Sprechi tessili: sai cosa sono e sai che potresti essere proprio tu a produrne molto più di quello che pensi? Ci sono montagne che non sono fatte di terra o rocce, ma di vestiti. Succede nel deserto di Atacama, in Cile, dove pile di indumenti scartati sono talmente alte da essere visibili, si dice, perfino dallo spazio. Un’immagine simbolica e potente che racconta una verità scomoda: l’industria della moda ha un impatto enorme sull’ambiente.
Sprechi tessili: cosa sono
Ogni anno vengono prodotti miliardi di capi di abbigliamento, molti dei quali finiscono presto in discarica. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), ogni secondo nel mondo un camion della spazzatura pieno di vestiti viene bruciato o gettato via. E non è tutto: la moda è responsabile di fino all’8% delle emissioni globali di gas serra, consuma risorse naturali e spesso inquina fiumi e oceani con sostanze chimiche e microplastiche.

Ma cosa sono gli scarti tessili? Gli sprechi tessili rappresentano tutti i rifiuti generati dall’industria della moda e del tessile. Questi comprendono gli scarti di produzione come ritagli di tessuto e filati in eccesso, gli indumenti che rimangono invenduti nei negozi, i vestiti usati che i consumatori decidono di gettare via e i materiali difettosi scartati prima di arrivare al consumatore finale.
Questo tipo di rifiuti costituisce un serio problema ambientale, principalmente perché molti tessuti sintetici non sono biodegradabili e rimangono nell’ambiente per lunghi periodi. Anche i tessuti naturali, quando finiscono in discarica, si decompongono producendo gas serra che contribuiscono al cambiamento climatico. Va considerato inoltre che la produzione tessile richiede enormi quantità di acqua, energia e prodotti chimici, quindi ogni scarto rappresenta uno spreco di risorse.
Per affrontare questa problematica, si stanno sviluppando diverse soluzioni come il riciclo dei materiali tessili, l’upcycling che permette di trasformare creativamente i materiali usati in nuovi prodotti, e i modelli di economia circolare che promuovono il noleggio o lo scambio di vestiti anziché l’acquisto continuo di nuovi capi.
L’UNEP ha individuato cinque azioni concrete per ridurre gli sprechi tessili e costruire un futuro più sostenibile. Ecco quali sono.

Rendere la moda più “circolare”
La prima cosa da fare è ripensare il modo in cui vengono creati e usati i vestiti. La cosiddetta moda circolare prevede la produzione di capi resistenti, realizzati con materiali sostenibili, pensati per durare nel tempo e facilmente riciclabili. Dobbiamo abbandonare la logica dell’“usa e getta” e puntare su una filiera che riduce gli sprechi già alla base.
Per esempio, alcune aziende stanno già sperimentando l’uso di tessuti riciclati o biologici, oppure modelli di produzione su richiesta, per evitare scorte inutili. Come consumatori, possiamo fare la nostra parte scegliendo con attenzione cosa acquistiamo.
Riciclare meglio (e di più)
La seconda mossa è semplice ma potentissima: dare una seconda vita ai vestiti. Troppo spesso gli indumenti usati finiscono nella spazzatura, anche se potrebbero essere riutilizzati, donati o trasformati in nuovi capi.
Le cosiddette banche dell’abbigliamento, ovvero punti di raccolta dove lasciare i vestiti che non usiamo più, sono un ottimo esempio di economia circolare. Anche lo scambio tra amici, il baratto, i mercatini dell’usato e le app per vendere o regalare abiti sono strumenti preziosi per allungare la vita dei nostri capi.
Eliminare le sostanze chimiche pericolose
Molti dei vestiti che indossiamo ogni giorno contengono residui di sostanze chimiche tossiche usate nella tintura e nel trattamento dei tessuti. Queste sostanze inquinano fiumi, suolo e talvolta anche la nostra pelle.
I governi dovrebbero regolamentare l’uso di queste sostanze e promuovere una chimica verde e sostenibile. Ma anche i marchi di moda hanno una grande responsabilità: possono scegliere processi più puliti e certificare i loro prodotti. E noi consumatori? Possiamo premiare le aziende che puntano sulla trasparenza e sulla sicurezza.
Cambiare mentalità: il nuovo non è sempre meglio
Viviamo in una cultura che ci spinge a comprare sempre qualcosa di nuovo, a seguire ogni tendenza. Ma davvero abbiamo bisogno di tutto ciò che acquistiamo?
Serve cambiare la narrazione, smettere di associare il valore di una persona alla marca dei suoi vestiti e iniziare a valutare i capi per la loro qualità, durata e impatto. Se i marchi fossero obbligati a comunicare chiaramente l’impatto ambientale dei loro prodotti, potremmo fare scelte più consapevoli.
Comprare meno, ma meglio
Infine, forse il consiglio più semplice e allo stesso tempo più rivoluzionario: comprare meno, e comprare meglio. Scegliere capi di qualità, realizzati in modo etico e con materiali sostenibili. Investire in vestiti che durano, che si possono riparare, che raccontano una storia. Anche il nostro armadio può diventare uno spazio di rispetto, attenzione e responsabilità.