Ricordiamo Felice Gimondi, campione sulla strada e nella vita“

“Con Lui se ne va una fetta della mia vita. Un uomo come Gimondi non nasce tutti i giorni”

Essere ricordato dal tuo “nemico amico per la pelle” non è da tutti. Chi ha memoria e vissuto gli anni ’70, non può non ricordare le cronache sportive, gli articoli della Domenica sportiva, che già allora riempiva le case degli italiani con i suoi reportage all’inseguimento dei campioni del momento e Felice Gimondi era il più inseguito. Era il campione per eccellenza. Era quello da seguire, incitare, intervistare perchè era ed è rimasto nell’immaginario collettivo, il più forte di tutti. Come definire chi, senza paura e chilometri sulle gambe, è riuscito a tenere testa ad un mito come Mercks, il grande del ciclismo mondiale. La loro è stata una continua sfida sulle strade, in salita, ai traguardi, legati indissolubilmente da un grande rispetto e da una forte amicizia.

Se non hai avuto la fortuna di conoscerlo attraverso le sue vittorie, le sue gare, bhe è arrivato il momento di sederti comodo e di leggere della sua vita.

felice Gimondi

Devi sapere che Felice Gimondi, classe ’42, è nato nella provincia del bergamasco ed è stato un grande ciclista su strada. Le biografie ci raccontano del suo amore per la bicicletta già da piccolo, un legame che eredita dal padre Mosè, un postino che vive e lavora con la bicicletta.  Nonostante sia attirato dall’arte del pedalare, il campione si avvicina a questo sport intorno ai diciotto anni cominciando a correre da dilettante per la società U.S. Sedrianese, e già si nota il suo talento, soprattutto quando nel 1964 vince la sua prima competizione, il Tour de L’Avenir, una specie di piccolo Tour de France organizzato per i giovani dilettanti.

Nel ’65 si aggrega al team di Vittorio Adorni, un’altro grande campione italiano, partecipa da professionista al Tour de France, una gara in cui, improvvisamente, lo stesso Adorni è costretto a ritirarsi e il giovane Gimondi conquista la maglia gialla, il primo vero risultato che passerà alla storia. Nel ’66 vince la maglia rosa al Giro d’Italia, ma si ritroverà a battagliare su strada con il giovane Eddie Merckx, quello che diventerà il suo rivale di sempre, chiamato da tutti Il Cannibale.

L’anno dopo Gimondi batte Merckx solo dopo la squalifica per doping del belga, ma al momento della premiazione, per rispetto verso il rivale, rifiuta di indossare la maglia rosa. I duelli tra i due grandi campioni continueranno ad infiammare tutte le competizioni più importanti, Gimondi ormai vince di tutto e sarà l’unico italiano a conquistare i tre più grandi tornei d’Europa, senza dimenticare le storiche corse Parigi-Roubaix, Milano-Sanremo, Giro di Lombardia, oltre a tre medaglie mondiali, precisamente il bronzo nel 1970 a Leicester, l’argento nel 1971 a Mendrisio e l’oro nel 1973 a Montjuic.

Il campione bergamasco appende la bicicletta al chiodo solo nel ’79 abbracciando la carriera da dirigente e da allenatore ma chi l’ha conosciuto e vissuto lo ricorda come persona semplice, riservata, un grande scalatore, tenace nella fatica e grande agonista.

Sono stato un artigiano del ciclismo, la mia vita è stata una lunga corsa…” diceva il campione. Io lo ricordo bene, la stampa e la TV ne parlava spesso e il suo sorriso aperto con le braccia alzate al cielo, dopo aver vinto una gara, è un immagine difficile da dimenticare, in qualche modo Felice Gimondi ha racchiuso in se tutto l’orgoglio italiano dell’epoca e i duelli con il francese sono davvero passati alla storia.

Felice Gimondi ci ha lasciati pochi giorni fa, ma come tutti i grandi protagonisti della storia dello sport, il suo nome non sparirà dalla memoria di chi, amandolo, ai bordi delle strade, lo ha visto sfrecciare inseguendo i suoi sogni. Lo voglio ricordare cosi…

 

Ciao Felice

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