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Sogni di carta: intervista a Massimo Gatta

Una intervista particolare a Massimo Gatta autore di un libricino particolare, Breve storia del segnalibro

massimo gatta

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Caro iCrewer ho pubblicato la recensione di un libricino,

Breve storia del segnalibro.

Mi ha talmente affascinato, che ho colto la palla in balzo per cercare di ottenere una intervista con l’autore Massimo Gatta per approfondire la sua conoscenza.

Ed eccoti:

Sogni di carta intervista a Massimo Gatta

Il mio intento, però, non è iniziare l’intervista con la solita domanda di routine, magari quella potrà scaturire in seguito… perché ciò che mi ha colpito è la sua preparazione culturale, con un curriculum di tutto rispetto.

Pertanto partirò proprio dagli studi:

Nel suo curriculum compaiono  studi “…di bibliografia, … storia della bibliofilia …”; di cosa si tratta? Su internet sicuramente troveremmo la risposta, ma apprenderla direttamente da chi la studia è meglio.

Su internet bisogna stare attenti ‘a cosa’ si trova però. Da oltre trent’anni mi sono dedicato a comprendere meglio il rapporto esistente tra storia del libro e dell’editoria e storia della cultura e delle idee, cioè le profonde relazioni che collegano, o possono collegare, il complesso sistema della “cultura” e quello altrettanto complesso del “libro” e dell’editoria. Però nel corso degli anni, e vengo al primo specifico ambito di cui mi occupo, ho cercato di  approfondire meglio ciò che riguarda il cosiddetto paratesto, cioè quegli elementi che esulano dal ‘testo’, che viene studiato principalmente dagli storici della letteratura, dai filologi e dai critici letterari, mentre il paratesto è di solito l’ambito al quale si dedicato i bibliografi. Ho cercato di seguire la classica suddivisone che a tale proposito fece un grande storico del libro e bibliografo, G.Thomas Tanselle, quando parlava di una differenza fondamentale tra “testo” e “libro”, cioè tra quanto il libro esprime e l’oggetto stesso che si esprime. Cioè lo studio del libro come oggetto culturale, nelle sue diverse e complesse  parti. In particolare mi sono interessato di ex libris, di note bibliografiche, di sovraccoperte, di copertine, di carta e appunto di segnalibri.
Per quanto riguarda la seconda partizione in effetti può sembrare una contraddizione in quanto non mi reputo affatto un bibliofilo, bensì un bibliografo, appunto, ma la storia della bibliofilia, e cioè la stretta relazione tra una biblioteca privata e il suo possessore mi ha sempre affascinato e da qui l’interesse per il mercato del libro antico e moderno, per i librai antiquari, per la metodologia commerciale, la storia della libreria, le aste librarie. Insomma un grande rompicapo.

Sono questi studi che le hanno fatto nascere la voglia di scrivere brevi saggi?

La lunghezza o meno dei saggi che finora ho scritto non dipende dalle tematiche, o non solo dalle tematiche, ma da scelte precise, personali, da uno stile e da una forma di creatività. Per il segnalibro ho scelto di concentrare in poche pagine una lunga storia perché ho creduto che fosse necessario non annoiare troppo il lettore, soprattutto quello generico, non specialista.
Personalmente quando leggo un certo tipo di saggistica, soprattutto accademica, a volte mi annoio molto e quindi non volevo che lo stesso accadesse ai miei cento lettori. Altra cosa è invece scrivere articoli per le riviste scientifiche alle quali collaboro e che sono destinati a cultori o specialisti, e in quelle sedi bisogna avere una metodologia diversa, cercando comunque di non annoiare troppo.

Quanto influisce il lavoro svolto in qualità di bibliotecario nella stesura dei suoi libri?

Credo di essere stato da sempre immerso in un mondo cartaceo, senza differenze tra gli ambiti: come studente universitario, come lettore forte, come bibliotecario, in parte come collezionista di libri e ovviamente come storico dell’editoria. L’essere bibliotecario e storico dell’editoria o bibliografo o studioso di tipografia privata non mi sembrano recinti chiusi, ma luoghi aperti nei quali si circola agevolmente. E poi a me piace molto connettere tra di loro ambiti lontani, o solo apparentemente lontani e diversi.

Ha mai pensato di utilizzare le sue conoscenze per scrivere un romanzo?

Il romanzo è un ambito specifico dei romanzieri e degli scrittori, non mi azzarderei mai a invadere un campo che non è il mio. Ho amato, e amo troppo, la scrittura romanzesca per rischiare di imitarli, gli scrittori di professione. Ho invece scritto racconti brevi, alcuni molto surreali, sempre calati nel mondo delle biblioteche, alcuni furono pubblicati sul sito dell’AIB, l’Associazione Italiana Biblioteche; un altro breve racconto verteva proprio sul segnalibro e fu pubblicato nel meraviglioso catalogo Il segno nel libro, mostra di artisti sardi che disegnarono segnalibri.

Ed ora la domanda di rito:

Chi è nel privato Massimo Gatta?intervista

Una persona molto semplice ma anche molto curiosa. Una curiosità per gli aspetti
paradossali della vita, della scrittura, delle persone e anche della ‘cultura’. A volte penso che avere letto a quindici/sedici anni i dadaisti e poi i surrealisti, e tanti autori particolari e indefinibili, ed essermi interessato da studente universitario di arte contemporanea ma anche di poesia e di moltissima letteratura, mi abbia fornito una ‘voce’ particolare nello scrivere di libri e di editori, di tipografi e di edizioni. Una scrittura che a volte rasenta quella dei romanzieri e questo perché la mia formazione intellettuale si basa appunto sulla letteratura, la musica e l’arte. La bibliografia è venuta relativamente tardi ma si è come  arricchita di quel patrimonio immenso che mi ha nutrito per i primi anni, quelli della mia formazione primaria.
Oggi, tra l’altro, mi rendo conto di amare quasi esclusivamente la scrittura rispetto alla lettura, una inversione biografica che è iniziata diversi anni fa. Scrivere è una forma di felicità assoluta; leggere anche, ma di tipo diverso. E’ come la scultura che toglie materia e la pittura che invece l’aggiunge. Da qualche anno mi sento molto più pittore che scultore. Scrivere mi riesce molto più ‘naturale’, leggere di meno.

Se non è chiuso in libreria cosa ama fare?

Come amava dire il grandissimo Carlo Bo: nella mia vita in fondo cosa ho fatto? Leggere e scrivere.
Anche io credo di non fare altro, ma che significa però tantissimo, badi bene.
Leggere non è ‘solo’ leggere, così come scrivere non è ‘solo’ scrivere. Poi amo molto il jazz, Bach in assoluto tra i classici, e poi frequentare mercatini di piccolo antiquariato, non necessariamente librario, raccogliere ritagli di giornali e riviste sui temi di mia competenza.
Frequento pochissima gente.

E se ama leggere, predilige solo ciò che è inerente al suo lavoro?

Assolutamente no. Leggo romanzi, poesie, riviste. Tutto dev’essere però particolare, trame particolari, scritture che mi scuotano, mi incuriosiscano, autori che seguo da sempre, romanzieri ma anche filosofi (vengo dal mondo della sociologia, dove mi sono laureato).
​Insomma la scrittura che esula dal mio lavoro mi intriga moltissimo ma finisco, prima o poi, per collegarla e connetterla proprio col mio lavoro.

Ho lasciato per ultima la domanda sul suo libro Breve storia del segnalibro, che mi ha intrigato parecchio

Perché ha scelto proprio il segnalibro come elemento principale?

Il segnalibro è un oggetto povero e ‘inutile’, nel senso che ognuno lo ha quasi sempre sottomano e lo da per scontato, senza chiedersi se ha o meno una ‘storia’. Ma anche le cose inutili “che pur sono belle”, come ha giustamente scritto la mia amica Carmen Verde sul segnalibro allegato al libretto, una frase che amo molto. In fondo amo fi più gli umili e i dimenticati, siano oggetti, persone o libri. Da oltre vent’anni mi interesso di segnalibri; il mio primo libretto lo pubblicò l’amico e libraio antiquario Gaetano Colonnese, poi vennero anche articoli su riviste, anche scientifiche, come quando mi interessai dei segnalibri della prima Collana della casa editrice Sellerio, la “La civiltà perfezionata” creata da Leonardo Sciascia.
Scrissi infatti un saggio su questi importanti segnalibri che venne pubblicato sulla rivista ‘Paratesto’. Poi ho iniziato a collezionarli ma senza l’ansia del collezionista e oggi ne posseggo un migliaio, tra rari e moderni. Di recente mi è ripresa la voglia di scriverne, in maniera più documentata rispetto a vent’anni fa e con tutta l’esperienza bibliografica accumulata in questi anni. E sono grato a Roberto Russo, l’editore di Graphe.it che, chiedendomi se avessi voglia di riprendere quel mio vecchio libretto per farne una nuova e più ampia pubblicazione, mi ha dato la possibilità di studiare nuove cose, leggere nuovi documenti, riprendere in mano vecchie pubblicazioni, osservare nuovi dipinti, insomma quello che è poi diventata questa Breve storia del segnalibro che devo dire sta incuriosendo abbastanza e ne sono felice, ovviamente.

La sua è stata una ricerca accurata a tutto tondo, non tralasciando nulla, è riuscito veramente a raccontare tutta la storia?

Nessuna storia la si riesce a raccontare nella sua interezza. Restano vuoti, lacune, ombre, lacerazioni, mende, ed è questo il fascino supremo della ricerca. L’importante è dedicarsi anima e corpo a un progetto, documentarsi, essere onesti con sé stessi e con il lettore, trasmettere le proprie conoscenze, condividerle, fornire elementi per ulteriori ricerche, suscitare interesse e curiosità, indicare tracce. Il resto viene da sé ma non è mai ‘tutta la storia’. Come nella meravigliosa poesia di un poeta che ho amato moltissimo, il turco Nazim Hikmet, Il migliore dei mari che dice: Il più bello dei mari / è quello che non navigammo/. Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto/. II più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti/. E quello che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto.

Pensa potrà esserci una continuazione?

C’è sempre una qualche ‘continuazione’, è un fatto filosofico prima che scientifico. Solo gli sciocchi pensano di avere detto tutto oppure, che è peggio, di avere scritto tutto quanto andava scritto.

Il tempo in sua compagnia è trascorso velocemente e piacevolmente. Mi ha concesso l’opportunità di conoscerla un pochino di più rispetto a ciò che si legge di norma, ed ho appreso anche una nuova parola – Mende – per la quale ho fatto una ricerca personale, e con la quale cercherò di ricavarne un articolo, perché è la prima volta che l’ho incontrata.

Buona vita.

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Entrare nella vita delle persone non è semplice. Noi cerchiamo sempre di raccontare qualcosa dei nostri autori attraverso le interviste.
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