Se hai chiuso Lo sbilico ancora scosso dalla voce di Alcide Pierantozzi, così cruda da azzerare ogni distanza tra autore e narratore, ecco cinque libri di altri autori che si legano al suo romanzo: alcuni sono gli stessi titoli a cui la critica ha accostato Lo sbilico fin dalla sua uscita, altri esplorano da altre angolazioni lo stesso terreno, quello di una mente che smette di riconoscere i propri confini.
La coscienza di Zeno di Italo Svevo
Se ti ha colpito il modo in cui Pierantozzi analizza se stesso senza pietà, cercando parole precise per un disordine che non ne avrebbe bisogno, La coscienza di Zeno (diverse edizioni disponibili) resta il capostipite italiano di questo tipo di scrittura. Zeno Cosini si racconta a un analista in un flusso continuo di autoanalisi, nevrosi e autoinganni: un secolo prima di Pierantozzi, Svevo aveva già trovato la forma per raccontare una mente che si osserva mentre cede.
La vegetariana di Han Kang
Per restare nel territorio del corpo che si ribella e di una famiglia che non riesce a comprendere ciò che sta accadendo, La vegetariana (Adelphi) della premio Nobel Han Kang segue una donna che smette gradualmente di riconoscersi nella propria vita quotidiana, fino a un allontanamento dalla realtà che nessuno intorno a lei sa affrontare. Come in Lo sbilico, il romanzo non offre spiegazioni consolatorie: si limita a mostrare, con precisione quasi clinica, cosa succede quando la mente smette di seguire le regole del mondo.
Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh
Se invece ti ha interessato il rapporto tra Pierantozzi e i farmaci, quel bisogno di anestetizzare un dolore che le parole da sole non bastano a contenere, Il mio anno di riposo e oblio (Feltrinelli) di Ottessa Moshfegh racconta una giovane donna che decide di addormentarsi farmacologicamente per un anno intero, nel tentativo di azzerare se stessa. Il tono è diverso, più tagliente e ironico rispetto alla scrittura di Pierantozzi, ma la domanda di fondo, cosa succede quando l’unica via di sopravvivenza sembra essere la sospensione della coscienza, resta la stessa.
Il sosia di Fëdor Dostoevskij
Per chi cerca la radice ottocentesca di questo tipo di discesa nella mente, Il sosia (diverse edizioni disponibili) di Dostoevskij racconta la dissoluzione dell’identità del funzionario Goljadkin, che vede comparire un proprio doppio sempre più minaccioso. È il testo a cui la critica ha accostato Lo sbilico fin dalle prime recensioni: la stessa sensazione di realtà che si sfalda, restituita da una scrittura febbrile che non lascia respiro al lettore.
Troppi paradisi di Walter Siti
Infine, per chi è rimasto colpito dall’assenza totale di distanza tra Pierantozzi autore e Pierantozzi narratore, che si presenta al lettore con il proprio nome vero senza alcun filtro letterario, Troppi paradisi (Einaudi) di Walter Siti è il romanzo italiano che più di ogni altro ha esplorato questo confine sottile tra vita e finzione, con un io narrante che si fa figura universale pur restando ostinatamente se stesso.
Se vuoi restare tra i finalisti dello Strega 2026, trovi anche i nostri approfondimenti sui libri simili a I convitati di pietra di Michele Mari, Platone di Matteo Nucci, La sonnambula di Bianca Pitzorno e Donnaregina di Teresa Ciabatti.