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Sogni di carta: Intervista ad Helena Janeczeck

intervista
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Chiacchierando con Helena Janeczek…

Cari amici di icrewplay, voglio condividere con voi un momento che mi ha particolarmente emozionato, forse perchè guardare o leggere di personaggi attraverso i loro libri o vederli in foto o su immagini televisive dà una dimensione apparente della realtà ma, quando ti ritrovi a conversare, amabilmente, proprio con la persona che avresti voluto conoscere, allora scopri che tutto è possibile, basta volerlo…

E’ quello che mi è accaduto quando ho incontrato Helena Janeczek, autrice del libro La ragazza con la Leica, vincitrice del Premio Strega 2018a Lecce per la presentazione del suo libro, evento organizzato dal Book Store Mondadori. Appena saputo, ho subito chiesto di poterle parlare e devo dire, con sorpresa, che la signora Janeczek, ha raccolto l’invito con grande naturalezza e ora  vi racconto com’è andata…

Buon pomeriggio signora Janeczek, intanto la ringrazio per avere accettato il mio invito e le porgo i saluti di iCrewplay.com che rappresento, con la speranza che lei possa leggerci, magari per una recensione di un suo prossimo romanzo, ma parliamo subito del suo libro, la Ragazza con la Leica, grande successo di critica e di pubblico.

Cos’è realmente, oltre che una fotografa, Gerda Taro?

Io penso che ogni lettore o lettrice abbia il diritto di farsene un immagine, proprio perchè è una figura che mi ha affascinato per la sua contraddittorietà, per la sua imprendibilità, anche la sua libertà, mi ha affascinato la sua capacità di fare innamorare gli altri, queste sono gli ingredienti di questo personaggio.

Se potesse associarla ad un personaggio vissuto in questo secolo?

Non ci ho mai pensato, le giro la domanda, lei cosa direbbe, mi chiede la signora Janeczek, le rispondo che, a mio avviso, pur lontana come età, assocerei la forza, l’indipendenza e la caparbietà di Gerda Taro ad una donna che non c’è più, ma, da me, stimata moltissimo, come la Dott. Levi Montalcini

Si, perchè no, mi risponde, anzi mi viene in mente una cosa buffa, il suo fidanzato ha studiato medicina a Torino, con una compagna di studi che, dopo pochi anni, sarà, guarda caso, compagna di avventure proprio della Levi Montalcini, e quindi,in qualche modo, potrebbe andar bene.

Nella sua ricerca ha avuto difficoltà a reperire le informazioni?

Il bello sta, anche, nel superarle queste difficoltà. Per questo tipo di progetto, per fortuna, non devi attenerti al rigore di una ricerca storiografica accademica, pero c’è il piacere della scoperta, andare a vedere dove puoi trovare pezzi che ti mancano e una cosa che a me piace molto e purtroppo, per problemi familiari e mancanza di tempo, fisicamente l’ho fatto meno di quanto mi sarebbe piaciuto fare è andare negli archivi, ma ora ci sono degli strumenti straordinari che si trovano in internet, documenti digitalizzati che possono risultare utile se sai cosa cercare.

Un aneddoto che l’ha colpita in modo particolare?

C’è un episodio buffo, legato al lavoro che ho fatto, rielaborando la stesura del libro. Ho infatti lavorato molto sulle foto, anche su foto che non sono state riprodotte nel libro, tra queste, due foto molto note per chi si è occupato della storia di Gerda Taro e Robert Capa. La prima, riprodotta in fondo al mio libro che li ritrae, seduti al bar caffè a Parigi, nel ‘36 e l’altra scattata a Gerda l’anno prima, tuttavia, l’ultima foto che Robert Capa ha scattato a Gerda risale al 1 maggio del ’37, a due mesi dalla sua morte, si sa che stavano andando alla manifestazione dei lavoratori e, quel giorno, Gerda compra un mazzetto di mughetti della felicità, non tanto per la manifestazione quanto per il giorno dedicato alla Madonna, Robert usa la foto per metterla sul frontespizio dell’album di foto a lei dedicate, da pubblicare nel ‘38, a New York e tra tante, nella foto, è ben chiara la fioraia dove Gerda aveva comprato i fiori. Sono tutte foto molto forti, ed io scopro, dopo averle guardate moltissime volte che lei, nella foto, indossa il giubbotto che lui indossava nella foto del ’36 al caffè, e questo mi è sembrato, in virtù di una disputa tra chi si è occupato della loro storia, se, prima di morire, lei stesse per mollarlo, mi è sembrato una confutazione, perchè è difficile pensare di indossare il giubbotto di una persona che sai di voler lasciare, bisognerebbe avere molto coraggio se non se ci stai più insieme e mi piace raccontarlo perchè è una storia che viene fuori dalle foto.

C’è un estratto del libro che l’ha, particolarmente, coinvolta?

Quando tu scrivi e ti porti avanti il libro, per molti anni, sei la persona meno indicata per sentirne il potenziale di coinvolgimento emotivo alla fine, lo macini così tante volte che t’emoziona come l’elenco del telefono. Tuttavia, a ottobre, alla prima presentazione del mio libro, a Roma, c’era un’attrice straordinaria che leggeva alcuni brani del libro e, in quel momento, mi sono resa conto che quello che ho scritto può essere emozionante e allora mi sono detta: “però l’ho scritto io…” non pensavo…

Cosa l’ha spinta a cercare Gerda Taro?

Non le so spiegare, completamente! Io so quali sono le circostanze esteriori dell’incontro che c’è stato tra me e Gerda, quella di essere andata a visitare una mostra con l’intento di vedere le foto di Robert Capa, alcune molto familiari perchè inserite nel lavoro sul libro precedente, “Le rondini di Montecassino”, altre, invece, non c’erano, come le foto di Gerda, ho così avuto modo di conoscerla, conoscere la sua storia e di volerla approfondire. Il motivo per cui questa storia si sia impadronita di me è da ricercare in questo suo fascino sfuggente, la sua determinazione, la sua giocosità, gioia di vivere e comunque, evidentemente, attraversavo un periodo pieno di pesi sulle spalle e problemi molto difficili, tipici di un’età adulta, un po’ lontana dalla sua e lei, con la sua aria di giovinezza, con i suoi amici, sempre così capaci di reagire e di non lasciarsi rovinare il piacere di stare al mondo, mi hanno tenuto compagnia e mi hanno fatto bene.

Dopo tanti anni, una donna vince il Premio Strega! Quali emozioni ha provato quando ha capito di aver vinto un premio cosi importante e che cosa ha significato per lei?

Significa aver avuto una straordinaria fortuna, un momento di grande bellezza, soprattutto non mi aspettavo di vincerlo ma la cosa più emozionante, che mi ha colpito e che mi ha commosso, è stato vedere la reazione, da parte di un mondo letterario italiano che, a volte, è pieno di malumori. In questo caso, invece, la mia vittoria sembra abbia avuto una risposta di vero piacere condiviso e questo mi ha reso felice. Mi auguro, poi, che si arrivi ad una normalità in cui, magari, non preoccuparsi più se a vincere sarà una donna o piuttosto, un uomo.

In un prossimo futuro ha già in mente qualcosa? le piacerebbe parlare ancora di donne? 

Per ora nulla, sono molto presa dalla presentazione del libro e faccio già molta fatica a consegnare, nei tempi giusti, racconti per un antologia e articoli per un giornale, oltre, chiaramente, agli impegni di famiglia che mi prendono quotidianamente. Per quanto riguarda le scelte future di eventuali soggetti, non ho preferenze, ho parlato di donne e di uomini, in questo libro ho raccontato una donna attraverso gli sguardi di due uomini, certamente, se si presenterà l’occasione, nella varietà dei personaggi, non avrò distinzioni nel parlare di entrambi, l’importante è raccontare i personaggi e la loro storia.

 

 

La mia chiacchierata con la signora Janeczek, purtroppo, è scivolata via, sarei rimasta ore a parlare con lei, ma è attesa per la presentazione del libro e, a me, non resta che ringraziarla per la disponibilità, lei, in cambio, mi ha promesso che ci visiterà quanto prima e io l’ho ringraziata da parte di tutti noi, augurandole un grande in bocca al lupo…

 

 

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