E ancora, si analizza l’ascesa e il declino dello sararīman, un termine giapponese nato da un finto anglicismo – salaryman, ovvero lavoratore salariato –, e che identifica il lavoratore dipendente maschio, impiegato in grandi aziende. 

Per finire, c’è un consiglio musicale: la playlist curata da Furukawa Ideo e dedicata al Giappone, che puoi trovare sul canale Spotify di Iperborea Casa Editrice.

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