STORIA DELLA COLONNA INFAME

Milano, 1630. Mentre infuria la peste (la stessa de I promessi sposi) comincia a circolare il sospetto che i responsabili siano esseri diabolici, gli untori, che la diffondono con pozioni e intrugli di loro fabbricazione. La fantasia popolare dilaga e dei poveri innocenti vengono malmenati o addirittura linciati dalla folla inferocita. La storia che racconta Alessandro Manzoni, basandosi come al solito su documenti autentici, è quella di un processo sommario a dei presunti untori che i giudici avevano fretta di trasformare in capri espiatori a cui accollare la responsabilità del contagio. La legislazione dell’epoca prevedeva l’uso della tortura per cui si riesce facilmente a farli confessare; la condanna a morte viene eseguita con un protocollo dalla ferocia inaudita. Quasi due secoli dopo Manzoni riapre il processo per dimostrare che i giudici pur «con la più ferma persuasione dell’efficacia dell’unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura [e aggiungiamo, pur con l’enorme pressione sociale provocata dalle circostanze], potevano riconoscere innocenti». Ogni uomo, anche nelle circostanze più avverse, sostiene Manzoni, ha il dovere e la possibilità di esercitare il suo libero arbitrio e di scegliere tra il bene e il male. La coscienza individuale si deve imporre a qualsiasi «sogno perverso e affannoso» in cui la barbarie cerca di farla naufragare.

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