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Filosofiamo: Il Potlatch e l’economia del dono

Quando la ricchezza si misura in ciò che si dona

Giuseppe Fumarola 2 settimane fa Commenta! 7
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Dopo aver percorso le lande colme di saggezza dell’Oriente, nei prossimi numeri di Filosofiamo ci sposteremo più a Occidente, nelle terre dei nativi americani da sempre depositari di una cultura ancestrale e millenaria.

Contenuti
Potlatch, l’economia del donoMolto più di una festa

L’argomento di oggi è il Potlatch, una pratica cerimoniale e redistributiva praticata dai popoli della costa nordoccidentale del Pacifico: Kwakiutl, Haida, Tlingit, Tsimshian, Nuu-chah-nulth, tra gli altri. Una pratica antica di secoli, forse millenni, che i colonizzatori europei non riuscivano a capire — e che proprio per questo li spaventava.

Potlatch, l’economia del dono

potlatch

Il termine “potlatch” può essere tradotto approssimativamente con “dono”. L’antropologo Franz Boas sul finire dell’Ottocento si trovò a vivere per diversi mesi presso alcune tribù Kwakiutl, tra le province occidentali del Canada che si affacciano sul Pacifico.

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Lo studioso aveva notato che i capi di queste tribù di nativi erano soliti allestire delle grandi feste in cui la popolazione gareggiava nel donare (o anche distruggere) il maggior numero di beni. Un capo che organizzava un Potlatch invitava centinaia di ospiti, a volte da villaggi lontanissimi, e nel corso della cerimonia donava loro beni di ogni tipo: coperte, canoe, cibo, oggetti rituali, rame lavorato. Ciò gli fruttava enorme prestigio e importanza al livello sociale e politico.

Chi riceveva, d’altra parte, non era semplicemente un beneficiario passivo. Accettare un dono nel contesto del Potlatch significava contrarre un obbligo: in futuro, si sarebbe dovuto ricambiare con generosità almeno equivalente, se non superiore. Il dono non chiudeva una relazione — la apriva, la manteneva viva, la approfondiva nel tempo.

Per descrivere queste pratiche Marcel Mauss coniò il termine di “economia del dono”. Tuttavia questa pratica non fu affatto compresa nell’immediato. Molti dei missionari protestanti che raggiunsero il Nord America condannavano aspramente le cerimonie potlatch. Nell’ottica protestante la ricchezza era una spia importante della grazia divina: sperperare, o addirittura distruggere, i propri beni era considerato al pari di una blasfemia.

potlatch

Anche il mondo accademico non era concorde. Il sociologo Thorstein Veblen la bollò come una pratica di consumo e spreco evidente, dannosa per l’economia in quanto si basava sul desiderio più o meno irrazionale di accumulare prestigio, anziché risorse preziose. In effetti dal punto di vista pratico, la mentalità europea e industriale insegnava che, in caso di abbondanza di risorse, l’eccesso andava reinvestito per produrre ulteriori profitti e non condiviso con chi non aveva le stesse disponibilità.

Per questo, nel 1885 il governo canadese vietò ufficialmente il Potlatch, considerandolo un ostacolo alla “civilizzazione” dei popoli nativi — un modo elegante per dire che una pratica che celebrava la generosità collettiva era incompatibile con l’etica produttivistica e individualistica che il colonialismo portava con sé. Negli Stati Uniti seguirono misure simili. Le cerimonie continuarono in segreto per decenni, a rischio di arresto.

Il divieto fu revocato in Canada solo nel 1951. Da allora il Potlatch ha conosciuto una lenta ma significativa rinascita, come parte di un processo più ampio di recupero culturale e identitario delle comunità native. Oggi viene praticato in molte comunità della costa nordoccidentale, sia nella sua forma tradizionale che in versioni adattate al contesto contemporaneo.

Molto più di una festa

Il Potlatch non era solo uno scambio economico travestito da cerimonia. Era il momento in cui la comunità si riconosceva come tale — in cui si celebravano nascite, matrimoni, morti, passaggi di ruolo; in cui si trasmettevano oralmente i racconti, i canti e le genealogie che tenevano insieme l’identità collettiva. Era, in senso pieno, il luogo in cui la società si raccontava a sé stessa.

Ma il meccanismo che sta alla base di queste feste è un altro. il Potlatch era, infatti, un sistema di redistribuzione economica straordinariamente efficace. In assenza di istituzioni bancarie o statali, garantiva che le risorse non si concentrassero permanentemente nelle mani di pochi. Un capovillaggio che aveva avuto raccolti abbandonati invitava i villaggi in difficoltà per condividere con loro le proprie ricchezze.

Ne ricavava prestigio sociale ma serviva anche a consolidare alleanze e collaborazione, poiché i villaggi riceventi si impegnavano a ricambiare in futuro tanta generosità. L’accumulo di risorse fine a sé stessi, così come le disparità sociali erano condannati e considerati disonorevoli. È per questo che spesso, durante i potlatch, molti beni venivano addirittura bruciati o distrutti. Con l’avanzare della colonizzazione, infatti, la disponibilità di beni (coperte, metalli, vestiti, ecc…) crebbe enormemente ma piuttosto che adattarsi alla logica industriale queste popolazioni preferirono rinunciare a tanta abbondanza per non creare disuguaglianze sociali.

Totem

Marcel Mauss, nel suo celebre Saggio sul dono del 1925, dedicò al Potlatch alcune delle pagine più illuminanti dell’intera antropologia moderna. La sua tesi era provocatoria: le società occidentali non hanno inventato lo scambio economico, hanno semplicemente rimosso il suo strato più profondo — il fatto che ogni dono autentico crea legame, e che il legame è più prezioso dell’oggetto scambiato. Togliendo dal dono la sua dimensione morale e relazionale, e riducendo tutto a transazione monetaria, abbiamo guadagnato in efficienza e perso qualcosa di molto più difficile da quantificare.

Oggi ci troviamo a vivere in una società che punta sulla produttività, sull’efficienza, sulla realizzazione personale, una società che spesso ci fa dimenticare di ciò che ci sta attorno. Ma non abbiamo dimenticato del tutto il senso del potlatch: i regali che facciamo a Natale, durante i compleanni o in occasione di matrimoni o altre feste, sono segno che può esistere qualcosa anche al di là della logica capitalista, qualcosa che restituisca un senso diverso rispetto all’accumulo.

l Potlatch non propone una soluzione — è una pratica nata in un contesto specifico, con le sue complessità e le sue contraddizioni. Ma pone una domanda che è difficile ignorare: e se avessimo costruito le nostre società attorno al principio sbagliato? E se il prestigio, l’autorità, il rispetto degli altri non si guadagnassero accumulando, ma sapendo — nel momento giusto — lasciar andare?

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