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Filosofiamo: Il Taoismo e la sua filosofia

Filosofia o religione?

Giuseppe Fumarola 2 mesi fa Commenta! 8
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L’argomento dell’appuntamento filosofico di oggi è il Taoismo, un nome che sicuramente molti avranno letto o sentito almeno una volta nella vita, probabilmente senza realmente comprenderne il significato.

Contenuti
Taoismo: un pensiero senza centroFIlosofia o religione?

C’è una frase, all’inizio del Tao Te Ching, che suona più o meno così: «Il Tao che può essere nominato non è il Tao eterno». Un inizio che è già una dichiarazione di intenti — e forse il miglior avvertimento possibile per chi si avvicina al Taoismo aspettandosi definizioni precise e confini netti. Quello che troverete, invece, è qualcosa di molto più slittante, sfuggente e, proprio per questo, stranamente attuale.

Taoismo: un pensiero senza centro

tao te ching taoismo filosofiamo

Il Taoismo nasce in Cina, presumibilmente tra il VI e il IV secolo avanti Cristo, in un periodo di grande fermento intellettuale noto come l’epoca dei “Cento fiori” — un momento storico in cui convivevano e si scontravano scuole di pensiero radicalmente diverse: il Confucianesimo, il Mohismo, il Legalismo. È in questo contesto che emerge la figura seminale di Laozi — o Lao Tzu — il leggendario “vecchio maestro” a cui viene attribuita la paternità del Tao Te Ching, il testo fondante del Taoismo.

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Laozi è una figura avvolta nel mito. Secondo la tradizione, fu un archivista della corte Zhou che, stanco della decadenza del suo tempo, decise di abbandonare la civiltà e dirigersi verso occidente. Prima di varcare il confine, un guardiano gli chiese di mettere per iscritto la sua saggezza. Il risultato fu un testo di ottantuno brevi capitoli, denso come un sasso e leggero come il vento, che ancora oggi è uno dei libri più tradotti al mondo dopo la Bibbia.

Accanto a Laozi, l’altra figura imprescindibile è Zhuangzi, vissuto nel IV secolo avanti Cristo, il cui omonimo testo è una raccolta di racconti, paradossi e dialoghi che spingono il pensiero taoista verso territori ancora più radicali e poetici. È Zhuangzi a raccontare il celebre sogno della farfalla — un uomo sogna di essere una farfalla, poi si sveglia e si chiede: sono un uomo che ha sognato di essere una farfalla, o sono una farfalla che sta sognando di essere un uomo? Una domanda che non ha risposta, e che non ne cerca una.

Il concetto centrale attorno a cui tutto ruota è, naturalmente, il Tao — traducibile approssimativamente come “Via” o “Principio”, ma in realtà intraducibile per definizione. Il Tao è l’ordine immanente dell’universo, il flusso sottostante a tutte le cose, la legge non scritta che governa il movimento degli astri, la crescita delle piante, il corso dei fiumi. Non è un dio nel senso personale del termine — non vuole nulla da noi, non ci giudica, non interviene. Semplicemente, è.

taoismo ying yang

Da questa visione deriva il principio più caratteristico e frainteso del Taoismo: il Wu Wei, spesso tradotto come “non-azione” ma che sarebbe più corretto rendere con “agire senza forzare”. Non è pigrizia, né rassegnazione. È piuttosto l’arte di muoversi in armonia con il flusso naturale delle cose, senza opporre resistenza inutile, senza cercare di piegare la realtà alla propria volontà con la forza.

L’immagine più efficace è quella dell’acqua di un fiume: non ha una forma propria ma si adatta al proprio corso, aggira ogni ostacolo senza abbatterlo, scorre sempre nella stessa direzione e seppur appaia placido e tranquillo con il tempo è in grado di erodere anche la roccia più dura.

Ma il simbolo forse più noto del Taoismo è un altro: lo Yin Yang che, pure, racchiude lo stesso significato dell’immagine del fiume e in definitiva il fulcro di tutta la sua filosofia:la realtà non è fatta di opposti in guerra, ma di polarità complementari in continua trasformazione. La luce contiene un seme di oscurità, l’oscurità un seme di luce. Niente è assoluto, niente è permanente. Una visione del mondo che stride parecchio con la nostra tendenza a dividere tutto in bianco e nero.

FIlosofia o religione?

Oggi il Taoismo conta centinaia di milioni di praticanti, soprattutto in Cina, Taiwan, Singapore e nelle comunità della diaspora cinese nel mondo. Convive spesso con il Buddhismo e il Confucianesimo in una sintesi pragmatica tipicamente cinese, dove le distinzioni dottrinali contano meno della pratica quotidiana. In Occidente, invece, ha conosciuto una riscoperta silenziosa ma costante a partire dagli anni Sessanta — spesso come antidoto culturale all’iperattivismo della società moderna.

taoismo qingming

Ciò che attrae di questa “religione filosofica” è proprio il suo carattere aperto, apparentemente paradossale ma conciliante. Non ha un credo rigido e dottrinario come le altre religioni eppure è ricchissimo di tradizioni, cerimonie, rituali e festività pregni di significato. Tra le più suggestive, ad esempio, c’è il Qingming, il Giorno della Pulizia delle Tombe in cui le famiglie si riuniscono per onorare i defunti. È tradizione portare doni sulle tombe dei propri antenati dopo averle ripulite per poi consumare pasti frugali e festeggiare facendo volare degli aquiloni.

Ma la differenza sostanziale tra il Taoismo e le altre religioni è un’altra. Le grandi religioni, soprattutto quelle monoteiste, si fondano su una rivelazione, una verità assoluta, trasmessa da un dio personale, codificata in una dottrina e custodita da un’istituzione.

Il Taoismo, invece, parte da una premessa opposta: la realtà ultima — il Tao — è per definizione indicibile e irriducibile a qualsiasi dogma. Non c’è un creatore che ha consegnato tavole della legge, non c’è una chiesa che detiene la verità, non c’è una dottrina della salvezza da accettare o rifiutare. C’è, semmai, un invito a sintonizzarsi con qualcosa che era già lì prima che arrivassimo noi a dargli un nome.

Forse il punto è proprio questo: il Taoismo ci mette in difficoltà perché non si lascia addomesticare dalle categorie con cui siamo abituati a dividere il mondo. Non è del tutto una filosofia, non è del tutto una religione — o forse è entrambe le cose insieme, a seconda del momento e del bisogno. E questa irriducibilità non è un difetto, ma la sua caratteristica più autentica.

In un’epoca che misura il valore di una persona dalla sua produttività, che trasforma ogni momento di quiete in un’opportunità sprecata, che esige etichette chiare e appartenenze definite, il Taoismo propone qualcosa di quasi sovversivo: l’idea che alcune delle domande più importanti non abbiano una risposta da incorniciare, ma vadano semplicemente vissute. Magari senza avere fretta di arrivare a una conclusione.

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