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Recensione: Capacità vitale, di Francesca Scotti. Bompiani

La storia di una professionista e il suo percorso psicologico di rinascita

capacità vitale
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Leggi la sinossi
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Recensione di Capacità vitale, il romanzo di Francesca Scotti autrice di Ellissi. Bompiani

Caro iCrewer, eccomi oggi a parlarti di questo intenso romanzo psicologico, Capacità vitale, scritto da Francesca Scotti.

Avevo fatto la segnalazione di questo libro proprio un paio di mesi fa, ed ero rimasta colpita in positivo dalla sinossi e devo dire anche dalla cover, di questo bel rosa fucsia acceso, il bel colibrì che volteggia sopra al titolo, che mi trasmettevano un senso di leggerezza, di volontà di spiccare il volo verso cieli tersi e azzurri come le piume del piccolo volatile, e che uniti alla prima parola del titolo, capacità, mi argomentavano un senso di propensione, di propositività.

UN INCIDENTE SUBACQUEO, UNA RAGAZZINA SOLA AL MONDO, UNA GIOVANE AVVOCATA DIVORATA DAL PROPRIO MESTIERE. LA STORIA LUCIDA E ATTUALE DI UNA DONNA IMPIGLIATA TRA VOCAZIONE E MORALE, TRA EGOISMO E E GENEROSITÀ

Queste sono alcune parole sulla presentazione del romanzo. E in effetti lucidità è proprio il tema centrale e centrante di tutto lo scritto; l’analisi della personalità della giovane Adele, l’avvocato protagonista, viene esposta dall’inizio alla fine in maniera precisa, scandita da un ritmo regolare, ma ahimè anche asettica a mio parere; mi sovviene all’istante l’ispirazione per la cover che avrei disegnato io dopo aver letto il romanzo: un orologio a pendolo antico, scuro, coperto nel legno di macchie del tempo. Fermo. Perché nonostante nel racconto si percepisca il senso del percorso, delle difficoltà, della voglia di rinascita che porta Adele a determinate scelte, il ritmo è fin troppo lento, lucido appunto, e almeno a me ha lasciato una sensazione di sconforto. Non nego che ho avuto difficoltà ad arrivare alla fine del libro.

“Avvocato, lei deve convincere questa gente. Con tutti i soldi che le diamo”. Questa volta il tono è teso. “Noi non siamo i cattivi, siamo persone che lavorano. Non si devono permettere”. Adele appoggia la borsa a terra, si mette di fronte ai gemelli. L’espressione sui loro volti e la postura del corpo sono talmente identiche che non sa distinguerli l’uno dall’altro. “Voi non mi pagate per dimostrare qualcosa a chi sta là fuori, un processo non è una gara di popolarità”. Sente il viso caldo e un pizzicore attorno agli occhi. […] “Io devo impedire che l’accusa riesca a dimostrare che avete violato la legge, solo questo. Al Giudice non interessa che siate buoni o cattivi, che collezionate peluche di maialini oppure no. Contano solo i fatti che il pubblico ministero riuscirà a dimostrare. Chiaro?”. I due uomini abbassano lo sguardo. In fondo al corridoio compaiono alcune figure, rumore di tacchi, rumore di passi. Adele si allontana dai suoi clienti, fa scorrere la cerniera della sacca porta-abito. Si toglie il cappotto, indossa la toga, ne sente il peso sulle spalle, mette la pettorina. Si concentra su quello che sta per cominciare.”

Personalmente non sono una fan di stili narrativi caratterizzati da orpelli e ghirigori verbali, e prediligo le frasi brevi e concise perché mi trasmettono meglio i concetti e mi allontanano dalla noia; ma nonostante le indubbie capacità descrittive e narrative dell’autrice mi sono ritrovata appesantita dopo ogni paragrafo. Niente pause, niente digressioni, flashback esposti con la stessa cadenza ritmica; almeno a me tutto questo ha sortito un effetto demoralizzante, stancante. E il finale non è che sia proprio una gran colpo di scena.

L’unico paragrafo la cui lettura mi ha strappato un sorriso è quello in cui si citano dei musicisti e le loro canzoni…

Dai, metti questa” Matteo ha un sorriso bello, luminoso. “So please please please let me, let me, let me*” canticchia. “Che meraviglia questa canzone”. Adele prende la t-shirt. “Good time for a change”, sussurra mentre si toglie la camicetta.

*Please please please let me get what i want – The Smiths – 1984

… che ho tra l’altro colto l’occasione di riascoltare e che mi hanno portata ad una parte del mio passato. Ma tutto ciò non è bastato a farmi apprezzare questa storia, dove anche il cambiamento, la speranza, la vita che va avanti vengono raccontate con freddezza, spietata analisi, tanto da mettere in secondo piano il buono che è insito in essi; certo se lo scopo dell’autrice era questo, beh chapeau perché è riuscita pienamente nell’intento. Io preferisco letture dove almeno un barlume di luce venga fuori dalle righe, ma ovviamente è un mio gusto personale che non va a incidere sulle considerazioni delle capacità artistiche della scrittrice, che ovviamente non posso discutere. Peccato per me, che ho affrontato una lettura che non mi ha regalato soddisfazioni, ma questo non significa che il libro sia un pessimo romanzo e anzi, lo consiglio a chi si sente di affrontare senza sentimentalismi il racconto di una donna forte, della vita che inesorabile fa quello che le pare, di anime che si allontanano e che poi si avvicinano, e di un elemento come il mare che rappresenta metaforicamente proprio tutto questo.

L’AUTRICE

capacità vitaleFrancesca Scotti è laureata in Legge, musicista e autrice di romanzi e racconti. Ama trascorrere il suo tempo tra l’Italia e il Giappone. Con Bompiani nel 2017 ha pubblicato Ellissi.

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In conclusione su

Per quanto mi riguarda la lettura è stata troppo pesante anche se scritta bene, e non mi ha fornito molti spunti di riflessione.

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Per quanto mi riguarda la lettura è stata troppo pesante anche se scritta bene, e non mi ha fornito molti spunti di riflessione.

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