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Recensione: L’amico speciale di Luca Guardabascio

l'AMICO SPECIALE
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L’amico speciale di Luca Guardabascio, chi bene inizia è a metà dell’opera.

Dimidium factiqui coepithabet -affermava Orazio- come il buongiorno si vede dal mattino.

Un’opera madrigale questa, un romanzo anacronistico, in contrasto con il nostro tempo, infatti sembra proprio ricondurci al Verga, in cui il narratore popolare, sembra condividere la mentalità e i valori dei personaggi raccontati in questa storia, facendoti trovare faccia a faccia con il fatto nudo e crudo e con il modo di pensare degli stessi protagonisti all’interno del mondo rappresentato. Proprio di questo “mondo” quartiere della Tonnara di Palermo il tempo si è fermato! Tutto ha “odore” di Sicilia, si avverte nell’aria, si avverte dalle inclinazioni dialettali, dai termini ormai inconsueti e arcaici inutilizzati dai più, ma che Guardabascio usa per far vivere usi e tradizioni di un tempo andato -esempio lampante: prefica, una donna che dietro compenso prende parte alle cerimonie funebri con canti e lamenti in onore del defunto-. Un sentore aspro dettato dalle esigenze e dal fabbisogno quotidiano.

I bimbi della Tonnara: quei pupi -erano figli di nessuno- gridavano si insultavano, ridevano per strappare attimi di spensieratezza all’inevitabile miseria. Di quel sole erano figli e della luce si nutrivano -occhi e sorrisi macilenti-. Evidente già dall’intro della narrazione, spicca subito il dettaglio che rivestono gli aggettivi, che qui sono un lusso, riguardano appunto i dettagli. Alcune storie si imprimono nella nostra memoria più per certi dettagli che non per la trama, ma non è questo il caso, semplicemente perché quegli stessi aggettivi producono un effetto di realtà, sono referenziali, ci mettono davanti a qualcosa che è così, come in una fotografia. Grazie ad essi l’autore riesce a creare un senso fortissimo di realtà, ma grazie anche ai nomi come gli epiteti che ogni personaggio ha e con cui ti rimembrerai di loro.

Il grosso Carmelo: stupido scimunito lo chiamavano u Cinese per via dei suoi tratti somatici e anche perché ha un cromosoma in più, per questo è speciale, l’amico speciale di Saro; Saro dieci anni e 27 denti: conosciuto come Napulione -non perché gli abitanti del quartiere conoscessero il personaggio storico-. Sognava di diventare grande ed essere come suo zio Mario, indossare la divisa e impugnare u fierru. Si distingueva dai suoi compagni perché amava lo studio ed era arrivato senza intoppi all’esame di 5^ elementare? -non c’è più!- Brillava per intelligenza, furbizia e curiosità.

Erano tutte creature senza speranza di rincasare -avendo come miseria: i vicini di casa, la fame una conoscente sempre presente; tanto che le creature, così erano denominati dalle vecchie della Tonnara, bevevano tanta acqua perché le briciole non riempiono le panze -. Perché la strada e la misera insegnano che c’è onore se rubi, che se finisci in galera sei rispettato, se lavori per la malavita -mafia- tutti si toglieranno il cappello al tuo passaggio e se muori ammazzato finisci negli annali di storia. L’onore, il rispetto, la dignità, la sfida, il rancore e la vendetta. E se proprio uno vuol far parte dello Stato ed indossare l’uniforme diventa un infame. Una società distorta per noi della terra ferma, ma non per i siciliani.

Tutta la vicenda è raccontata per essere vissuta, tutto accade in una sola notte, in un rocambolesco correre per fuggire, che vede per protagonista tutto il quartiere della Tonnara in mobilitazione, in cui tutti cercano tutti. Incontri casuali con gente che inizia a vivere col calar del sole, personaggi inconsueti, strampalati e con vicende tragicomiche che ti faranno percorrere tutta Palermo in lungo e in largo col fiatone. Un ritmo incalzante, un crescendo di emozioni e sensazioni fino all’epilogo, in cui sembrerebbe tutto partito per gioco ed invece il riscontro con la crudezza dei sentimenti traditi. Tutto visto attraverso gli occhi di un bambino ingannato, Saro che cresce e diventa grande in una sola notte e il suo migliore amico, Carmelo, quello speciale, capace di un gesto eroico che sconvolgerà lasciandoti una ferita aperta intorno al cuore. Una storia amara e ingenua come i due bambini, accattivante per gli argomenti trattati, colorata come il cielo e il mare di Palermo, sofferta per l’incuria dei genitori nei confronti dei loro figli e divertente in tante occasioni. Decadente per la miseria e la vita in cui versano i suoi abitanti e verista come non mai, avendo descritto da vero maestro contemporaneo storie che sembrano uscite dal dopoguerra o addirittura ispiratesi al Verismo della seconda metà dell’Ottocento.

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