In questo primo appuntamento filosofico del 2026 vorrei parlare di Ernest Bloch. Quando un anno si chiude e ne inizia uno nuovo si è soliti stilare la lista di classici “buoni propositi”. Una lista spesso troppo lunga, o troppo corta ma che in realtà racchiude le nostre speranze in un nuovo anno che sia proficuo, produttivo o semplicemente sereno.
Ecco, è proprio quando il calendario si resetta e il tempo sembra concederci una tregua simbolica, la parola “speranza” torna a circolare con insistenza. È una parola fragile, spesso abusata, eppure tenace. In questa nuova tappa di Filosofiamo vale la pena fermarsi proprio qui, su questo concetto antico e attualissimo, per interrogarlo filosoficamente attraverso uno dei pensatori che più seriamente gli hanno dato dignità.
Bloch: vita e pensiero

Ernst Bloch nasce nel 1885 in Germania e attraversa uno dei secoli più drammatici della storia europea. In Germania perfezionò i suoi studi (si laureò in filosofia dopo aver studiato anche musica e fisica) ma con l’avvento del nazismo, a causa delle sue origini ebraiche, fu costretto a continui spostamenti per tutta l’Europa fino a rifugiarsi in America dove rimase fino al termine della guerra.
Soltanto nel 1949 fa ritorno a Lipsia dove gli viene affidata una cattedra all’Istituto di Filosofia ma ben presto sarà travolto dal clima di sospetto e tensione creatosi tra la Germania dell’Est e quella dell’Ovest. Dopo numerose traversie si stabilì a Tubinga dove morì nel 1977.
Filosofo marxista atipico, ebreo, costretto all’esilio dal nazismo, vive sulla propria pelle il crollo delle certezze politiche, morali e culturali del Novecento. È in questo contesto che matura la sua opera più celebre, Il principio speranza, un lavoro monumentale in cui la speranza diventa la chiave per leggere l’intera esperienza umana. Non solo la politica, ma l’arte, i sogni, la religione, la vita quotidiana.
La speranza come forza generatrice della realtà
La speranza, nella tradizione comune, è spesso confusa con l’attesa passiva o con un ottimismo un po’ ingenuo. Sperare significa “andrà tutto bene”, come se il futuro fosse una promessa automatica. Bloch ribalta completamente questa visione. Per lui la speranza non è un sentimento consolatorio, ma una forza attiva, inquieta, persino scomoda. Non è un rifugio, è un motore.
Ne Il principio speranza Bloch spiega che l’essere umano è, per sua natura, incompiuto. L’essere non è mai statico ma dinamico, cambia e si evolve in continuazione perciò la sua essenza non si ritrova nella sua staticità bensì nel suo “non-essere-ancora”. Da questa tensione verso il “non-ancora” ha origine la speranza, intesa non come forza inerte e passiva ma come motore attivo verso il futuro. Sperare non significa negare il presente, bensì leggerlo come un terreno aperto, non definitivo.

E così la speranza si trasforma da semplice ed astratto desiderio di qualcosa, spesso, irrealizzabile ad una forza attiva e potente che si lega indissolubilmente all’azione: da desiderio a volontà, da sentimento astratto a motore costruttivo che dà forma e costruire la realtà attorno a noi.
Non esiste, infatti, speranza autentica che non implichi un coinvolgimento. Chi spera davvero non aspetta, si muove. Anche quando le condizioni sono avverse, anche quando il futuro appare opaco. In questo senso la speranza è una forma di resistenza, una presa di posizione contro l’idea che tutto sia già deciso. Non a caso Bloch diffida profondamente del cinismo, che considera una forma di resa anticipata.
Proprio perché la speranza è un principio fondante della realtà essa è ovunque: nei mondi fantastici evocati dalle fiabe, dai miti e dalle leggende, nei racconti messi in scena a teatro o nei film, nelle forme spesso criptiche dei sogni e, sì, persino nelle liste dei “buoni propositi” per il nuovo anno. In tutte queste espressioni l’essere umano immagina mondi migliori, non per evadere, ma per misurare la distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Oggi viviamo in un tempo che oscilla tra entusiasmo forzato e disillusione cronica. Da un lato l’obbligo di essere positivi, dall’altro la tentazione di non credere più a nulla. Bloch offre una terza via: una speranza lucida, che non ignora le difficoltà ma rifiuta di assolutizzarle. Non promette felicità, ma possibilità. Non nega il fallimento, ma lo considera parte del cammino.
I buoni propositi non rappresentano più una semplice lista da spuntare ma una bussola che ci indica il cammino da percorrere. La speranza non chiede perfezione, chiede direzione. Non pretende risultati immediati, ma fedeltà a un movimento interiore. E così anche il passo più piccolo, se ben orientato, alla fine potrà davvero fare la differenza.