Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su email

Drabble, 100 parole sulle parole in 4 racconti.

Ancora un appuntamento in drabble con 4 racconti di 100 parole sulle parole. Sembra un gioco di parole ma non lo è

drabble e parole
drabble e parole
“Mi piace chi scegli con cura parole da non dire.” -Alda Merini- Così, tanto per ribadire il concetto.

Come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e il valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro?
(Luigi Pirandello)

Le parole hanno il potere di distruggere e di creare. Quando le parole sono sincere e gentili possono cambiare il mondo.
(Buddha)

Quelli che hai appena letto come avrai ben capito, sono due aforismi sulle parole molto diversi tra loro. Due modi di concepire le parole e di studiare gli effetti che esse producono su chi le pronuncia e su chi le ascolta. Spesso le parti in causa non combaciano sulle intenzioni e gli effetti che si ripercuotono sui rapporti umani, possono essere deleteri.  

Sono importanti le parole, lo sa un genere letterario come il drabble che comprime un racconto in 100 parole, lo sappiamo un po’ tutti quando le adoperiamo per comunicare, per relazionarci, per raccontarci, per esserci in qualche modo. Possono servire per gratificare, per dimostrare amore ma anche per esprimere odio, disprezzo o per uccidere senza l’uso di armi contundenti: il famoso “ne uccide più la lingua che la spada” di evangelica memoria ha la sua ragion d’essere.

Ho scelto le parole come argomento dei miei esperimenti drabble di oggi. Ho scelto di scrivere in drabble 100 parole che raccontino il potere delle parole: come dire la parola celebra se stessa.

Come al solito i miei racconti in drabble sono ispirati da frasi estrapolate dai testi di brani musicali. Non mi resta che augurarti buona lettura e ringraziarti per l’attenzione.

Drabble e parole

 

Drabble e parole

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole (da Un matto di Fabrizio De Andrè)

L’ennesimo foglio raggiunse il cestino con un tonfo. Il silenzio pesante intorno ne ingigantì il rumore. No, decisamente non era così che voleva esprimersi. Le parole, maledette, non si mettevano in riga come lei avrebbe voluto. Sembrava avessero vita propria, scappavano, si facevano rincorrere, si mescolavano, si confondevano.

Inutile tentare di ordinarle: restavano lì, stampate dentro alla rinfusa, rifiutandosi di traslare in discorsi logici.

Pensò di fotografarle: fissate in un’immagine sarebbero state più docili da ordinare. Il flash della macchina fotografica le rimandò l’immagine di due occhi spiritati e uno sberleffo disegnato sulla bocca, senza parole.

[…] Ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate… (da Giudizi Universali di Samuele Bersani)

Sono altro, oltre, altrove. Oltremodo cerebrale ad oltranza, oltretutto anche oltremondano. Intanto oltrepasso oltralpe e oltretomba e cerco alternative alterità, altresì altrimenti alterate.

Fra gli altari e le altezze, spesso si verificano alterchi, mentre io mi sposto di un gradino e ad altro aspiro.

Quel girotondo di pensieri fra il serio e il faceto riempiva il vuoto delle ore. Erano compagnia insperata quelle parole che da sole prendevano vita, si componevano e scomponevano, si doppiavano e triplicavano, fluivano lente come il flusso di sangue dalla macchina alle sue vene e viceversa. Mentre lui si masturbava il cervello per non soccombere.

E ci sentiamo colpiti, per come veniamo cambiati, parole nascoste non escono mai… (da Il tempo non torna più di Fiorella Mannoia)

Si nascondevano le parole. Sapevano di essere taglienti e affilate come coltelli, pronte a ferire. Allora si camuffavano in metafore  di sorrisi lividi dove la bile si confondeva con il bianco dei denti.

Aveva imparato a farle tacere, a metterle ad aspettare all’angolo come un pugile dalla guardia alta. Loro, controllate, ribollivano dentro, si dibattevano dietro la calma apparente di giornate infinite passate a capo chino sul lavoro.

Esplosero in mille pezzi un giorno, invasero la sala e si scagliarono sui muri, sui vetri, sui volti dei colleghi: milioni di parole come proiettili a ferire chi non voleva sentirle.

Non servon le parole, so che lo sai, le mie parole non servon più… (da Ho perso le parole di Luciano Ligabue)

La bocca chiusa, sigillata, i denti serrati e gli occhi fissi in un punto imprecisato. Stava così, ferma in attesa che finisse tutto. E  finisse presto.

Lui, davanti a lei recriminava, minacciava, implorava. Passava dalla supplica all’invettiva con la sapienza di attore consumato. Lei zitta, svuotata, asciugata, inaridita da anni di accuse senza fondamento, di limitazioni e supervisioni alla sua libertà non aveva più parole da dirgli, le aveva consumate e poi perse tutte. Nei pugni stretti solo il vuoto del niente che le era rimasto.

Ad un amore che muore non serve nessun discorso. Solo la parola fine.

 

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
leggi tutti i commenti
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
0