Il protagonista dell’odierno appuntamento con Filosofiamo è Georges Bataille, un pensatore eccentrico ed eclettico che in vita, probabilmente, è stato conosciuto più per il suo modo di vivere che per il suo pensiero. Pensiero che, tuttavia, è stato riscoperto da alcuni filosofi successivi e che, forse, oggi più che mai vale la pena tornare a leggere.
Georges Bataille: la vita

Bataille nacque nel 1897 a Billom, nella regione francese dell’Alvernia, ma si trasferì poco dopo a Reims. La sua è una famiglia segnata sin dall’inizio dalla malattia: il padre si ammalò presto di sifilide a causa della quale rimase cieco e paralizzato e le frequenti crisi neurologiche finirono per gravare anche sulla madre che tentò per ben due volte il suicidio.
Questo forte clima di instabilità familiare fu forse una delle ragioni che spinse il giovane Bataille ad avvicinarsi al cattolicesimo prima per poi abbandonarlo prepotentemente poco prima del completamento dei suoi studi. A Parigi, infatti, si laureò in archivistica e trovò impiego come bibliotecario presso la Biblioteca Nazionale di Francia. E da qui che conoscerà alcuni tra i maggiori esponenti del surrealismo francese ed è sempre da qui che entrerà in contatto con le posizioni filosofiche dei più grandi pensatori del Novecento come Hegel e Nietzsche.
Fu una personalità instancabile ed eclettica e si dedicò ai campi più disparati (antropologia, storia, economia, erotismo ecc…) nelle forme più disparate. Oltre ai saggi, infatti, scrisse lettere, articoli di giornale, diari e persino romanzi ma molte di queste opere furono pubblicate con degli pseudonimi per non incappare nella censura a causa delle tematiche trattate, spesso scabrose o politicamente “scorrette” per l’epoca.
Morì nel 1962, relativamente poco conosciuto al grande pubblico. La sua riscoperta arriverà dopo, grazie a pensatori come Michel Foucault e Jacques Derrida, che in lui riconosceranno un precursore fondamentale.
Il dispendio: un’economia al contrario

All’inizio del 1933 Georges Bataille pubblica sulla rivista «La Critique sociale» un saggio dal titolo La nozione di dépense all’interno del quale sono presenti tutti i cardini del suo sistema filosofico che poi confluiranno anche in La parte maledetta, forse il suo scritto più celebre tra i saggi filosofici.
In verità, la riflessione iniziale di Bataille è di tipo economico. Gli economisti e la logica capitalistica si basa sull’idea di crescita, cioè sul modo più efficiente di sfruttare le limitate risorse del pianeta per soddisfare le esigenze, potenzialmente infinite, dell’essere umano: più si produce, più siamo soddisfatti quindi maggiore produzione indica maggiore soddisfazione e felicità.
Bataille rovescia questo assunto con una riflessione di natura scientifica: il sole irradia energia sulla Terra in quantità enormemente superiore a ciò che i sistemi viventi riescono ad assorbire. C’è sempre un eccesso, un surplus che non può essere accumulato all’infinito e che deve, in qualche modo, essere dissipato. Questa legge fisica diventa per Bataille una legge universale: ogni sistema — biologico, sociale, economico — produce più energia di quanta ne consumi, e il problema fondamentale non è come produrre di più, ma come spendere questo eccesso.
La dépense, che potremmo tradurre anche se impropriamente con dispendio, non è altro che il modo che tutte le società hanno di disperdere questa eccedenza. Se non adeguatamente smaltita questa energia in eccesso esplode in forme di dispendio distruttive come guerre, genocidi, rivolte ecc… ed è qui che si nasconde l’errore più grande delle società moderne e capitalistiche. Queste, secondo Bataille, hanno cercato di eliminare il dispendio reinvestendo ogni surplus in nuova produzione, in crescita continua. Il risultato? Un sistema che accumula tensione senza mai scaricarla davvero.
“Sprecare” il nostro tempo

Ma questa logica del dispendio non si applica soltanto alle società umana, ma anche a noi e alla nostra vita quotidiana. Anche noi produciamo molta più energia di quanto pensiamo, energia che cerchiamo di convogliare nelle nostre attività giornaliere che, inconsciamente, tendiamo a rendere il più produttive possibile. Lavoriamo per accumulare ricchezze, ci riposiamo per essere più operativi e persino il tempo libero è occupato da attività che devono in qualche modo darci qualcosa.
Ma il dispendio non funziona in questo modo. Finchè siamo legati alla logica dell’utile, del dover necessariamente avere un ritorno da tutto ciò che facciamo non riusciremo mai a disperdere veramente le nostre energie in eccesso ma ne rimarremo schiacciati. Ridere, piangere, contemplare, giocare, celebrare: se “sprechiamo” il nostro tempo in questo modo, se viviamo queste esperienze in modo davvero disinteressato allora possiamo dirci veramente liberi. Non perché abbiamo ottenuto qualcosa, ma perché abbiamo smesso di voler ottenere.
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’ottimizzazione. Ogni minuto deve essere produttivo, ogni esperienza deve generare valore, ogni relazione deve essere “nutriente”. Le app misurano il sonno, i podcast insegnano a meditare in modo efficiente, persino il tempo libero è diventato una performance da documentare sui social. Bataille ci lancia una provocazione semplice e scomoda: e se stessimo sbagliando tutto? E se il senso della vita non si trovasse nell’accumulo — di denaro, di esperienze, di follower, di competenze — ma nel saper spendere, donare, “sprecare” il nostro tempo senza chiedere nulla in cambio?
È una domanda che vale la pena tenere aperta. Del resto, farsi domande senza aspettarsi alcuna risposta non è forse un ottimo modo di disperdere le nostre energie?