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FilosofiaFilosofiamo

Filosofiamo: Ivan Illich e la controproduttività

Quando la cura diventa veleno

Giuseppe Fumarola 2 mesi fa Commenta! 8
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Nell’odierno appuntamento domenicale con il mondo della filosofia ho scelto di parlarvi di Ivan Illich, un pensatore del secolo scorso il cui nome difficilmente lo si potrà trovare nei testi scolastici. Eppure è stato uno studioso di grande talento che si è occupato di moltissime tematiche diverse dimostrando una straordinaria lungimiranza tanto da risultare, oggi più che mai, ancora attualissimo.

Contenuti
Ivan Illich: una vita da “dissidente”Controproduttività: quando la cura diventa velenoLa convivialità

Ivan Illich: una vita da “dissidente”

ivan illich controproduttività

Ivan Illich nasce a Vienna nel 1926 da una famiglia cosmopolita e plurilingue — parlerà correntemente sei lingue. Si forma a Firenze, studia teologia e filosofia a Roma e una volta ordinato sacerdote viene inviato come parroco a New York, nel quartiere portoricano di Washington Heights. È lì che comincia a capire qualcosa di fondamentale: le istituzioni, anche quelle nate con le migliori intenzioni, spesso tendono a sviluppare una logica propria che finisce per tradire i propri scopi originari.

Dopo una serie di conflitti con il Vaticano — che lo convoca più volte per via delle sue posizioni scomode — lascia il ministero attivo e si trasferisce in Messico, a Cuernavaca, dove fonda il CIDOC, il Centro Intercultural de Documentación. Qui, negli anni Sessanta e Settanta, si riunisce un’intera generazione di intellettuali critici: Paul Goodman, Erich Fromm, Paulo Freire. È un laboratorio di idee che guarda al mondo con occhi profondamente diversi da quelli del mainstream progressista dell’epoca.

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Ivan Illich non era un accademico nel senso classico del termine, né un attivista tradizionale. È qualcosa di più scomodo: un pensatore che mette in discussione le fondamenta stesse delle istituzioni moderne. Scuola, medicina, trasporti, sviluppo economico… nessun pilastro è al sicuro. Tra le sue opere più note ci sono Descolarizzare la società (1971), Nemesi medica (1975) e La convivialità (1973), testi che hanno il sapore di una diagnosi severa su una civiltà che corre troppo veloce per accorgersi di dove sta andando.

Inoltre, il periodo storico in cui vive è certamente particolare: prima i due conflitti mondiali e poi il boom economico e il conseguente ottimismo tecnologico che ha condotto ad una fiducia quasi religiosa nel progresso. Più crescita, più servizi, più istituzioni significano automaticamente una vita migliore. Illich, al contrario, si dimostra scettico e comincia a fare una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: siamo sicuri che “di più” significhi davvero “meglio”?

Controproduttività: quando la cura diventa veleno

ivan illich la società conviviale e i suoi nemici

Il concetto centrale del pensiero di Illich, quello attorno a cui ruota quasi tutta la sua opera, è quello di controproduttività. L’idea, in apparenza semplice, ha una portata quasi vertiginosa: ogni istituzione o strumento, superata una certa soglia di sviluppo, comincia a produrre l’effetto opposto a quello per cui era stato creato. Non è un fallimento improvviso, ma una trasformazione lenta e quasi invisibile. Il sistema continua a funzionare, ma lo fa contro di noi. E non manca di fornire anche degli esempi concreti!

In La convivialità Illich prende come modello le automobili, uno dei simboli più luminosi del progresso post bellico che ha velocizzato e ottimizzato li spostamenti della vita quotidiana. In una città moderna, se si calcola il tempo totale che un americano medio dedicava all’auto — non solo quello passato al volante, ma anche le ore lavorate per pagarla, per assicurarla, per ripararla, per cercare parcheggio — la velocità reale di spostamento scendeva a circa sei chilometri orari. Grosso modo, il passo di un essere umano a piedi. L’automobile, strumento nato per guadagnare tempo, finiva per rubarlo.

Lo stesso meccanismo si applica alla scuola. In Descolarizzare la società Illich sostiene che il sistema scolastico, nato per diffondere la conoscenza, produce in realtà dipendenza istituzionale: non insegna a imparare ma trasmette contenuti standardizzati e “già pronti”, annullando di fatto la curiosità e riducendo lo studio a semplice obbligo.

Illich non risparmia nemmeno le istituzioni sanitarie di cui non critica tanto i principi scientifici e medici quanto piuttosto il loro utilizzo. In Nemesi medica il bersaglio è il sistema sanitario industriale, quello che, secondo il pensatore austriaco, genera iatrogenesi: una malattia causata dalla cura stessa. Non solo nel senso fisico degli effetti collaterali, ma in un senso più profondo: la medicalizzazione eccessiva della vita sottrae all’individuo la capacità di fare i conti con il dolore, la malattia e la morte. Ci rende pazienti cronici di un sistema che ha tutto l’interesse a tenerci tali.

La convivialità

ivan illich convivialità

Il filo che unisce questi esempi è sempre lo stesso: lo strumento, crescendo oltre misura, smette di servire l’uomo e comincia a servirsi di lui, finendo per divorare ciò che avrebbe dovuto migliorare o proteggere. Non si tratta di essere contro la tecnologia o contro le istituzioni in sé, ma di riconoscere che esistono limiti oltre i quali l’efficienza si trasforma in tirannia.

Ed oggi questa tirannia è più che mai evidente. I social media, nati per creare relazioni, generano invece isolamento e confronti tossici; le tecnologie, ideate per renderci più efficienti, ci trasformano in automi distratti e dipedenti; i sistemi di produttività ci promettono più tempo libero ma alla fine siamo sempre costretti in continue occupazioni. Persino il benessere è diventato un’industria che genera stress invece che serenità.

Arrivati a questo punto, dunque, qual è la soluzione? Come possiamo “purificare” le nostre istruzioni corrotte? Una domanda assai spinosa a cui lo stesso Illich ha fatto fatica a rispondere. Egli opponeva alla controproduttività la convivialità. Una società conviviale è una società in cui gli strumenti restano al servizio delle persone, invece di dominarle. Sono strumenti accessibili, comprensibili, utilizzabili senza dipendenze eccessive. È una visione che oggi potremmo tradurre con parole come sostenibilità, autonomia, decentralizzazione, anche se Illich le avrebbe probabilmente trovate un po’ troppo di moda.

La soluzione di Ivan Illich non è semplice (e nemmeno troppo chiara) ma ci fa capire che il problema non sta tanto nell’istituzione (le scuole, gli ospedali, la politica) ma nella logica con cui noi costruiamo quelle istituzioni. Una logica che tende sempre verso la scala industriale, la standardizzazione, la delega — e che, superata una soglia critica, ci rende impotenti proprio mentre ci promette onnipotenza.

Ciò che ci rimane da fare dunque è chiederci: a che punto ci troviamo sulla curva? Siamo ancora nel tratto in cui lo strumento serve l’uomo, o abbiamo già superato la soglia oltre la quale è l’uomo a servire lo strumento? La risposta ci permetterà di recuperare quella forma di libertà che non passa dall’accumulare strumenti sempre più potenti, ma dal saperli usare senza diventarne prigionieri.

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