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Lettura: Filosofiamo: Alce Nero, il guardiano del cerchio spezzato
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Filosofiamo: Alce Nero, il guardiano del cerchio spezzato

Un catechista cattolico tra i nativi americani

Giuseppe Fumarola 4 giorni fa Commenta! 10
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Non capita spesso di imbattersi in una figura capace di tenere insieme, nella stessa vita, la battaglia di Little Bighorn e i palcoscenici europei del Wild West Show, la visione mistica di un bambino di nove anni e il rosario di un cattolico anziano. Alce Nero — Black Elk in inglese — è tutto questo insieme, e forse è proprio questa irriducibile complessità a renderlo uno dei testimoni più affascinanti e commoventi dell’incontro — o meglio, della collisione — tra due civiltà.

Contenuti
Alce Nero: uno sciamano al confineSciamano Lakota o catechista cattolico?

Alce Nero: uno sciamano al confine

Alce Nero

Alce Nero nasce nel 1863 sulle rive dell’Little Powder River, nel territorio che oggi corrisponde al Wyoming, in una famiglia di guaritori e uomini di medicina della tribù Oglala Lakota. Il suo vero nome è Heȟáka Sápa che in lingua lakota significa “wapiti nero” (animale molto simile all’alce). Il mondo in cui cresce è già un mondo sotto pressione: le grandi mandrie di bisonti si assottigliano, i trattati con il governo americano vengono firmati e violati con cadenza quasi ritmica, e le Grandi Pianure che i Lakota abitano da generazioni si trasformano lentamente in un campo di battaglia.

A tredici anni combatte a Little Bighorn, nel giugno del 1876 — la battaglia in cui il generale Custer e il suo reggimento vengono annientati dai Lakota di Toro Seduto e Cavallo Pazzo, in quello che sarà l’ultimo grande momento di resistenza militare dei nativi americani delle pianure. È presente, qualche anno dopo, alla morte di Cavallo Pazzo, suo cugino, ucciso durante una rissa in una caserma nel 1877. Poi, nel 1887, parte per l’Europa con il Wild West Show di Buffalo Bill — spettacolo itinerante che porta le storie del vecchio West davanti al pubblico europeo, in una forma di esotismo che oggi definiremmo senza esitazione colonialismo culturale.

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Alce Nero si esibisce in Inghilterra, in Francia, in Germania. Incontra la regina Vittoria. Perde il gruppo durante una tournée e si ritrova a vagare per Parigi senza soldi e senza lingua, fino a quando riesce a tornare in America. Al rientro, trova una situazione precipitata: la Danza degli Spiriti — una danza rituale messianica che prometteva la resurrezione dei guerrieri caduti e la cacciata dei bianchi — stava diffondendosi tra i Lakota come un incendio. Il governo americano, spaventato, reagisce con la forza. Nel dicembre del 1890, a Wounded Knee Creek, oltre trecento Lakota vengono massacrati dalla cavalleria. Alce Nero è presente anche lì, e sopravvive.

Ma per capire Alce Nero non si può partire dalle battaglie. Bisogna tornare indietro, a quando aveva nove anni e si ammala gravemente — così gravemente che la famiglia lo crede in punto di morte. È in quello stato di confine tra la vita e la morte che riceve quella che lui chiamerà la Grande Visione: gli spiriti dei sei nonni — i guardiani delle sei direzioni cosmiche — accompagnati dal Grande Spirito dell’universo lo portano in un mondo soprannaturale e gli consegnano poteri taumaturgici e responsabilità precise verso il suo popolo.

Alce Nero
Alce Nero con moglie e figlia, foto 1910 circa

Grazie a questa esperienza si aggiudica ben presto il posto di sciamano della tribù: pratica cerimonie di guarigione, guida rituali, interpreta sogni e visioni. Il suo ruolo nella comunità non è quello di un sacerdote nel senso occidentale del termine — è più vicino a quello di un mediatore tra il mondo visibile e quello invisibile, tra i vivi e gli antenati, tra l’individuo e il cosmo.

E questa visione non è affatto un episodio isolato ma solo un punto di partenza, attorno al quale si intrecciano molte altre esperienze simili. Tutto ciò che fa, pensa e insegna ruota attorno ad essa. Il simbolo che ne emerge con più forza è il cerchio sacro — Čhaŋgléška Wakhán — la forma che governa ogni cosa: il movimento delle stagioni, la struttura dei villaggi, il volo degli uccelli, il ciclo della vita e della morte. «Il potere del mondo agisce sempre in cerchi», dirà a John Neihardt decenni dopo. «Il cielo è rotondo. La terra è rotonda. Le stelle sono rotonde. Il vento, nel suo massimo potere, vortica in cerchio».

La realtà, secondo questa Grande Visione, è un circolo eterno e questo cerchio rappresenta la nostra casa. La capanna tradizionale Lakota è rotonda. I raduni si tengono in cerchio. Persino il calendario delle stagioni è vissuto non come progressione lineare ma come ritorno — un cerchio che si chiude e si riapre. Ogni tentativo di raddrizzare, linearizzare o spezzare questo cerchio produce sofferenza e disordine. Le “scatole” dei bianchi, cioè le loro case quadrate e rigide, sono un esempio lampante di come la cultura occidentali guardi al mondo non come ad un circolo armonico ma come un terreno da riempire e catalogare.

Sciamano Lakota o catechista cattolico?

A partire dal 1887 la sua riserva comincia ad essere frequentata da giovani missionari gesuiti provenienti dall’Europa. Alce Nero ne rimane affascinato, tanto che nel 1904 si converte e prende il nome di Nicholas Black Elk e comincia a partecipare attivamente alla missione di evangelizzazione gesuita in qualità di catechista presso le tribù Lakota.

È difficile interpretare questa rapida conversione. C’è chi la legge come una resa — l’ultimo cedimento di un uomo spezzato da una storia più grande di lui. C’è chi la interpreta come una scelta strategica per proteggere la sua comunità. Ma la verità è probabilmente più complicata e meno risolvibile di qualsiasi interpretazione. È probabile, infatti, che Alce Nero abbia trovato nel cattolicesimo una chiara continuità con le tradizioni Lakota e la sua Grande Visione che non ha mai davvero abbandonato del tutto.

Anche i posteri ebbero difficoltà ad interpretare il suo sincretismo. Lo stesso John Neihardt che aveva raccolto i racconti e le conversazioni avute con Alce nero in una biografia dal titolo Alce Nero parla, aveva male interpretato la sua figura tanto da essere “sbugiardato” e rifiutato dallo stesso sciamano poco dopo la pubblicazione delle sue memorie.

Alce nero
Chiesa di Pine Ridge, riserva di Alce nero

Neihardt aveva, infatti, completamente omesso la sua conversione, presentando Alce Nero come l’ultimo estremo difensore della spiritualità e della cultura nativa che minacciava di essere distrutta dai bianchi invasori. Ma ancora una volta la realtà era ben diversa e decisamente più complessa e sebbene oggi il testo di Neihardt rappresenta uno dei testi di riferimento principali per chiunque voglia capire la filosofia e la spiritualità dei popoli nativi americani, il ritratto che ne emerge di Alce nero è parziale e inesatto.

Ciò che rende la sua figura ancora preziosa oggi non è la nostalgia per un mondo perduto, né la tentazione romantica del “buon selvaggio” — una trappola in cui lo stesso Neihardt è caduto. È qualcosa di più concreto: la testimonianza di un uomo che ha saputo guardare il crollo di tutto ciò in cui credeva senza perdere la capacità di cercare senso, bellezza e connessione.

Alce Nero muore nel 1950, a ottantasette anni, nella riserva di Pine Ridge nel South Dakota — la stessa terra su cui era nato. Oggi è ricordato con rispetto e commozione dalle tribù native e con ammirazione dai cattolici europei che ne hanno addirittura chiesto alla beatificazione. Chi era dunque? Uno sciamano nativo o un catechista cattolico?

È difficile rispondere, anche perché probabilmente Alce Nero non avrebbe apprezzato quesiti tanto “lineari”. E in fondo non è questo il punto. Testimone di massacri nativi, battaglie sanguinose e depositario di mondi in rovina, Alce Nero non ha mai smesso di chiedersi: Come si trova la strada quando la mappa non corrisponde più al territorio? Cosa si fa quando il cerchio si spezza? La sua vita, probabilmente, è stata la più grande lezione che potesse dare.

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