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Sogni di carta: intervistiamo Lukas Bernardini autore de La fabbrica di coccodrilli

Lukas Bernardini, autore de La fabbrica di coccodrilli risponde alle nostre domande!

La fabbrica di coccodrilli, eccoti il suo autore: Lukas Bernardini

Ci troviamo quest’oggi nel nostro salotto virtuale, con il nostro Lukas Bernardini, autore de La fabbrica di coccodrilli. Libro accattivante e ironico che abbiamo letto con molto piacere e che abbiamo recensito.

Ciao Lukas, innanzitutto ti ringraziamo per aver deciso di rispondere alle nostre domande e di dedicarci parte del tuo tempo. Da quanto scrivi? Ricordi qual è stata la prima cosa che hai messo su carta? Cosa rappresenta per te la scrittura?

Da che io ricordi ho sempre avuto l’ambizione di riuscire a raccontare delle storie con parole mie per trasmetterle agli altri, io non credo che si diventi scrittori in un preciso momento, è uno stimolo con cui si nasce. Semmai poi si diventa professionisti della scrittura, ma questa è una cosa diversa.

Il primo tentativo di esprimermi in forma letteraria sfociò in una poesia, si chiavama La vendemmia, mia madre la ritrovò in un cassetto di mio nonno, poco dopo la sua morte. Credo risalga a quando avevo otto anni. E poi non ho più smesso. Pur con le mie pause, ho continuato a scrivere poesie, poi canzoni, racconti brevi, racconti lunghi, fino alla Fabbrica di Coccodrilli, che è il mio primo romanzo.

Ho anche vinto un premio per la miglior sceneggiatura per cortometraggio, nell’ambito del Terra di Siena Film Festival, proponendo una personalissima rivisitazione del mito biblico di Caino e Abele. Il cortometraggio, purtroppo, non è mai stato realizzato, spero che prima o poi qualche regista si faccia avanti!

La scrittura è autoanalisi. Un sistema eccellente di guardare dentro se stessi e alla propria vita con il distacco della narrazione, che instaura una barriera fra l’occhio che guarda e il cuore che sente. Posto che per risultare credibile devi imbottire le tue storie di verità, lo scrivere diventa una scomoda voce interiore che spesso ti dice cose che non vorresti sentire, ma al contempo ti aiuta a crescere.

I tuoi generi letterari prediletti?

In questo senso sono piuttosto onnivoro. Amo i romanzi sotrici come I Miserabili, o i classici russi come Anna Karenina o I Fratelli Karamazov, sono un lettore lento e puntiglioso, questi libri mi hanno accompagnato per anni, tanto ci ho messo a leggerli. Però mi hanno lasciato moltissimo e, quando ci ripenso mi calo immediatamente in quelle atmosfere, come se quelle storie le avessi vissute.

Poi magari mi prendo una pausa leggendo un romanzo di John Fante, autore che amo moltissimo e di cui ormai, purtroppo, ho già letto tutte le opere.

In mezzo posso infilarci narrativa d’inchiesta, come Maschere per un Massacro di Paolo Rumiz o Preghiera per Cernobyl di Svjatlana Aleksievic. L’ultimo libro letto, comunque, è il Pinocchio di Collodi e, attualmente sto leggendo Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol nella versione originale, in inglese.

La fabbrica di coccodrilli: una storia da leggere

Hai scritto questa incredibile storia La fabbrica di coccodrilli che, ti confesso, ho letto molto velocemente. Una vicenda veramente carina, tra realtà e finzione: ti sei ispirato a qualcosa per la sua stesura?

In realtà è nato prima il titolo, in modo del tutto estemporaneo. Mi pareva un bel titolo per un libro per bambini, e così ci ho costruito sopra una storia. Ma poi quelle che ne è uscita non è esattamente  una storia per bambini, e nemmeno specificatamente per adulti. Penso rientri nel genere fantastico, aperta a chiunque abbia voglia di stare al gioco. Ecco, forse si trata di questo: un gioco letterario.

Nel libro troviamo questo ragazzino, Carlo Bugelli, che è veramente un portento: ironico, simpatico, già con le idee chiare, anche qui, hai tratto ispirazione da qualcuno di tua conoscenza?

La Roma degli anni ’80, il protagonista, i suoi genitori e vari personaggi di contorno, professori compresi, sono ispirati a ricordi della mia infanzia. Inizialmente Carlo doveva ricalcare il mio carattere da bambino, quindi essere una sorta di mio alter ego. Ma poi ha finito per delineare il suo carattere da solo e diventare un personaggio indipendente.

I personaggi più aderenti alla realtà, invece, sono i genitori di Carlo, in tutto simili ai miei. E, per quanto strano possa sembrare, anche quel professore di ginnastica matto, rispondente al nome di Udo Uzzi, è esistito per davvero. Ovviamente aveva un altro nome.

Che ricordi hai di te durante il periodo scolastico? Che studente eri?La fabbrica di coccodrilli

Non ho mai amato la scuola. Mai. Pochissimi i maestri o professori con cui abbia instaurato un buon rapporto, sebbene di alcuni abbia avuto rispetto. I ricordi sono moltissimi, alcuni davvero vividi, perfino quelli delle elementari, ricordo i litigi, i guai combinati, le risate, le arrabbiature, le tristezze.

Come studente ero contro. Dotato di capaticà ma scarsissimo nell’impegno, capace poi di studiare per conto mio autori che erano sui libri ma non nel programma.

Scrivevo bene, ma andavo costantemente fuori tema, e credo che leggendo La Fabbrica si capisca il perché. Ero anche molto polemico, ma non antipatico. Avevo molti amici.

Ricordi i tuoi compagni? Tieni i contatti con qualcuno di loro? E le insegnanti?

Li ricordo tutti, stranamente meglio quelli delle elementari e delle medie che quelli del liceo. Il povero Fabian Kraustofel e il Chierichetti della storia sono vagamente ispirati a due compagni delle elementari.

L’unico di quell’epoca con cui sono ancora in contatto non è finito nel libro, almeno non in questo, in futuro chissà, comunque siamo molto amici e, nononstante viviamo a trecento chilometri di distanza (ma in passato sono stati anche molti di più) ci siamo sempre frequentati e continuiamo a farlo.

Dei compagni delle medie ce ne son altri tre con cui ho avuto contatti e mi capita di vedere, anche se molto raramente. È buffo, ma le dinamiche dei rapporti restano abbastanza invariate, nonostante gli anni passati. Con gli insegnanti no, nessun rapporto è durato oltre il periodo scolastico.

Qual era la tua materia preferita e quella che più mal tolleravi?

Italiano e storia le favorite, matematica la più odiata. Fino a quando al liceo, dopo essere stato rimandato a settembre, non feci ripetizioni con una professoressa di origini francesi che era un vero fenomeno e mi cambiò totalmente la prospettiva. La materia che per me rimase sempre un vero arcano è fisica. E sono figlio di un fisico nuclerare…

Come mai hai ambientato la tua storia negli anni ottanta?

Scelta obbligata, in quanto non avevo elementi sufficienti per raccontare verosimilmente l’infanzia dei nati dal duemila in poi. Inoltre, torando al discorso dello scrivere come forma di autoanalisi, ricostruire il mondo in cui ero cresciuto mi offriva la possibilità di comprendere meglio l’uomo che ero diventato e il mondo in cui stavo vivendo. Ed era anche incredibilmente divertente.

In questa tua narrazione c’è la politica che fa sfondo: sei appassionato di politica? Non credi che, in fin dei conti, cambiano i tempi, passano gli anni, ma la situazione di allora, per certi versi, non è lontana da quella presente oggi?

Il senso della politica l’ha già ampiamente spiegato Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Non sono affatto appassionato di politica, ma avevo bisogno di un cattivo. Chi meglio di un politico?

Hai in cantiere un prossimo romanzo?

Sì, ci sto lavorando. È ambientato agli inizi del duemila ed è una storia autobiografica. Ho vissuto a lungo in Messico e, per tre anni, ho lavorato nel delfinario di un parco acquatico a Puerto Vallarta. Ci occupavamo di una coppia di delfini, due otarie della California e tre leoni marini. Davamo spettacoli, nuoti, terapie.

Un’esperienza incredibile, meravigliosa e dolorosa al contempo, che mi ha cambiato la vita sotto molti aspetti. Nel nuovo romanzo parto da un viaggio fatto con mio fratello a bordo di una Ford Mustang del 1980 in pessime condizioni, da Puerto Vallarta a Città del Messico, che divenne occasione per una riflessione profonda su quei tre anni passati a lavorare nel delfinario.

Caro Lukas, eccoci giunti al termine di questa nostra chiacchierata, non possiamo che rinnovarti il nostro sentito ringraziamento per averci reso partecipe di quelli che sono i tuoi pensieri. Alla prossima storia!

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