L’appuntamento odierno con la nostra rubrica filosofica è dedicato ad una delle figure più paradigmatiche del Novecento. Sto parlando di Carl Jung, uno dei massimi esponenti e studiosi della psicoanalisi insieme all’amico e collega Sigmund Freud. Le sue teorie più famose (gli archetipi, l’inconscio collettivo, il processo di individuazione ecc…) sono insegnate in tutte le università del mondo e sono alla base di una delle branche più praticate della psicologia moderna, quella junghiana appunto.
Ma c’è un altro Jung, uno Jung più “ombroso”, che conversa con spiriti, studia alchimia, crede nel paranormale e trascorse anni a dipingere visioni mistiche in un libro che tenne nascosto per tutta la vita.
Carl Jung, il padre della psicologia analitica

Carl Gustav Jung nacque nel 1875 in Svizzera, figlio di un pastore protestante. Fin da piccolo mostrò una sensibilità particolare per ciò che sfuggiva al razionale. Da bambino aveva un rituale segreto: nascondeva una piccola figura di legno intagliata da lui in una scatola, insieme a un sasso dipinto. Ogni tanto tornava a guardarli, come se fosse un rito sacro. Anni dopo avrebbe scoperto che pratiche simili esistevano in antiche culture sciamaniche di cui, da bambino, non poteva sapere nulla. Era il primo indizio di quello che Jung avrebbe chiamato inconscio collettivo – ma anche il primo segno che la sua mente aveva accesso a dimensioni che la scienza ufficiale non aveva ancora esplorato o preferiva ignorare.
La sua tesi di laurea in medicina, nel 1902, aveva un titolo che già dice tutto: Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti. Aveva studiato sua cugina medium, assistendo alle sue sedute spiritiche, registrando i suoi deliri e le sue trance. Non come uno scettico che vuole smascherare una truffa, ma come uno scienziato affascinato da un fenomeno che non rientrava nei manuali. Quella tesi lo avrebbe perseguitato per tutta la carriera: troppo seria per gli occultisti, troppo strana per gli accademici.
Poi arrivò Freud. Il grande maestro viennese vide in Jung il suo erede perfetto: intelligente, colto, carismatico, e – non da ultimo – non ebreo, quindi più accettabile per un’Europa ancora pervasa da antisemitismo latente. Per qualche anno furono inseparabili. Ma Jung non poteva accettare l’idea freudiana che tutto – letteralmente tutto – si riducesse alla sessualità repressa. Per Jung l’inconscio era molto più vasto, più antico, più misterioso. Non era solo il deposito di desideri censurati, ma un oceano di simboli universali, un patrimonio collettivo dell’umanità.
La rottura avvenne nel 1913, e fu traumatica. Freud lo ripudiò pubblicamente. Jung perse amici, credibilità, sicurezze economiche e lavorative.Tra il 1913 e il 1917 dichiarò di aver patito un brutto crollo nervoso, da lui definito, però, “confronto con l’inconscio”. Nella sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni, pubblicata nel 1961, Jung racconta di aver sperimentato in quel periodo visioni ricorrenti: immagini di distruzione, fiumi di sangue, devastazione in Europa. Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale nell’agosto 1914, interpretò retroattivamente queste visioni come premonizioni dell’inconscio collettivo – una prima formulazione dell’idea che la psiche individuale possa captare stati emotivi e tensioni collettive.
Fu in questo periodo che Jung sviluppò una tecnica che chiamò immaginazione attiva: un metodo per esplorare l’inconscio in modo controllato. Si metteva in uno stato di rilassamento profondo e permetteva alle immagini spontanee di emergere, senza censurarle o giudicarle. Poi le documentava meticolosamente: scriveva dialoghi, dipingeva figure, annotava ogni dettaglio. L’approccio era quello di uno scienziato che studia un territorio inesplorato – l’inconscio – usando sé stesso come laboratorio.
Nel 1916, ad esempio, sempre secondo il suo racconto autobiografico, Jung sperimentò fenomeni che descrisse come “invasione” della casa: rumori inspiegabili, sensazioni di presenze, un’atmosfera opprimente. La sua famiglia, riferisce, percepiva qualcosa di simile. Jung interpretò questo come manifestazione di contenuti psichici così intensi da generare fenomeni percettibili anche esternamente – un’idea che avrebbe sviluppato nella sua teoria della sincronicità.
Tali eventi vennero registrati nei Septem Sermones ad Mortuos (Sette sermoni ai morti), un testo in latino dal contenuto gnostico ed esoterico, firmandolo con il nome dello gnostico Basilide. Subito dopo, racconta, i fenomeni cessarono, segno dell’importanza della scrittura come mezzo per dare forma e voce a contenuti psichici che cercavano espressione.
Su questi ed altri fenomeni (apparizioni di fantasmi, esorcismi, sogni ed altro ancora) Jung si espresse diverse volte oscillando tra interpretazioni metafisiche ed esoteriche (Jung era convinto di raggiungere dimensioni reali ed inesplorate della psiche) e interpretazioni psicologiche (contenuti e suggestioni che provengono dall’inconscio).
Ciò che è certo è che queste esperienze non furono vissute come semplici fantasie, ma come incontri reali con aspetti profondi della psiche. E da queste esperienze nacque il Libro Rosso, il manoscritto che Jung tenne segreto per tutta la vita e che documenta in forma artistica e letteraria il suo “confronto con l’inconscio”.
Il Libro Rosso e l’eredità di Jung

Il Libro Rosso – o Liber Novus – è una delle opere più straordinarie e bizzarre della letteratura psicologica. Jung ci lavorò dal 1914 al 1930, annotandovi sogni, riflessioni, teorie ed esperienze personali o dei propri pazienti. È un testo assai particolare, scritto con caratteri gotici, dallo stile profetico e arcaizzante, arricchito da illustrazioni dello stesso filosofo, quasi fosse un vero e proprio manoscritto medievale.
Jung però non lo pubblicò mai, anzi lo nascose. Dopo la sua morte, nel 1961, gli eredi lo custodirono in un caveau bancario per cinquant’anni, rifiutando ogni richiesta di accesso. Solo nel 2009 – quasi un secolo dopo la sua stesura – il Libro Rosso venne finalmente pubblicato. E quando uscì, gli studiosi rimasero sconvolti. Era chiaro che tutto quello che Jung aveva scritto in seguito – l’inconscio collettivo, gli archetipi, il processo di individuazione – nasceva da quel libro. L’intera psicologia analitica era radicata in quello che era il più chiaro esempio di esercizio di immaginazione attiva.
In questo diario personale convergono i “germi” di quelli che furono i suoi studi successivi. Si interessò di alchimia, interpretandola come uno dei primi tentativi di interrogare la propria psiche. In Psicologia e alchimia spiegò che l’alchimia forniva le basi storiche della psicologia del profondo. Era la prova che l’inconscio collettivo esisteva da sempre, e che l’umanità aveva sempre cercato – attraverso simboli, miti, rituali – di dare forma a quella dimensione invisibile, come dimostra il fatto che i sogni di molti dei suoi pazienti erano popolati da antichi simboli alchemici della cultura occidentale e orientale.
Studiò anche l’astrologia e l’ufologia. Non come passatempo, ma come sistema simbolico serio. Fece calcolare i temi astrali dei suoi pazienti e li correlò ai loro tipi psicologici. In Un mito moderno ipotizza che gli avvistamenti UFO (sebbene non escluda possano essere reali) possano essere proiezioni esteriori dell’inconscio collettivo.

Allora come dobbiamo vedere Jung? Genio visionario o ciarlatano sofisticato? Pioniere della psicologia o mistico mascherato da scienziato? Forse la domanda è sbagliata. Forse Jung è importante proprio perché rifiutò di scegliere tra scienza e spiritualità, tra ragione e immaginazione, tra luce e ombra. La sua psicologia è profondamente paradossale: cerca di essere scientifica ma riconosce limiti della scienza; esplora l’irrazionale con strumenti razionali; accetta che ci siano misteri che non possono essere risolti, solo vissuti.
Jung ci dice qualcosa di scomodo: che la mente umana non è solo ragione. Che l’inconscio è reale e potente. Che i simboli hanno un significato che va oltre il personale. Che il sacro non è morto, è solo migrato nell’interiorità. E che se ignoriamo questa dimensione – se riduciamo tutto a chimica cerebrale, a sinapsi, a condizionamenti – perdiamo qualcosa di essenziale.
Ma a differenza del suo maestro Freud che tentò di spiegare e di razionalizzare ciò che di razionale non aveva nulla, Jung sapeva che ci sono cose che vanno semplicemente accolte e che non possono essere spiegate con la ragione. La filosofia e la psicologia, di cui eredita il rigore scientifico da Freud, sono solo un mezzo per accettare questa verità e per accoglierle nella nostra vita. Perché soltanto in questo modo, attraverso questa continua e complessa analisi interiore, possiamo davvero conoscere chi siamo e anche chi possiamo diventare.