Il gesto di portare una tazza alle labbra è tra i più semplici e quotidiani che esistano. Eppure, in Oriente, questo gesto è diventato nel tempo una vera e propria forma di pensiero incarnato.
Nell’appuntamento odierno di Filosofiamo ho deciso, dunque, di parlarti del chadō, la Cerimonia del tè (o via del tè), un rituale tanto antico e, per certi versi, anche paradossale in un mondo che celebra la produttività e la rapidità in ogni atto quotidiano.
Parlare di questo rito significa entrare in una tradizione che unisce storia, spiritualità e vita quotidiana, e interrogarsi sul senso che questi rituali possono ancora avere oggi, in un mondo veloce e distratto.
Radici antiche di un rito moderno

La storia del tè in Oriente inizia in Cina, dove questa pianta veniva utilizzata già nel 2700 a.C. per scopi medicinali. Una leggenda narra che fu l’imperatore Shen Nong a “inventare” il tè. Il sovrano, infatti, era solito pregare sorseggiando dell’acqua riscaldata. Un giorno alcune foglie caddero nell’acqua e l’imperatore rimase incantato dall’aroma che queste sprigionavano e dalle proprietà benefiche di questa strana bevanda che da allora si diffuse in tutto l’Oriente.
Durante la dinastia Tang (VII – X secolo) il tè smette di essere solo rimedio e diventa una vera e propria pratica culturale. È in questo periodo che il monaco e poeta Lu Yu scrive il Cha Jing, il Canone del Tè, codificando per la prima volta modalità di preparazione, tipologie di acqua e caratteristiche della bevanda. Da quel momento la cerimonia del tè non è più una semplice attività quotidiana ma una vera e propria arte.
In Giappone, il tè arriva nel IX secolo grazie ai monaci buddhisti che viaggiavano in Cina per studiare lo Zen. Il monaco Eisai, nel 1191, porta con sé non solo semi di tè ma anche gli insegnamenti della scuola Zen Rinzai. Nei monasteri giapponesi il tè diventa strumento di concentrazione durante le lunghe ore di meditazione: una bevanda che aiuta a restare vigili senza alterare la lucidità mentale. È già chiaro che il tè non è solo tè.
Ma l’evoluzione del rituale giapponese è tutt’altro che lineare. Nel XIV e XV secolo prevale il tōcha, una pratica aristocratica sfarzosa dove i nobili competono nell’indovinare la provenienza delle foglie di tè, ostentando ricchezza attraverso porcellane cinesi e banchetti lussuosi. È il monaco zen Murata Shukō, sotto la guida del maestro Ikkyū Sōjun, a dare una svolta radicale: elabora un cerimoniale che recupera la dimensione spirituale del tè, ponendo le basi di ciò che diventerà il wabi-cha, lo stile povero e semplice.
La svolta si avrà soltanto grazie a Sen no Rikyū (1522-1591), considerato il vero codificatore della cerimonia del tè moderna. Maestro del tè di potenti signori feudali come Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, Rikyū trasforma radicalmente l’estetica del rituale: rifiuta lo sfarzo, progetta stanze da tè minuscole (appena quattro tatami e mezzo), utilizza ceramiche rozze e “imperfette” al posto delle raffinate porcellane cinesi.
Un aneddoto affascinante narra di un maestro del tè che, sfidato a duello da un samurai, si presentò all’appuntamento ed eseguì con calma la cerimonia del tè davanti al suo avversario, offrendogli una tazza. Il guerriero, colpito da tanta grazia e presenza, si dichiarò sconfitto e chiese di diventare suo allievo. Leggenda o meno, questa storia cattura perfettamente l’essenza del chadō: un’arte che trasforma la vulnerabilità in forza, il gesto in filosofia.
Cerimonia del tè: ritualità antica o simbolismo moderno?

Nel mondo contemporaneo la cerimonia del tè non è scomparsa, ma si è trasformata. Esistono numerose scuole tradizionali, tramandate da allievi di Sen no Rikyū, ma anche varianti più informali. Il rito, tuttavia, è scandito da fasi ben precise:
ll maestro prepara meticolosamente lo spazio, pulisce ogni utensile, sceglie un rotolo calligrafico o un dipinto per il tokonoma (l’alcova decorativa) e una composizione floreale che rispecchi la stagione. Gli invitati attraversano il roji, il giardino del tè – un sentiero di pietre che simboleggia l’abbandono del mondo esterno – e si purificano le mani in una fontana di pietra prima di entrare attraverso il nijiriguchi, un ingresso così basso da costringere chiunque, anche i samurai più potenti, a inginocchiarsi. È un gesto potente: l’umiltà come condizione per accedere a uno spazio sacro.
Si passa poi al kaiseki un pasto leggero e frugale che prepara lo stomaco al tè. Segue il koicha, il tè denso: il maestro prepara il matcha con una quantità maggiore di polvere, ottenendo una bevanda viscosa e intensa che viene condivisa dagli ospiti in un’unica ciotola. Ognuno beve un sorso, ammira la tazza (chawan), e la passa al vicino. È un momento di profonda condivisione. Infine l’usucha, il tè leggero, viene servito in tazze individuali. Durante tutta la cerimonia, ogni gesto è codificato: come tenere la frusta di bambù, come ruotare la tazza, persino il numero di sorsi da prendere.
Arriviamo alla domanda più scomoda: ha senso, oggi, tutto questo? Dedicare anni a imparare come piegare un panno di seta, come disporre un mestolo, come camminare su un tatami. Non è forse un attaccamento nostalgico a forme vuote, l’illusione che ripetere gesti antichi possa restituirci un senso che abbiamo perso?
La critica è legittima. Esiste il rischio reale che la cerimonia del tè diventi pura estetizzazione, performance per turisti, simulacro di spiritualità. E c’è qualcosa di profondamente problematico nell’idea che la “vera” bellezza debba essere codificata da secoli di tradizione maschile aristocratica. Il chadō porta con sé tutte le contraddizioni della cultura che lo ha generato: rigidità, gerarchie, esclusioni.

Eppure sembra esserci qualcosa nel nucleo di questa pratica che resiste alla sua riduzione a museo. Okakura Kakuzō, nel suo celebre Il libro del tè (1906), scriveva che la sala da tè è uno spazio dove è possibile “dedicarsi all’adorazione del bello”. Ma la bellezza che vi si ricerca è quella distante dagli ambienti frenetici contemporanei e scaturisce dall’unione tra i quattro principi base della cerimonia del tè: wa (armonia), kei (rispetto), sei (purezza), jaku (tranquillità).
In questo senso, ogni gesto, ogni fase di questo rituale non è solo pura e formale etichetta, ma acquisisce un significato simbolico ben preciso. L’armonia non riguarda solo la coerenza tra utensili e stagione, ma la capacità di essere in sintonia con gli altri e con l’ambiente. Il rispetto non è formalità vuota, ma attenzione piena a ogni persona, oggetto, momento. La purezza non è solo pulizia fisica ma chiarezza mentale, liberazione dalle preoccupazioni mondane. E la tranquillità è ciò che emerge quando questi tre elementi sono integrati: uno stato di presenza totale, di quiete attiva.
Il monaco Sen no Rikyū morì per seppuku, suicidio rituale, dopo essere caduto in disgrazia presso il suo signore Toyotomi Hideyoshi. La tradizione vuole che, prima di morire, abbia preparato un’ultima tazza di tè. Un gesto tragico e sublime: anche di fronte alla morte, mantenere il controllo, la grazia, la presenza. È un’immagine estrema, forse eccessiva. Ma ci ricorda che il chadō non è mai stato davvero una questione di tè. È sempre stato un modo per dare forma al caos, per trovare bellezza nell’imperfezione, per costruire – anche solo per poche ore – un mondo dove armonia, rispetto, purezza e tranquillità non siano ideali impossibili ma realtà tangibili.
La domanda, alla fine, non è se la cerimonia del tè sia ancora utile. La domanda è: cosa stiamo facendo noi, oggi, per creare spazi di senso? E se non abbiamo una risposta, forse vale la pena guardare più da vicino cosa accade in quella piccola stanza di quattro tatami.