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Recensione dell’audiolibro: Accabadora di Michela Murgia

Un romanzo che entra nell'intimità di due donne e nella storia della Sardegna

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Accabadora di Michela Murgia è stato il mio primo audiolibro e devo dire che è stata un’esperienza interessante. Ero diffidente nell’iniziare ad ascoltare gli audiolibri, perché pensavo di perdere molto della lettura o peggio, avevo paura di addormentarmi. Invece, grazie alla voce di Michela Murgia, ho apprezzato moltissimo questa esperienza.

Accabadora di Michela Murgia, un viaggio nelle antiche tradizioni sarde

accabadora michela murgia einaudiL’ascolto dell’audiolibro di Michela Murgia, Accabadora, è affascinante e ti rapisce completamente. La voce dell’autrice ti accompagna in una storia. La storia non solo di due donne, Maria e Tzia Bonaria, ma nella vita della Sardegna. Un romanzo che parla con eleganza e naturalezza di eutanasia.

Conoscevo già la figura dell’Accabadora ed è proprio questa mia piccola conoscenza che mi ha spinto ad addentrarmi nell’ascolto del romanzo della Murgia.

accabadora michela murgia einaudiLa storia è ambientata a Soreni, paese inventato, ma che potrebbe rappresentare qualunque realtà della Sardegna. Sono gli anni Cinquanta e la protagonista è Maria Listru, l’ultima figlia della famiglia omonima, la quarta come si autonomina nel romanzo.  Tzia Bonaria Urrai è la sua madre adottiva e in paese nessuno capisce il perché di questa scelta, perché all’età di Tzia Bonaria è assurdo decidere di adottare una figlia. In un paese piccolo, una scelta del genere sarebbe saltata di bocca in bocca, ma grazie alla severità di Bonaria ben presto a Soreni l’episodio dell’adozione viene dimenticato.

Bonaria è la sarta del paese, una donna dura e pratica. Maria la osserva mentre confeziona abiti su misura e guarda con curiosità gli uomini intimoriti, vergognosi di fronte a Bonaria. Il perché lo scoprirà solamente anni dopo. Tra le due c’è un rapporto di affetto ma Bonaria è una donna dura, quasi fredda. Si lascia andare poco e racconta solamente a tratti del suo passato. Maria si sente finalmente voluta, amata. Intorno alle due donne ruotano diversi personaggi tra cui Nicola e Andrea Bastiu, due fratelli che cambieranno radicalmente la vita di Maria.

Nicola, appiccando un incendio per vendicarsi di un torto, rimane ferito gravemente a una gamba. Quando gli verrà amputata deciderà di invocare l’accabadora, dallo spagnolo colei che finisce.

Sono tanti i temi affrontati. Il principale è sicuramente il tema, molto attuale, dell’eutanasia. In maniera delicata descrive una pratica, per il Continente considerata aberrante, ma che ha aiutato famiglie e persone malate ad andare avanti. Michela Murgia, attraverso Tzia Bonaria, descrive con una metafora il compito dell’Accabadora: come le ostetriche aiutano i bimbi a nascere, lei aiuta le persone a morire.

accabadora michela murgia einaudiIl premio Campiello 2010

Non è un caso che il romanzo di Michela Murgia abbia vinto il Premio Campiello nel 2010. Con semplici descrizioni e con linearità descrive una regione e le sue tradizioni. Un romanzo che potrebbe essere anche un utile sostegno storiografico.

La sua voce dà ancora più risalto alle vicende raccontate che ci offrono uno spaccato della tradizione sarda antica ma poco conosciuta. Con un ritmo veloce, la Murgia ha saputo bilanciare con grande maestria la lingua italiana  e la lingua sarda.

Chi è l’accabadora

Il termine sardo femina accabadorafemina agabbadòra o, più comunemente, agabbadora o accabadora (s’agabbadóra, lett. “colei che finisce”, deriva dal sardo s’acabbu, “la fine” o dallo spagnolo acabar, “terminare”) denota la figura storicamente non comprovata di una donna che si incaricava di portare la morte a persone di qualunque età, nel caso in cui queste fossero in condizioni di malattia tali da portare i familiari o la stessa vittima a richiederla.

In realtà non ci sono prove di tale pratica, che avrebbe riguardato alcune regioni sarde come Marghine, Planargia e Gallura. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del malato poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami religiosi e della superstizione.

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Ho adorato e amato la lettura e la scrittura della Murgia. L’autrice non ha semplicemente raccontato una storia, ma ha tradotto la sua terra, la resa italiana, leggibile, pur sapendo che la sua isola natia appartiene a se stessa, avvolta negli scialli neri delle donne,  sottomesse ma streghe austere che incutono rispetto, nell’ onore sacro degli uomini, schiavi di quei riti sacrificali e dove la morte aleggia, l’unica certezza umana, evocata attraverso le mani aggrinzite e ossute dell’accabadora per lenire le sofferenze dei corpi  nell’odore acre del silenzio.

È un romanzo che ascolterei all’infinito e credo che nessuna attrice, doppiatrice o lettrice sia in grado di dare la giusta enfasi non solo alle frasi e alle singole parole, ma anche ai silenzi e alla punteggiatura. Si, la Murgia ha saputo trasmettere tutte le pause e i silenzi, ha messo nella giusta luce l’imbarazzo, la paura, la sorpresa.

Michela Murgia, non ha solo parlato e dato voce ad una famiglia, ma ha dato voce e ha materializzato l’idea della morte come atto di pietà per chiunque senta il bisogno di porre fine ai propri dolori.

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Ileana Picariello
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