Shaun Tan non cerca immagini perfettamente risolte. Per capire se un disegno sta davvero funzionando, a volte chiama uno dei suoi figli nello studio e osserva la reazione. Se l’immagine lascia insieme una sensazione di meraviglia e un leggero disagio, per lui è un buon segnale: significa che non ha chiuso tutto in una spiegazione unica e che qualcosa continua a lavorare nella testa di chi guarda.
È un dettaglio piccolo, quasi domestico, ma racconta molto bene il modo in cui nasce Hometown, la nuova graphic novel dell’autore australiano. In una recente intervista al Guardian, Tan ha spiegato che diffida delle immagini troppo chiuse: quando ogni significato è già al suo posto, resta poco spazio per il lettore. Il suo obiettivo è invece lasciare un’eco, qualcosa di irrisolto che continui a tornare alla mente.
Perché Shaun Tan mostra i disegni ai figli
Tan racconta di usare spesso i figli come una specie di test emotivo immediato. Non chiede loro di analizzare tecnica, composizione o simboli. Gli interessa una cosa molto più semplice: capire cosa arriva prima delle parole. È una logica coerente con il suo modo di intendere l’illustrazione, che per lui deve funzionare anche su chi non possiede ancora gli strumenti per interpretarla razionalmente.
Questa verifica non serve a rendere l’immagine più facile. Al contrario, serve a capire se resta abbastanza ambigua da essere viva. Tan ha spiegato che un’immagine troppo risolta può perdere forza proprio perché non lascia residui: il lettore la capisce, la archivia e passa oltre. Lui preferisce lavori che restano sospesi tra attrazione e inquietudine.
È una scelta che aiuta anche a capire perché il suo lavoro venga spesso collocato a metà tra libri per ragazzi, graphic novel e arte illustrata. Se vuoi approfondire il linguaggio del medium, su iCrewPlay trovi anche il nostro percorso dedicato a come si è evoluto il graphic novel contemporaneo.
Hometown nasce da anni di disegni, prove e forme irrisolte
La pagina ufficiale di Hometown sul sito di Shaun Tan mostra che il progetto non è nato all’improvviso. Tan conserva e condivide studi preparatori datati già al 2017, insieme a bozzetti di personaggi, ambienti e forme organiche che si sono trasformati nel tempo. Il libro è una storia illustrata di 144 pagine ed è la sua prima graphic novel lunga dai tempi di The Arrival, pubblicata nel 2006.
Questo rende interessante il contrasto con il metodo descritto oggi dall’autore: da una parte c’è un lavoro lentissimo, costruito in quasi un decennio; dall’altra c’è una verifica istintiva, immediata, affidata alla reazione di un bambino davanti a un’immagine. Precisione e spontaneità convivono nello stesso processo.
Di cosa parla Hometown
Hometown racconta di una ragazza adolescente che considera normale il proprio mondo finché l’arrivo di uno sconosciuto, proveniente da un luogo lontano, mette in crisi la sua idea di appartenenza. La protagonista è costretta a chiedersi da dove venga davvero, a quale famiglia senta di appartenere e quanto delle verità ricevute dagli adulti sia ancora disposto ad accettare.
Il punto, però, non è offrire una risposta definitiva. Tan torna proprio sul valore dell’inconcluso: la storia funziona perché identità, casa e appartenenza non vengono ridotte a formule semplici. Il lettore deve restare dentro quella zona di dubbio, nello stesso modo in cui davanti a una sua illustrazione può sentirsi contemporaneamente rassicurato e spiazzato.
Una graphic novel per ragazzi, adulti o entrambi?
È una domanda che accompagna Shaun Tan da anni. Molti suoi libri usano una grammatica visiva accessibile anche ai lettori più giovani, ma affrontano temi che si aprono in direzioni molto adulte: spaesamento, migrazione, identità, memoria, famiglia. Hometown continua questa linea e conferma quanto sia difficile separare nettamente “libro per ragazzi” e “opera per adulti”.
In questo senso è interessante accostarlo ad altri percorsi illustrati che attraversano età diverse. Su iCrewPlay abbiamo raccolto, per esempio, anche una guida all’ordine dei libri dei Mumin di Tove Jansson, un altro caso in cui immagini, apparente semplicità e temi profondi convivono senza rivolgersi a un solo tipo di lettore.
Perché il metodo di Shaun Tan è interessante
Il dettaglio dei figli chiamati in studio funziona perché smonta l’idea romantica dell’artista isolato che conosce già tutte le risposte. Tan lavora per anni su un’immagine, ma poi cerca una reazione elementare e sincera. Non vuole sapere se il disegno è “giusto”: vuole capire se succede qualcosa.
Ed è probabilmente qui che Hometown trova il proprio centro. Il libro parla di una ragazza che deve rimettere in discussione ciò che credeva di sapere sul proprio posto nel mondo; le immagini, nello stesso tempo, sono costruite per non dirci mai completamente cosa dobbiamo sentire. La forma e il tema si incontrano nello stesso principio: lasciare abbastanza spazio perché il lettore possa completare ciò che vede.
Per Tan un buon disegno non deve quindi chiudere la conversazione. Deve aprirla. Se alla fine resta un po’ di felicità, un po’ di inquietudine e una domanda che non si riesce a scrollare di dosso, l’immagine ha fatto il suo lavoro.




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