Prosegue il viaggio di Filosofiamo nel mondo misterioso della mistica, in particolare di quella nordica. Dopo le visioni angeliche di Swedenborg, oggi è il turno di Sigrid Undset, scrittrice premio Nobel che per tutta la sua esistenza non ha fatto altro che chiedersi: è possibile vivere una vita autentica senza fare i conti con il sacro?
Non con la religione nel senso istituzionale del termine, con le sue regole, i riti e le gerarchie ecclesiastiche, ma con qualcosa di più intimo e scomodo: il senso che le proprie azioni abbiano un peso reale, che le scelte lascino tracce che non si cancellano, che esista qualcosa come la colpa e, chissà, magari anche come la redenzione.
Sigrid Undset: una vita controcorrente

Sigrid Undset nacque nel 1882 a Kalundborg, in Danimarca, da padre norvegese e madre danese. Il padre, Ingvald Undset, era un archeologo appassionato della Norvegia medievale e questa passione, trasmessa alla figlia durante l’infanzia, avrebbe segnato in modo indelebile tutta la sua opera letteraria. Alla morte del padre, Sigrid, poco più che undicenne, si ritrovò a lavorare come segretaria per sostenere economicamente la famiglia che, nel frattempo, rimasta senza risorse, si era trasferita a Cristania, l’attuale Oslo.
Questa esperienza non fu un semplice intermezzo prima del successo ma si rivelò estremamente formativa. Undset, infatti, conobbe dall’interno la vita delle donne della classe media norvegese di inizio Novecento — le costrizioni economiche, la dipendenza dal matrimonio, la difficoltà di costruire un’identità autonoma in una società che non la prevedeva. I suoi primi romanzi — tra cui Jenny, del 1911 — esploravano questi temi con uno sguardo crudo e privo di sentimentalismi, e le valsero fin da subito una reputazione di scrittrice fuori dagli schemi del tempo. E poi arrivò il Medioevo.
Kristin Lavransdatter (in italiano tradotto spesso come Kristin, la figlia di Lavrans) è una trilogia pubblicata tra il 1920 e il 1922, ambientata nella Norvegia del XIV secolo ed è l’opera che valse a Undset il Premio Nobel nel 1928 e che ancora oggi la colloca tra i grandi romanzieri del Novecento.

La storia di Kristin, dalla giovinezza appassionata alla vecchiaia segnata dalla penitenza, è in apparenza un affresco storico ma in realtà è una delle esplorazioni più lucide e spietate che la letteratura abbia mai prodotto sul rapporto tra libertà, colpa e responsabilità morale.
Kristin sceglie. Sceglie contro la volontà del padre, contro le convenzioni del suo tempo, contro i propri obblighi. E quelle scelte — fatte con piena consapevolezza, mai per ignoranza — la inseguono per tutta la vita, non come punizione esterna ma come peso interno che non si alleggerisce mai del tutto. Undset non moralizza, non condanna, non assolve. Mostra semplicemente come ogni azione generi conseguenze che si irradiano nel tempo in modi imprevedibili, e come fare i conti con questo sia il lavoro di un’intera esistenza.
La scelta del Medioevo come ambientazione non era nostalgia né evasione. Era un espediente filosofico preciso: in un’epoca in cui il sacro era ancora parte integrante della vita quotidiana — non relegato alla domenica mattina ma presente nel modo di lavorare, di mangiare, di amare, di morire — era più facile mostrare come le scelte morali abbiano un peso ontologico reale, non solo psicologico o sociale.
La conversione

Nel 1924, due anni dopo la pubblicazione dell’ultimo volume di Kristin Lavransdatter, Undset si convertì al cattolicesimo. In Norvegia — paese a stragrande maggioranza luterana — fu uno scandalo. Tanto più che la sua vita personale era tutt’altro che lineare: si era sposata con un pittore norvegese da cui aveva avuto tre figli, ma il matrimonio si concluse presto con un divorzio. Non si trattò, insomma, della conversione di una persona in cerca di rispettabilità. Fu piuttosto l’approdo di una ricerca intellettuale e spirituale lunga anni — una ricerca che nei suoi romanzi medievali aveva già lasciato tracce evidenti.
Undset stessa spiegò la sua scelta in termini sorprendentemente razionali: il cattolicesimo le sembrava la tradizione che prendeva più sul serio la natura umana con le sue contraddizioni, le sue cadute, la sua incapacità strutturale di essere all’altezza dei propri ideali. Non una religione dell’ottimismo, ma una religione che guardava in faccia il peso dell’esistenza senza distogliere gli occhi.
Fu grazie a questa sua straordinaria abilità nell’analizzare la società del suo tempo, le sue fragilità e le sue esigenze morali che si accorse del pericolo rappresentato dall’ideologia nazista che si impegnò a combattere sin dai suoi esordi. Durante la Seconda guerra mondiale fuggì dalla Norvegia occupata dai nazisti e si rifugiò negli Stati Uniti, dove scrisse e tenne conferenze fino alla liberazione. Tornò in patria nel 1945 e morì quattro anni dopo, nel 1949. Oggi la Norvegia ha avviato un processo di beatificazione, tuttora in corso.
Non è facile collocare Sigrid Undset nel panorama letterario e culturale. Ai suoi tempi le sue scelte di vita, così come quelle dei suoi personaggi, furono aspramente criticate. Ma forse è proprio questa sua irriducibilità il suo lascito più prezioso. In un’epoca in cui le domande morali tendono a essere risolte in fretta — con un algoritmo, con un orientamento politico, con una terapia — Undset ricordava che certe questioni non si risolvono, si abitano.
Che fare i conti con le proprie scelte non è un processo con una fine, ma una pratica quotidiana. Che il sacro — qualunque forma voglia prendere nella vita di ciascuno — non è un ornamento dell’esistenza ma la sua dimensione più reale e più esigente.