F(t)E(a)M: Capezzolo, il nuovo brand che manda a F*** il Patriarcato

Capezzolo: il nuovo brand made in Italy nato nel 2017 per liberare il corpo delle donne tramite l'arte del ricamo

Oggi su F(t)E(a)M parliamo di Tania Tamburrini, la millennials creatrice del brand Capezzolo che nel 2017 ha deciso di unire la sua passione del ricamo con la sua etica femminista.

Ma perché proprio il Capezzolo? Capezzolo

Non possiamo distinguere se Tania Tamburrini disegni capezzoli maschili o femminili dal momento che sono identici. Ma guardando il suo sito si intuisce come sia un grido di anticonformismo in una società che vuole i capezzoli femminili coperti rispetto a quelli maschili.

Ho scelto il tema del capezzolo in maniera molto naturale, ricamare significa creare immagini tridimensionali, e non avrei potuto scegliere di creare altro per regalare a mia madre quella parte di corpo che le è stata amputata. Ho pensato poi che era fondamentale parlare ed evidenziare l’ipocrisia che ruota attorno l’immagine del corpo femminile, e ho deciso di farlo attraverso delle semplici t-shirt, volendo consapevolmente provocare disdegno e ironizzare l’argomento.

Nel sito possiamo trovare non solo ricami a forma di Capezzolo, ma cover, copricuscini, maglie e felpe con la scritta Fuck Patr**rcato.

Capezzolo Un messaggio forte e chiaro nonostante gli asterischi. Su Instagram c’è un seguito di 28,8 mila followers e solo Tania Tamburrini sa anche quante vendite. Sicuramente non poche dal momento che a fine novembre ha dovuto fermarle per consentire di far arrivare tutti gli ordini entro Natale. Cari lettori, tranquilli che i primi di gennaio il carrello di Capezzolo sarà di nuovo disponibile per le vendite.

Quanto sarebbe bello vedere donne, ma anche uomini con una scritta del genere sulla maglia o dei capezzoli ricamati in giro per la città?

Sul profilo Instagram non c’è solamente quello che puoi comprare sul sito, ma ci sono tantissime foto di denuncia verso un sistema misogino. E dal momento che Tania Tamburrini conosce bene l’algoritmo di Instragram per le “immagini oscene” come i capezzoli femminili, ha già un profilo di riserva!

Ma tutto questo, basta? Capezzolo basta per smuovere le coscienze?

No, è certo che non basta. Ce lo dice anche Giulia Blasi nel suo libro Manuale per ragazze rivoluzionarie, saggio femminista che noi abbiamo già analizzato in un articolo precedente.

Gli slogan aspirazionali, i video di Freeda, le magliette con le scritte sono tutte cose carine e che mettono di buon umore, ma non bastano, se poi sei discriminata sul lavoro, molestata dal tuo professore, ridotta ad un pezzo di carne dai media o uccisa dal tuo compagno perché l’hai lasciato.

Capezzolo

E arriva adesso il bello di Capezzolo: non è solo un brand o meglio, Tania Tamburrini per “rispondere” alle parole di Giulia Blasi scrive:

Vero, questo non basta. Ed è per questo che non vogliamo che ci consideriate un brand femminista. Vogliamo essere molto di più di un brand. Ciò che cerchiamo di fare quotidianamente è informare, divulgare, aiutare, ragionare, pensare, empatizzare. La moda è solo un mezzo, un mezzo potentissimo ma il fine è quello di aprire gli occhi insieme, scegliere la pillola blu e restare intrappolat* in questa realtà patriarcale ingiusta e comoda, oppure scegliere la pillola rossa ed entrare in Matrix consapevoli di farlo e lottare per iniziare a cambiare le carte in tavola.

L’intento di Capezzolo è proprio quello di essere prima un profilo di divulgazione con lo scopo di far fare esami di coscienza alle persone. Quindi voi quale pillola volete prendere?

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Hai mai visto Capezzolo in giro per le strade della tua città indossato da qualcuno?

Nicole Rastelli
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