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Lettura: Kōda Aya: la scrittrice giapponese che sa descrivere la natura meglio di chiunque altro
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Kōda Aya: la scrittrice giapponese che sa descrivere la natura meglio di chiunque altro

Nata a Tokyo nel 1904, figlia del grande scrittore Kōda Rohan, esordì a 43 anni e costruì una voce unica nella letteratura giapponese: i suoi alberi, la luce tra i rami e il concetto di mujōkan

Valentina Paradiso 2 mesi fa Commenta! 6
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Kōda Aya (Tokyo, 1904 – Ishioka, 1990) è una delle scrittrici più singolari della letteratura giapponese del Novecento, e una delle meno conosciute fuori dal Giappone. Figlia del celebre scrittore Kōda Rohan, esordì tardi, a quarantatré anni, e costruì nel corso dei decenni successivi una voce letteraria capace di fare una cosa che pochi scrittori riescono a fare davvero: descrivere la natura in modo che il lettore senta di averla davanti agli occhi, non di leggerla su una pagina.

Contenuti
Chi era Kōda Aya: un esordio tardivo e una voce costruita sulla perditaAlberi: tredici anni e mezzo per osservare gli alberi del GiapponeIl komorebi e Hirayama: come Wim Wenders ha riportato Kōda Aya al mondoPerché leggere Kōda Aya oggi: la lentezza come metodo

Chi era Kōda Aya: un esordio tardivo e una voce costruita sulla perdita

La biografia di Kōda Aya è segnata da perdite precoci: a sei anni perde la madre, a otto la sorella maggiore Utako. Cresce in una casa dominata dal padre Rohan, scrittore esigente e poco incline alle tenerezze, e sviluppa un senso di inferiorità che attraversa tutta la sua produzione come un filo sotterraneo. Non scrive finché il padre è in vita. Solo dopo la sua morte, nel 1947, comincia a mettere parole su carta: le prime opere sono memorie del tempo vissuto con lui, scritte su richiesta degli editori.

Quel che emerge da quell’esordio è già riconoscibile: una prosa attenta ai dettagli sensoriali, una capacità di osservazione che ricorda più un pittore che uno scrittore. I successivi romanzi, racconti e saggi esplorano la vita delle donne, i legami familiari e la cultura tradizionale giapponese, ma è nel rapporto con il mondo naturale che la scrittura di Kōda Aya raggiunge la sua forma più compiuta.

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Alberi: tredici anni e mezzo per osservare gli alberi del Giappone

Il libro con cui Kōda Aya è arrivata in Italia è Alberi, pubblicato da Mondadori nella collana Oscar Cult con la traduzione di Alice Massa e la postfazione di Saeki Kazumi. Non è un libro scritto in un periodo: il primo dei dodici saggi che lo compongono, Il rinnovamento degli abeti di Ezo, fu pubblicato nel gennaio del 1971; l’ultimo, Il pioppo, nel giugno del 1984. Tredici anni e mezzo di lavoro per accompagnare dodici specie di alberi attraverso le quattro stagioni.

Kōda Aya non descrive gli alberi come elementi del paesaggio: li osserva come si osserverebbe un essere vivente con una storia propria. I ciliegi in fiore, i cedri millenari, i pini, gli aceri: ogni albero viene visitato in stagioni diverse, spesso più volte nel corso degli anni, con la pazienza di chi sa che capire qualcosa richiede tempo. Al centro c’è il concetto giapponese di mujōkan, la consapevolezza della transitorietà di ogni cosa, che nella scrittura di Kōda Aya diventa una forma di gratitudine verso il mondo naturale piuttosto che una rassegnazione.

Il komorebi e Hirayama: come Wim Wenders ha riportato Kōda Aya al mondo

Il libro ha raggiunto il pubblico internazionale grazie a un film. In Perfect Days di Wim Wenders (2023), il protagonista Hirayama, addetto alle pulizie dei bagni pubblici di Tokyo, porta sempre con sé dei libri tascabili. Uno di questi è Alberi di Kōda Aya. Non è una citazione casuale: la sensibilità di Hirayama verso il komorebi, la luce che filtra tra i rami degli alberi, quella sua capacità di trovare bellezza nei dettagli minimi del quotidiano, affonda le radici esattamente in questo libro. Wenders ha costruito il personaggio su quella filosofia.

Il film, presentato in concorso al Festival di Cannes 2023 e vincitore del premio per la miglior interpretazione maschile con Kōji Yakusho, ha riportato l’attenzione su una scrittrice che in Giappone era considerata un classico ma che fuori dai confini nazionali era quasi sconosciuta. L’edizione italiana di Mondadori è la prima traduzione del libro nella nostra lingua. Sul portale è disponibile la segnalazione completa di Alberi con i dettagli editoriali.

Perché leggere Kōda Aya oggi: la lentezza come metodo

Kōda Aya scrive lentamente, e insegna a leggere lentamente. La sua prosa non offre trame da seguire né personaggi da cui farsi coinvolgere emotivamente: offre un’attenzione. Quella che lei chiama la disponibilità a lasciarsi attraversare dal paesaggio sonoro, da un soffio di vento, da una luce che cambia. In un momento in cui la letteratura è sempre più veloce, sempre più orientata al plot, la scrittura di Kōda Aya è una contromisura: ricorda che osservare è già una forma di pensiero.

Vinse lo Yomiuri Prize, il premio dell’Accademia delle Arti Giapponese e ricevette l’Ordine del Sacro Tesoro. Morì a Ishioka nel 1990, a ottantasei anni. La sua opera completa in giapponese occupa scaffali interi; in italiano, per ora, abbiamo solo Alberi. Ma è un inizio più che sufficiente per capire perché chi la conosce fatica a trovare qualcuno che descriva la natura con la stessa precisione e la stessa cura. Per chi vuole approfondire la letteratura giapponese e le sue voci più particolari, sul portale è disponibile la rubrica dedicata alle letterature del mondo.

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