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Donne, fotoreporter di guerra

Lifestyle: Donne, fotoreporter di guerra, ne hai sentito parlare?

Sono tante le donne straordinarie che hanno svolto il ruolo di reporter di guerra, andiamo a conoscerne qualcuna!

Cosa ne sai delle donne, fotoreporter di guerra?

Le guerre, lo sappiamo bene, non conducono mai a nulla di buono, portano con sé morte e distruzione, lasciano una ineluttabile scia di disperazione negli occhi dei superstiti. Tante solo le testimonianze fotografiche che ci sono sempre giunte, ed è anche grazie a queste se noi, oggi, conosciamo le immagini indelebili  che si ripropongono dinanzi ai nostri occhi.

Donne, fotoreporter di guerra: Dickey Chapelle e Alice Therese Emma Schalek

Inizialmente, il ruolo del fotoreporter di guerra era di esclusiva pertinenza maschile e assolutamente bandito alle donne: ritenute deboli e non adatte a essere inviate sui luoghi di guerra a testimoniare, attraverso la macchina fotografica, ciò che accadeva.

Eppure, le donne, con la notoria forza di volontà che da sempre le contraddistingue, sono riuscite a scalfire quel pregiudizio Donne, fotoreporter di guerrache vietava loro di essere delle reporter di guerra, a contraddire quella ideologia che considerava come adatti a quel ruolo solo gli uomini, e a suon di gomitate e ferrea volontà si sono fatte spazio riscattando quel ruolo che gli uomini si erano cuciti addosso, come il migliore degli abiti.

Tanti sono i nomi di donne indimenticabili passati alla storia e che sono state accreditate e inviate sul fronte a immortalare, con i loro scatti, le brutture della guerra, ma anche a lanciare dei messaggi di pace e speranza attraverso la spontaneità di attimi catturati dall’obiettivo delle loro macchine fotografiche.

Tra queste possiamo ricordare Dickey Chapelle, moglie di Tony Chapelle. Una donna, Dickey, indomita che aveva un sorriso gentile per tutti. Essa non ha avuto paura di affrontare la guerra e di mostrare al mondo le atrocità della stessa.

Dickey documentò la Seconda Guerra Mondiale e cadde prigioniera durante la Rivoluzione Ungherese. Una fotoreporter che sempre sarà ricordata non solo per la sua indiscutibile bravura, ma anche per l’eleganza che la contraddistingueva e che sapeva mantenere anche sui campi di guerra: indimenticabili i suoi orecchini di perle.

Dickey morì, raggiunta al collo da un proiettile, durante la guerra a Cuba, divenendo la prima fotoreporter americana uccisa in guerra.

Possiamo citare un’altra grande donna che decise di voler essere una fotoreporter di guerra: Alice Therese Emma Schalek. Questa, nel 1915, divenne la prima reporter accreditata dall’Ufficio Informazioni bellico austro-ungarico.

Tuttavia, quell’accreditamento accolto con soddisfazione e orgoglio le venne revocato nel 1917 in ragione di numerose polemiche mosse da uomini -nemmeno a precisarlo- perché lei, donna, era stata accreditata come reporter di guerra.

Al termine della Prima Guerra Mondiale, Alice riprese la sua attività di giornalista e fotografa impegnandosi nella tutela dei diritti delle donne, morì nel 1956 a New-York.

Donne, fotoreporter di guerra: La vasca del Führer, Elizabeth Lee Miller

Qualche tempo fa ho letto uno splendido libro: Il segreto della fotografa francese di Natasha Lester, un romanzo che mi ha presa nella lettura e coinvolta a livello emotivo. Sono grata a questo romanzo per vari motivi, fra questi: il fatto di avermi permesso di conoscere la straordinarietà di tutte quelle donne che hanno scelto di essere delle fotoreporter di guerra, ma soprattutto di avermi fatto incontrare la figura di Elizabeth Lee Miller: una donna eccezionale che ha lasciato un’impronta indelebile.

Emblematica è la fotografia che la ritrae all’interno di una vasca da bagno, ai piedi della stessa un paio di scarponi ricoperti di fango poggiati su un tappeto anch’esso bianco, immacolato.

Lee era reduce di scatti lanciati all’interno del campo di concentramento di Dachau, la vasca da bagno è quella di Hiltler. Un’immagine forte ma significativa al tempo stesso e che arriva dritta al cuore.

Un libro che ti voglio suggerire, a tal proposito, è La vasca del Führer di Serena Dandini, edito da Einaudi.

«Un’istantanea in bianco e nero coglie una donna dalla bellezza struggente immersa in una vasca da bagno del tutto ordinaria. Guardando bene, però, in basso ci sono degli anfibi sporchi di fango, e in un angolo, sulla sinistra, un piccolo quadro. Donne, fotoreporter di guerra

Il viso nella cornice è quello di Adolf Hitler, il fango è quello di Dachau; lei, la donna, è Lee Miller: ha da poco scattato le prime immagini del campo di concentramento liberato, e ora si sta lavando nella vasca del Führer.

Prendendo spunto da una fotografia che ha scoperto per caso, Serena Dandini si mette sulle tracce di Lee Miller Penrose, una delle personalità più straordinarie del Novecento. La cerca nei suoi luoghi, «dialoga» con lei, ripercorre la sua esistenza formidabile – che ha anticipato ogni conquista femminile – in un avvincente romanzo, una storia vera, tra i fasti e le tragedie del secolo scorso.

Modella, fotografa, reporter di guerra, viaggiatrice appassionata, Lee Miller è stata una donna libera ed emancipata in un tempo in cui esserlo era pressoché impossibile. Nel giro di pochi anni, dall’essere un’icona della moda, la più bella ragazza d’America, è passata a ispirare grandi artisti e a produrre arte lei stessa.»

Ritengo che questa figura delle reporter di guerra, sia una figura che abbia lasciato un segno permanente nella storia,  donne che con coraggio non hanno avuto paura di imbracciare la loro macchina fotografica, indossare gli scarponi, l’elmetto e andare in guerra.

Probabilmente, ciò che -forse- contraddistingue il modo di fotografare di uomini e donne risiede nel fatto che queste ultime, impiegando quella sensibilità che è a loro insita, unita alla loro immancabile tenacia e caparbietà, riescono a rendere parlanti le immagini catturate dal loro obiettivo.

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