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Andrea Melis, poeta parolaio, dal web alla poesia

Andrea Melis: si autodefinisce poeta parolaio e ha riempito di parole e poesia la sua vita, il web e i suoi libri pubblicati da Feltrinelli Editore

Andrea Melis
Andrea Melis
Chi non sa commuoversi leggendo versi che toccano il cuore, ha perso per strada un pezzo importante della sua umanità.

Se per pura curiosità cerchi in rete informazioni su Andrea Melis, non avrai che l’imbarazzo di scegliere cosa leggere. Dire che è molto presente nel web è puro eufemismo. Il poeta parolaio, come si auto-definisce è nato in rete ed essenzialmente in rete continua la sua attività poetica.

Iniziata attraverso il social più social che c’è, il tanto bistrattato Facebook che se da un lato raccoglie gli odiatori seriali e i cosiddetti leoni da tastiera, dall’altro dà spazio a chi, pur valendo molto, spazio non trova altrove, la sua attività di poeta parolaio è riuscita a bucare lo schermo del computer, per arrivare direttamente al cuore di migliaia di follower che non solo lo seguono, ma lo sostengono fattivamente.

È opportuno però, prima di far parlare la poesia di Andrea Melis, conoscere la sua storia. La sua vita, l’approdo alla Feltrinelli, casa editrice con la quale ha pubblicato diversi libri, ha il sapore delle favole antiche, quelle dove alla fine trionfano i talenti nascosti agli occhi del mondo.

Andrea Melis

Andrea Melis Biografia in forma di racconto

Ho quasi sempre sbagliato tutto. Fin dagli studi. Sono nato a Cagliari nel 1979 e ho fatto l’Istituto Tecnico per Geometri pensando fosse una variante del Liceo Artistico. Ma in programma c’erano solo scatole quadrate tutte uguali e righe dritte da disegnare.
All’esame di maturità presi il massimo dei voti in italiano scritto e orale, ma sbagliai una formula da prima superiore nel compito più importante: il calcolo di un plinto in cemento armato.

La commissione d’esame era perplessa. Il presidente mi chiese sottovoce cosa avrei voluto fare da grande. Quando gli risposi “lo scrittore”, pretese gli giurassi solennemente davanti a tutti che non avrei mai costruito nulla: né una casa né una cuccia per cani. Lo giurai. Mi diedero sessanta/sessantesimi.

Questo piccolo estratto è solo l’inizio della sua autobiografia: Andrea Melis ha voluto parlare di sé stesso raccontandosi e ti posso assicurare, caro lettore che è uno spasso. L’ironia e l’autoironia fanno parte del suo DNA in maniera consistente, come hai appena potuto constatare.

Mi sarebbe piaciuto riportare tutto il racconto che Andrea Melis fa della sua vita ma in questa rubrica, come ben sai, lo spazio è riservato esclusivamente alla poesia. Di poesia, ma non solo, si occupa magistralmente Andrea Melis e solo di quella parliamo oggi. Magari avrò qualche altra occasione di parlarti del Melis scrittore, altrettanto interessante e pieno di belle iniziative, come quella che recentemente lo ha visto impegnato con Emergency di Gino Strada.

Andrea Melis poeta parolaio ha cominciato a scrivere poesie sulla sua pagina Facebook: per gioco, per passione, per scaricare le tensioni e le insoddisfazioni che un operatore di call center accumula giorno dopo giorno. Il lavoro di operatore presso un call center gli serviva per poter vivere, perché sappiamo bene che di poesia non si mangia.

Giorno dopo giorno, parola dopo parola, poesia dopo poesia, Andrea Melis ha visto crescere i suoi estimatori ed i seguaci del suo profilo social: come in una bella favola la notorietà arriva in rete. Una notorietà basata sulla sostanza, non di certo sull’effimero perché chi sa scegliere parole ed incastonarle come pietre preziose a comporre gioielli di poesia, merita quel pizzicotto della fortuna sul sedere che fa la differenza.

È vero che la dea bendata distribuisce i suoi favori come meglio crede, ma nel caso di Andrea Melis ha proprio centrato il bersaglio. Un autore capace di trattare argomenti scottanti come l’immigrazione senza nessuna retorica e con quel filo d’ironia che non appesantisce ma spinge a profonde riflessioni, è davvero poeta. Al di là di ogni facile etichetta.

Di Andrea Melis, Ma dimmi tu questi negri

Ma dimmi tu questi negri che vengono a prendersi per disperazione ciò che noi ci prendemmo con la violenza, la spada e la croce santa, lasciandoci dietro solo disperazione.

Ma dimmi tu questi negri che hanno cellulari e guardano le nostre donne, mentre noi da sempre ci fottiamo le loro un tanto a botta nelle strade nere delle periferie, e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre, e come osano poi questi negri avere desideri proprio uguali ai nostri manco fossero umani

Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare come se fosse messo lì per viaggiare e non per tenerli lontani, per galleggiare e non per affondare, per andare e non per tornare

Ma dimmi tu questi negri ex schiavi dei bianchi che vengono qui a rubarci il pane proprio ora che gli schiavi siamo noi messi in ginocchio e catene da politici e finanzieri bianchi con colletti bianchi e canini e incisivi sorridenti e perfettamente bianchi, che in meno di trent’anni ci hanno fatto schiavi

Ma dimmi tu questi negri che hanno scoperto ora che la terra è una, è rotonda, e che a seguire la rotta della loro fame si arriva dritti dritti alla nostra opulenza

Ma dimmi tu questi negri che facessero come i nostri nonni: cioè tornare nella giungla e sui rami alti visto che sono loro i nostri progenitori e che l’umanità è tutta africana.

Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura.

Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste, le loro miniere, il loro passato, il loro presente ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita e un futuro a cui dimmi tu, questi negri, non rinunciano mica.

Ma dimmi tu questi negri che si portano il loro Dio da casa anziché temere il nostro, e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua ma benissimo le loro che però noi non capiamo.

Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano né far mettere piede in casa, sebbene a ben guardare abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi proprio come i nostri.

Il brano che hai appena letto è stato uno dei primi di Andrea Melis a comparire in rete e a riscuotere un enorme numero di condivisioni: la sua avventura e la notorietà di poeta parolaio è cominciata da qui. E ci sta tutta.

In questo brano che esula dalla poesia classica ma che pregnante di contenuti, porge con amara ironia una triste verità al lettore, c’è  vera arte poetica. Senza rime, senza metrica, espressa in versi liberi quasi prosastici, ma densa di musicalità e ritmo, la poesia si sprigiona in tutta la sua essenziale semplicità.

Sono stati proprio questi versi ad attirare la mia attenzione su Andrea Melis, a scatenare la mia curiosità e, come mia abitudine, ad indagare scoprendo che la poesia è inserita in una raccolta del 2018, Piccole tracce di vita. Poesie urgenti, edita da Feltrinelli.  Che dirti? Quello che ho scoperto, è inutile ribadirlo, mi è piaciuto molto.

Consacrati all’eterno di Andrea Melis

E adesso in conclusione, sperando di non averti annoiato, ti propongo un altro testo poetico di Andrea Melis, più recente, degno di essere letto e gustato per intero,  Consacrati all’eterno: realistica e commovente fotografia del periodo sospeso tra timore e speranza che il mondo intero sta vivendo.

Non ti stupisca nè ti sembri eccessivo il termine commovente: chi non sa commuoversi leggendo versi che toccano il cuore, ha perso per strada un pezzo importante della sua umanità.

Andrea Melis, poeta parolaio

Lavatevi le mani
ma andate scalzi
e baciate la terra ferita.
Starnutite pure nel gomito
ma leccate le lacrime di chi piange.
Non viaggiate a vanvera
ora è tempo di stare fermi
nel mondo
per muoversi in noi stessi
dentro gli spazi sottili
del sacro e l’umano.
Indossate pure le mascherine
ma fatene la cattedrale del vostro respiro,
del respiro del cosmo.
Ascoltate pure il telegiornale
che finalmente parla di noi
e del più grande miracolo
mai capitato:
siamo vivi
e non ci rallegra morire.
Per ogni nuovo contagio
accarezza un cane
pianta un fiore
raccogli una cicca da terra,
chiama un amico che ti manca
narra una fiaba a un bambino.
Ora che tutti contano i morti
tu conta i vivi,
e vivi per contare,
concedi solo l’ultimo istante
alla morte
ma fino ad allora
vivi all’infinito,
consacrati all’eterno.

 

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