Nel vasto panorama della filosofia cinese antica, c’è un pensatore che per secoli è rimasto nell’ombra, spesso oscurato dalla lunga fama di Confucio e Laozi, eppure capace di idee sorprendentemente moderne — sull’etica, sulla guerra, sulla giustizia sociale. Si chiama Mozi, visse presumibilmente tra il 470 e il 391 avanti Cristo, e fondò una delle scuole di pensiero più originali e controverse dell’intera storia del pensiero orientale: il Mohismo.
Mozi: un artigiano tra i filosofi

La maggior parte dei filosofi antichi, sia orientali che occidentali, apparteneva al ceto aristocratico. La ricchezza, infatti, permetteva agli aristocratici di dedicarsi pienamente alle attività letterarie e filosofiche. Mozi, da questo punto di vista, rappresenta un’eccezione dal momento che proveniva dal ceto degli artigiani o dei tecnici specializzati — c’è chi lo vuole carpentiere, chi fabbro, chi esperto di architettura militare. Qualunque fosse la sua origine, questa estrazione sociale non aristocratica si riflette in modo diretto nel suo pensiero: pratico, concreto, allergico all’ornamento fine a sé stesso.
Visse durante l’Era degli Stati Combattenti, un’epoca di guerra quasi ininterrotta tra i regni cinesi, di sofferenza diffusa tra le classi popolari e di crisi profonda dei valori tradizionali. È in questo contesto che Mozi elabora la sua risposta filosofica, radicale e insieme estremamente pragmatica.
Dopo un iniziale periodo di insegnamento, durante il quale ebbe modo di conoscere (e contestare) anche le altre scuole filosofiche dell’epoca come il confucianesimo, Mozi iniziò a girovagare per i diversi stati cinesi nel disperato tentativo di scongiurare i focolai di guerra. Si racconta che non solo offriva ai comandanti insegnamenti pratici per difendere le proprie città, proteggendole dagli assedi nemici ma pare anche che “sfidasse” apertamente e pacificamente i sovrani cinesi riuscendo a farli desistere dai loro intenti bellicosi.
Il Mohismo: una filosofia d’amore…pragmatico

Il cuore del pensiero mohista è un concetto che in cinese si dice Jian Ai — traducibile come “amore universale” o “amore indifferenziato”. L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: bisogna amare ogni essere umano allo stesso modo, senza distinzioni di parentela, classe o provenienza geografica.
Per capire quanto fosse dirompente questa posizione, bisogna tener presente che il Confucianesimo — la scuola dominante dell’epoca — fondava l’intera etica sulla gerarchia degli affetti: si ama di più il padre che lo straniero, il fratello che il concittadino, il concittadino che il forestiero. Una struttura morale a cerchi concentrici, in cui la prossimità determina il grado di cura dovuta.
Mozi ribaltava questo schema completamente. Nel testo che porta il suo nome, il Mozi, scrive: «Considera il regno altrui come il tuo regno, considera la famiglia altrui come la tua famiglia, considera la persona altrui come te stesso». Non è solo un precetto etico astratto — è una critica diretta all’ordine sociale del suo tempo, che giustificava la guerra, lo sfruttamento e la disuguaglianza proprio attraverso la logica degli affetti differenziati.
Ma sebbene il principio del Jian Ai possa sembrare eccessivamente sentimentalista, in realtà la filosofia mohista è decisamente più pragmatica. Condannava la guerra offensiva in termini assoluti — non per pacifismo sentimentale, ma per una fredda analisi costi-benefici: la guerra distrugge risorse, uccide uomini, impoverisce i popoli. Nessun vantaggio giustifica questo dispendio. È proprio per questo che Mozi e i suoi discepoli si specializzarono nelle tecniche di difesa militare — costruivano macchine belliche per aiutare i regni più deboli a resistere agli aggressori, ma si rifiutavano di aiutare chi volesse attaccare.
Condannava il lusso e i riti elaborati — in particolare i funerali sontuosi e i lunghi periodi di lutto prescritti dal Confucianesimo, che sottraevano tempo e risorse alla produzione. E condannava, in modo che ai moderni suona quasi comico, persino la musica. Non per puritanesimo, ma per ragionamento utilitaristico: suonare e ascoltare musica toglie tempo al lavoro e alle attività utili alla collettività. «Se fare musica fosse davvero qualcosa di buono», scrive nel Mozi, «io non potrei condannarla. Ma i governanti suonano mentre il popolo soffre la fame».
Si trattava chiaramente di una critica feroce ai privilegi delle classi più agiate che si crogiolavano nel lusso e nei piaceri mentre il resto del popolo pativa la fame e gli orrori della guerra.
Un’eredità interrotta

Il Mohismo fu, per un breve periodo, una delle scuole filosofiche più influenti della Cina antica — una vera e propria organizzazione con struttura quasi militare, guidata da un capo detto Juzi, con regole di disciplina rigidissime e una presenza attiva nei conflitti dell’epoca. I discepoli di Mozi non erano intellettuali da salotto: erano uomini d’azione, ingegneri, mediatori di pace.
Poi, con l’unificazione della Cina sotto la dinastia Qin nel 221 avanti Cristo e il successivo trionfo del Confucianesimo come filosofia di stato, il Mohismo si dissolse quasi completamente. Per secoli i suoi testi sopravvissero a malapena, in copie lacunose e poco studiate.
La riscoperta moderna è relativamente recente — e curiosa. Alcuni studiosi cinesi del XX secolo hanno riletto Mozi come un anticipatore del pensiero socialista, altri come un precursore del pragmatismo occidentale, altri ancora come un filosofo della logica e della scienza, dato che il Mozi contiene alcune delle prime riflessioni sistematiche sulla deduzione e sulla causalità nell’intera storia del pensiero cinese.
Resta il fatto che un uomo vissuto quasi 2500 anni fa, figlio di artigiani, abbia costruito un sistema etico fondato sull’idea che non esistano esseri umani che meritino meno cura degli altri — e che lo abbia fatto non con argomenti metafisici, ma con la stessa concretezza con cui progettava macchine da guerra.