Cosa succederà tra 150 anni? Cosa troverà la Settima Generazione?
Questa è la domanda che gli Haudenosaunee — la confederazione dei popoli irochesi che abitavano quello che oggi è il nordest degli Stati Uniti e il Canada meridionale — si ponevano sistematicamente ogni volta che dovevano prendere una decisione, approvare una legge o firmare un trattato.
Non si trattava di un semplice esercizio intellettuale, ma di un obbligo morale, un vero e proprio principio filosofico. Il Principio, appunto, della Settima Generazione.
Una Confederazione, una Legge

Gli Haudenosaunee — “popolo della grande casa” — erano una confederazione di sei nazioni: Mohawk, Onondaga, Cayuga, Oneida, Seneca e, più tardi, Tuscarora. La loro alleanza, nota anche come Lega degli Irochesi, è una delle costruzioni politiche più sofisticate della storia precoloniale americana tanto che alcuni studiosi hanno sostenuto, con argomenti non trascurabili, che i Padri Fondatori degli Stati Uniti si siano ispirati alla sua struttura nel redigere la Costituzione americana.
Al cuore di questa confederazione c’era la Grande Legge della Pace — Gayanashagowa — un codice orale di principi e norme che regolavano la vita della comunità, i rapporti tra le nazioni e il processo decisionale collettivo. Ed è qui che compare, in modo esplicito, il Principio della Settima Generazione: ogni decisione importante deve essere valutata considerando il suo impatto sui sette discendenti futuri. Non i figli, non i nipoti — i pronipoti dei pronipoti, coloro che non sono ancora nati e che non potranno mai ringraziarci né rimproverarci.
Il numero sette non è arbitrario. Nelle cosmologie di molte culture native americane, sette è il numero della completezza — le quattro direzioni cardinali, più il cielo, la terra e il centro. Ma al di là della simbologia, il principio esprime qualcosa di molto concreto: le conseguenze delle nostre azioni si dispiegano nel tempo molto più lentamente di quanto siamo abituati a pensare, e ignorare questo significa prendere decisioni cieche.
Il Principio della Settima Generazione

È difficile stabilire fino a che punto il Principio della Settima Generazione fosse applicato in ogni singola decisione pratica, ma il suo spirito permeava molti aspetti della vita quotidiana. La gestione delle foreste, la caccia, la pesca e l’uso delle risorse naturali erano guidati dall’idea che la Terra non fosse una proprietà da sfruttare, bensì un’eredità ricevuta in custodia. Consumare tutto ciò che era disponibile significava impoverire i propri discendenti. Accumulare senza misura non era considerato un successo, ma un segno di scarsa saggezza.
È interessante notare come questa mentalità si rifletta anche in altre tradizioni native. Il potlatch, di cui abbiamo parlato nel precedente articolo, trasformava la ricchezza in dono anziché in accumulo. Alce Nero, nelle sue visioni, descriveva l’umanità come parte di un grande cerchio in cui ogni elemento è legato agli altri. Sebbene appartengano a popoli differenti, questi esempi condividono un’intuizione comune: nessuno vive davvero soltanto per sé stesso.
Quando i coloni europei arrivarono con la loro logica dell’accumulo, dell’estrazione, del profitto immediato, si trovarono di fronte a un sistema di valori che non riuscivano a decifrare. Come si tratta con qualcuno che non considera la terra una proprietà ma un prestito ricevuto dai propri antenati e dovuto ai propri discendenti? Come si negozia con chi misura il valore di una decisione non in anni ma in generazioni? La risposta, purtroppo, la conosciamo.
Un principio per il presente

Il Principio della Settima Generazione non è rimasto confinato nella storia. Le nazioni Haudenosaunee lo praticano ancora oggi nei loro processi decisionali interni, e negli ultimi decenni è diventato un punto di riferimento per movimenti ambientalisti, organizzazioni no-profit e pensatori che cercano alternative al modello economico dominante. Il nome è stato adottato da aziende, fondazioni e persino documenti politici — con risultati alterni, come accade sempre quando un’idea profonda viene tradotta in slogan.
Nel concreto però, la nostra civiltà, invece, sembra aver imboccato la direzione opposta. Le decisioni politiche vengono spesso misurate sul prossimo sondaggio, quelle economiche sul prossimo trimestre fiscale e perfino molte delle nostre scelte personali sull’immediata gratificazione. È come se il tempo si fosse accorciato. Pianifichiamo il weekend con grande precisione, ma facciamo sempre più fatica a immaginare il mondo tra cento anni.
Le decisioni più importanti — sul clima, sull’energia, sull’intelligenza artificiale, sulla gestione delle risorse naturali — vengono prese da persone che non subiranno le conseguenze più gravi di quelle decisioni, e spesso senza nemmeno fingere di considerare chi le subirà.
Gli alberi pensano in secoli. I funghi costruiscono reti sotterranee che durano millenni. Gli irochesi avevano capito qualcosa che noi continuiamo a fare finta di non sapere: che appartenere a un luogo significa averne cura nel tempo, non solo nello spazio. Che la responsabilità verso chi non è ancora nato è tanto reale quanto quella verso chi ci sta accanto oggi.
Chiudere questo ciclo dedicato alla filosofia dei popoli nativi con il Principio della Settima Generazione non è casuale. Dal Potlatch ad Alce Nero, da Mozi al cerchio sacro, un filo sottile attraversa tutto: l’idea che il valore di una civiltà non si misuri da ciò che accumula, ma da ciò che lascia. Non come eredità materiale ma come mondo abitabile.
E forse vale la pena chiedersi, onestamente, cosa stiamo lasciando noi.