I figli della guerra: bambini dimenticati?

I figli della guerra: bambini nati durante o subito dopo la Seconda Guerra Mondiale da unioni non consentite

I figli della guerra: bambini dimenticati?

I figli della guerra è un’espressione che ci riporta con la memoria – e nel tempo – alla Seconda Guerra Mondiale e agli anni immediatamente successivi che corrono tra il 1945 e il 1955.

Tutti noi conosciamo a menadito gli eventi bellici di quegli anni, sappiamo bene cosa accadde, chi vinse, chi perse, gli schieramenti e le Alleanze, ma siamo davvero sicuri di conoscere tutti i retroscena? Ad esempio, sai a cosa mi riferisco quando parlo di figli della guerra?

Devi sapere che per mia natura sono curiosa, mi piace sapere, analizzare il significato più recondito che talune frasi celano e quando mi sono scontrata con quelle tre parole ho desiderato saperne di più: ecco tale frase riguarda tutti quei bambini nati da unioni avvenute tra una donna natìa del posto, in special modo tedesche, austriache e finanche italiane, e un militare in forza in quei luoghi.

Nulla di strano dirai tu, certo, assolutamente nulla se non fosse per il fatto che questi legami, all’epoca, venivano considerati non solo proibitivi ma addirittura illeciti, come un qualcosa di assolutamente vietato. Ragioni politiche, meccanismi ideologici, mentalità chiuse dell’epoca, il nemico è tedesco, va’ a capirne bene le ragioni, fatto che sta che nel momento in cui una donna scopriva di portare in grembo una creatura – e comunque darla alla luce –  il cui padre era individuato in un militare, be’ le cose non si mettevano bene. Per nessuno dei tre.

I figli della guerra: cosa ne era delle madri di questi bambini?

Queste donne, quindi, non solo erano costrette a celare non solo l’identità del padre ma altresì lo stato di puerperio nel quale si trovavano perché temevano fortemente, in  primo luogo, le rappresaglie da parte dei membri maschili della famiglia. Quando però non vi riuscivano  venivano biasimate, guardate con disprezzo dall’intera società e per talune di loro le conseguenze – o le punizioni? – sono state oltre modo severe.

Alcune di loro hanno subito pratiche come la deportazione o addirittura la tortura, altre sono state isolate – e molestate – dalla intera comunità,  e tal’altre hanno subito arbitrariamente la rasatura del capo, di modo da poter essere velocemente individuate dalla società e quindi sottoposte alla gogna pubblica.

Insomma, il trattamento riservato alle donne è sempre stato sotto gli occhi di tutti; mi verrebbe da dire che le stesse – in passato per un verso, oggi per un altro – hanno sempre goduto di quella che è una sorta di libertà a metà: libere sì ma con evidenti confini da non poter violare.

E i bambini, i figli della guerra, invece? Che destino veniva loro riservato?

Tra i bambini, invece, vi sono stati coloro i quali hanno potuto seguire i genitori negli Stati Uniti, e di questi se ne stimano circa seicento, ma altri che, a causa del divieto di celebrazione delle unioni interrazziali, hanno subito un triste destino: sono stati abbandonati a loro stessi, solo pochi hanno potuto godere dell’aiuto di opere caritatevoli.

Parecchi sono anche i libri dedicati al fenomeno, alcuni sono autobiografici, altri sono delle opere dedicate a questo delicato argomento, come quella in lingua tedesca Wir Besatzungskinder  di Ute Baur – Timmerbrink che tratta, per l’appunto, dei legami tra i soldati vincitori e le donne austriache e tedesche nel periodo che va dal 1945 al 1955.

In fondo, dietro tutto questo scempio si nasconde un’amara e triste verità: tutti questi bambini di ieri,  uomini di oggi, di sovente, non hanno mai avuto la possibilità di conoscere colui che era il loro vero padre, appurando solo in tarda età che la figura paterna che si erano ritrovati accanto non era altri che un padre putativo.

Molte di queste persone hanno trovato finalmente il coraggio di gettare via la maschera della vergogna che hanno fatto loro indossare, di spogliarsi delle vesti della colpa delle quali ne erano stati vestiti; solo pochi si sono liberati di quel peso che per tutta la vita li ha oppressi, riuscendo, finalmente, ad abbracciare senza timore la verità.

Le storie di coloro che ricercano le proprie origini sono vicissitudini toccanti che sono state per lungo tempo permeate da silenzi e pudori, come se le loro nascite fossero stati sbagli ai quali dover rimediare.

Figli della guerra anche in nel nostro Paese?

Queste vicende, in realtà, non hanno riguardato solo paesi stranieri ma anche il nostro: in Veneto, ad esempio, una donna il 6 maggio del 1945 ha dato alla luce due gemelli; il padre era un ufficiale della Wehrmacht e la donna è stata bandita, bistrattata, mortificata. La medesima sorte è toccata a tante altre madri italiane colpevoli di aver dato alla luce dei bambini frutto di una relazione che, secondo i canoni dell’epoca, non poteva essere accettata.

Non è facile stimare il numero di questi bambini, si parla però di milioni di infanti, per quanto riguarda il nostro bel paese l’ONU ne calcola circa 700. Interessante, sul punto, è il libro di Michela Ponzani, Figli del nemico. Le relazioni d’amore in tempo dI figli della guerra: Michela Ponzani, Figli del nemicoi guerra 1943 – 1948, edito da Laterza. «…Rimasta sola a crescere la figlia nata dall’amore con un soldato tedesco, Lola Oldrini così scriveva alla Commissione alleata di controllo di Roma nel luglio del 1946. Come lei, nel periodo dell’Asse Roma – Berlino, e poi durante l’occupazione nazista, tra il 1943 e il 1945, molte donne italiane intrattennero relazioni sentimentali con militari tedeschi della Wehrmacht.

Furono fidanzamenti voluti dalle famiglie d’origine, relazioni di lungo periodo sfociate in ‘matrimoni misti’, oppure relazioni extraconiugali e incontri fugaci ricercati per bisogno d’affetto e protezione nei giorni della solitudine della guerra. Ciò che è stato omesso è che i bambini nati da questi incontri, considerati ‘figli del nemico’, furono spesso oggetto di discriminazione, subirono l’abbandono delle madri, passarono l’infanzia chiusi in orfanotrofi, negli istituti di cura religiosi o nei brefotrofi gestiti dalla Croce Rossa o dall’Opera nazionale maternità e infanzia o vennero dati in adozione.

Attraverso le lettere private e i diari oggi conservati nell’Archivio Segreto Vaticano e nell’Archivio delle Nazioni Unite, Michela Ponzani racconta le loro vite dimenticate, insieme a quelle delle loro madri, dei loro padri e di chi se ne prese cura, riportando alla luce storie sconosciute e sorprendenti.»

Un’opera intrisa di commozione e amare verità: in fondo che colpa avranno mai potuto avere queste donne prima e i loro bambini dopo?

Nessuna. Assolutamente nessuna. La guerra di per sé porta solo distruzione e morte, dolore e sconforto, in questo caso, invece, ha portato la vita perché si sa, i bambini sono questo: luce, conforto e speranza. Peccato, però, che spesso le idee politiche, gli inutili bigottismi e le concezioni riottose prendano il sopravvento su ciò che, invece, dovrebbe prevalere.

«Coraggio… piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana.» (Cit.  Edmondo de Amicis)

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E tu, caro iCrewer, conoscevi la storia dei figli della guerra? Cosa ne pensi?

Alessandra Di Maio
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