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Lettura: Il finale dell’Odissea spiegato: cosa succede davvero alla fine del poema
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Il finale dell’Odissea spiegato: cosa succede davvero alla fine del poema

Prima del film di Nolan del 16 luglio, una guida al Libro XXIV, alla profezia di Tiresia e al finale più discusso della letteratura occidentale

Valentina Paradiso 1 settimana fa Commenta! 11
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⚠ Questo articolo contiene spoiler integrali sull’Odissea di Omero. Se vuoi arrivare al film di Christopher Nolan del 16 luglio 2026 senza sapere come va a finire, fermati qui. Per tutti gli altri: benvenuti nel finale più discusso della letteratura occidentale.

Contenuti
La vera domanda: dov’è il finale dell’Odissea?Il Libro XXIII: il vero cuore del finaleLa profezia di Tiresia: Odisseo deve ripartireIl Libro XXIV: l’epilogo contestatoPerché il finale è così insoddisfacente (e perché è perfetto)Cosa ha fatto la letteratura con questo finale

La vera domanda: dov’è il finale dell’Odissea?

Prima di spiegare cosa succede alla fine, bisogna rispondere a una domanda che i filologi discutono da duemila anni: il poema finisce al Libro XXIII o al Libro XXIV? La questione non è accademica. Gli studiosi alessandrini Aristarco e Aristofane di Bisanzio, che nel III-II secolo a.C. curavano il testo dell’Odissea nella Biblioteca di Alessandria, indicavano il verso 296 del Libro XXIII come il «limite» del poema: il punto in cui Odisseo e Penelope, finalmente soli, vanno a dormire insieme nel loro letto nuziale e si raccontano tutto quello che hanno passato. Secondo loro, lì si chiude la storia. Il Libro XXIV sarebbe una aggiunta successiva, probabilmente di un altro autore o di una tradizione rapsodica diversa.

La maggioranza dei commentatori moderni non condivide questa posizione e considera il Libro XXIV parte integrante dell’opera. Ma la segnalazione degli alessandrini ha un’eco: il Libro XXIII ha effettivamente la struttura di un finale compiuto, mentre il XXIV ha il sapore di un epilogo posticcio, di un riepilogo che vuole chiudere tutti i conti in sospeso. Tenerlo presente aiuta a capire meglio cosa succede e perché il finale dell’Odissea ha sempre lasciato i lettori con qualcosa di irrisolto.

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Il Libro XXIII: il vero cuore del finale

La scena più intensa dell’intera chiusura del poema non è la strage dei pretendenti ma quello che viene dopo: il riconoscimento tra Odisseo e Penelope. Dopo vent’anni di separazione, dopo che lui ha ucciso tutti i pretendenti nel palazzo e si è fatto rivelare dalla nutrice Euriclea, Penelope ancora non crede che quell’uomo sia suo marito. Non per ingenuità ma per intelligenza: sa che esistono trasformazioni divine e inganni. Ordina quindi alla serva di spostare il letto nuziale fuori dalla camera.

Odisseo scatta. Quel letto non può essere spostato: lui stesso lo ha costruito intorno al tronco vivo di un ulivo, intagliandolo nella radice stessa della pianta, e la pianta è ancora lì, a fondamento della camera. Nessuno al mondo può saperlo tranne lui. È la prova definitiva: Penelope crolla e lo abbraccia. Il riconoscimento è il momento in cui l’eroe ritornato riconquista la sua piena identità, del tutto integrato nella sua famiglia; il segreto del letto nuziale è un altro tassello della vita del protagonista che torna al suo posto.

Ma è proprio qui, in questo momento di pace apparente, che il poema introduce la sua ultima inquietudine. Odisseo racconta a Penelope la profezia di Tiresia, l’indovino che aveva incontrato nell’Ade durante la sua discesa agli inferi. E quella profezia dice che la storia non è finita.

La profezia di Tiresia: Odisseo deve ripartire

Nel Libro XI, quando Odisseo scende nell’Ade per interrogare i morti, l’ombra di Tiresia gli rivela il futuro con una precisione che non lascia dubbi. Dopo aver ucciso i pretendenti, dopo essere tornato a Itaca, Odisseo dovrà intraprendere ancora un viaggio. Dovrà prendere un remo sulle spalle e camminare finché non incontrerà genti che non hanno mai visto il mare, che non mangiano pane salato, che non conoscono le navi a prua rossa. Il viaggio è destinato a placare l’ira divina di Poseidone, e riapre la vicenda di Odisseo con una nuova peripezia.

Quando qualcuno incontrato per strada chiederà a Odisseo che cos’è quell’oggetto sulle spalle scambiandolo per un ventilabro, uno strumento agricolo, quello sarà il segnale: è lì che dovrà piantare il remo in terra e fare un sacrificio a Poseidone per placare definitivamente l’ira del dio del mare. Solo allora gli sarà concessa una morte dolce, lontana dal mare, in tarda età, tra gente felice. Il poema quindi non finisce con il ritorno: finisce con la promessa di un altro viaggio, verso un luogo lontanissimo dal mare, per un uomo che ha trascorso vent’anni a tentare di tornare dal mare. È un paradosso perfetto. Per chi vuole leggere il poema prima del film, sul sito è disponibile la guida alle edizioni dell’Odissea da leggere prima del 16 luglio.

Il Libro XXIV: l’epilogo contestato

Il Libro XXIV apre con una scena nell’Ade: Ermes guida le anime dei pretendenti uccisi verso il regno dei morti, dove incontrano le ombre di Achille e Agamennone. L’anima di uno dei pretendenti, Anfimedonte, racconta ad Agamennone com’è andata: la tela di Penelope, il mendicante misterioso, la prova dell’arco, la strage nel palazzo. Agamennone commenta lodando Penelope e contrapponendola alla sua Clitennestra, che lo aveva assassinato al suo ritorno da Troia: due ritorni agli antipodi.

Poi la scena si sposta a Itaca. Odisseo raggiunge il podere di campagna dove vive il vecchio padre Laerte, che non sa ancora nulla del ritorno del figlio. Il riconoscimento tra padre e figlio, un altro nel lungo catalogo di riconoscimenti del poema, avviene quando Odisseo descrive a Laerte gli alberi da frutto che da bambino il padre gli aveva regalato nel giardino. Segue un’animata assemblea popolare: i parenti dei pretendenti uccisi vogliono vendetta, un gruppo armato guidato da Eupite, padre di Antinoo, il più arrogante dei pretendenti, si dirige verso il podere. Atena infonde vigore a Laerte, che uccide Eupite; poi Odisseo e Telemaco si lanciano sugli altri.

Li avrebbero uccisi tutti se Atena, apparsa sotto le spoglie di Mentore, non avesse gridato ai contendenti di separarsi; Odisseo fa per inseguire i fuggiaschi, quando un fulmine di Zeus lo ammonisce a desistere: il re degli dèi vuole la fine delle ostilità. E così l’Odissea si chiude: non con un abbraccio ma con un fulmine. Non con la pace ritrovata ma con la pace imposta dagli dei. Atena stabilisce un patto tra Odisseo e le famiglie dei pretendenti: nessuna vendetta ulteriore, nessuna faida, oblio. Il cerchio si chiude — ma con la forza, non con la riconciliazione.

Perché il finale è così insoddisfacente (e perché è perfetto)

Il finale dell’Odissea delude molti lettori al primo incontro, e non a caso. La strage dei pretendenti, che ci si aspettava fosse il culmine catartico di tutto il poema, è seguita da un epilogo burocratico: assemblea, trattativa, pace imposta dall’alto. Nessun trionfo, nessun discorso memorabile, nessuna scena di festa collettiva. Odisseo ottiene quello per cui ha lottato vent’anni, la casa, il letto, il padre, il figlio, e il poema si chiude su un fulmine di Zeus che gli ordina di smettere di combattere.

Ma è proprio questa insoddisfazione che rende il finale dell’Odissea così moderno. Il poema non celebra la violenza: la mostra nella sua inutilità. Odisseo ha ucciso oltre cento uomini nel palazzo, e la risposta della comunità è la guerra civile, non l’acclamazione. Solo l’intervento divino può spezzare il ciclo. E la profezia di Tiresia, quel viaggio futuro verso gente che non conosce il mare, suggerisce che nemmeno il ritorno sia davvero un approdo definitivo. Odisseo sarà sempre in cammino. È la sua natura, non il suo destino.

Cosa ha fatto la letteratura con questo finale

Il finale aperto dell’Odissea ha ossessionato i poeti di ogni epoca. Dante nell’Inferno immagina un Ulisse che non si ferma a Itaca ma riparte verso l’oceano ignoto, oltre le Colonne d’Ercole, e annegata. Alfred Tennyson nel 1842 scrive il monologo Ulysses, in cui il vecchio re di Itaca, annoiato dalla pace domestica, si prepara a un ultimo viaggio: «Noi siamo quelli che abbiamo fatto ciò che conoscevamo, eppure tutta l’esperienza è un arco attraverso cui brilla l’orizzonte incontrato». Konstantinos Kavafis fa di Itaca non una meta ma un pretesto: il viaggio è il valore, non la destinazione. James Joyce nell’Ulisse comprime l’intera epopea in una singola giornata dublinese, con un Leopold Bloom che alla fine torna a casa da Molly come Odisseo torna da Penelope, e lei ha l’ultima parola, con il suo celebre «sì».

Ognuno di questi autori ha scelto un aspetto diverso del finale omerico: il viaggio infinito, la nostalgia impossibile da placare, il senso del ritorno. Christopher Nolan il 16 luglio porterà la sua versione: un regista ossessionato dal tempo non lineare e dall’identità frammentata alle prese con il testo fondativo del ritorno come problema filosofico. La domanda che il poema non risponde, Odisseo è davvero tornato, o Itaca non è abbastanza per chi ha visto tutto quello che ha visto?, è esattamente la domanda che Nolan ha dichiarato di voler mettere al centro del film. Per seguire tutte le novità sul film e sul libro, sul sito è disponibile l’articolo completo su Odissea di Nolan e le edizioni del poema da leggere prima.

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