Tra pochi giorni inizia Sanremo. Settantacinque anni di Festival, di canzoni, di emozioni ma anche di polemiche e scandali. E mentre ci prepariamo all’ennesima maratona televisiva, viene da chiedersi: è possibile fare filosofia in musica? O si tratta solo di tre minuti di melodia orecchiabile, qualche strofa d’amore preconfezionata, un ritornello che ti entra in testa e non esce più? Eppure, un tempo, la musica era molto di più: un modo per veicolare idee, per far pensare, per portare la filosofia fuori dalle università e dentro le osterie, le piazze, le case di tutti.
Perché è questo il punto: la musica è sempre stata il modo più democratico per diffondere pensiero. Non serve saper leggere, non serve una laurea, non servono biblioteche. Bastano orecchie. E quando una canzone ti entra dentro – davvero dentro – non la dimentichi più. Diventa parte di te, della tua visione del mondo. Diventa filosofia in musica.
Quando la canzone era sapienza

La filosofia in musica non è un’idea moderna appannaggio di qualche circolo intellettuale di nicchia. Al contrario, essa affonda le sue radici nell’oralità. I poemi omerici non erano libri da leggere in poltrona ma canzoni da cantare nelle piazze. Gli aedi greci erano filosofi ambulanti che trasmettevano sapienza attraverso il canto. Le ballate medievali raccontavano storie di eroi e santi, ma tra le righe veicolavano valori, insegnamenti, visioni del mondo. La canzone popolare è sempre stata il modo in cui le comunità costruivano e trasmettevano la propria cultura.
E questo non è cambiato nemmeno nell’età moderna. Quando nel Settecento nascono le prime canzoni politiche – dalle ballate rivoluzionarie francesi ai canti risorgimentali italiani – la musica diventa strumento di propaganda ma anche di educazione popolare. Le masse analfabete imparavano dalla canzone quello che non potevano imparare dai libri: idee di libertà, uguaglianza, giustizia. La Marsigliese o l’Inno di Mameli non sono solo inni da esibire prima di una partita di calcio: sono manifesti filosofici. Lo stesso vale per l’Internazionale, per Bella Ciao, per tutti i canti di protesta che hanno attraversato i secoli. La melodia è il cavallo di Troia che porta il pensiero dentro le menti.
E di questo erano consapevoli anche gli stessi filosofi che, proprio tra Seicento e Settecento (periodo d’oro della musica europea), intensificano le speculazioni filosofiche intorno alla musica. Schopenhauer sosteneva che la musica è l’arte suprema proprio perché non rappresenta il mondo fenomenico ma coglie direttamente l’essenza delle cose. Le altre arti – pittura, scultura, architettura – rappresentano oggetti, forme, idee. La musica no. La musica esprime la Volontà stessa, il principio metafisico che sta alla base di tutto. È filosofia senza parole, pensiero puro incarnato nel suono.
Per Schopenhauer la musica è più vera della filosofia. Perché la filosofia deve passare attraverso i concetti, che sono sempre mediazioni, astrazioni. La musica invece ti colpisce direttamente. Quando ascolti una sinfonia di Beethoven non stai capendo qualcosa – stai sentendo l’essenza del dolore, della gioia, della lotta, del trionfo. Senza filtri. Senza traduzioni.
Nietzsche, che da giovane era allievo di Schopenhauer, spinge questa intuizione ancora più lontano. Per lui la musica non è solo espressione della realtà – è affermazione della vita stessa. Nel suo primo libro, La nascita della tragedia, sostiene che la civiltà greca era la più grande perché aveva trovato un equilibrio tra l’apollineo (forma, razionalità, misura) e il dionisiaco (istinto, passione, ebbrezza). E il dionisiaco si manifestava soprattutto nella musica, nel canto corale, nella danza. La musica è il modo in cui l’uomo dice sì alla vita, con tutte le sue contraddizioni e i suoi dolori.
Ed è in Richard Wagner, grande compositore ottocentesco, che Nietzsche vede il candidato perfetto per recuperare la grandezza della musica greca, l’unico in grado di riprodurre con le sue composizioni la bellezza conflittuale, istintiva, passionale di tutta l’esistenza umana. Con Wagner avrà un rapporto complicato ma fino alla fine della sua vita, il filoso tedesco rimarrà convinto del fatto che la musica, con il suo magico fuoco e il suo oceano selvaggio di suoni, costituisce l’arte per eccellenza tanto che «senza musica la vita sarebbe un errore».
Sperimentazioni moderne di filosofia in musica

Ma c’è un momento particolare nella storia italiana in cui questo rapporto tra musica e filosofia diventa esplicito, consapevole, quasi programmatico. Gli anni Sessanta e Settanta. La stagione dei cantautori.
Nel 1967, ad esempio, Francesco Guccini scrive una canzone che si intitola semplicemente Dio è morto. Il titolo viene da Nietzsche, dall’annuncio più radicale della filosofia moderna. La Rai la censura immediatamente: blasfemia. Ma il brano viene inciso dai Nomadi e diventa un successo enorme. Milioni di italiani – molti dei quali non hanno mai letto una riga di filosofia – si ritrovano a cantare una riflessione sulla morte delle certezze assolute, sul nichilismo, sulla necessità di ricostruire valori in un mondo dove Dio – inteso come fondamento metafisico – è scomparso.
Guccini non sta semplificando Nietzsche. Sta facendo qualcosa di più complesso: sta traducendo un’intuizione filosofica in immagini, emozioni, melodia. E funziona. Perché la canzone non ti spiega Nietzsche – ti fa sentire cosa significa vivere in un mondo dove le vecchie certezze sono crollate. È filosofia che bypassa la ragione e arriva direttamente al cuore. O meglio: che usa il cuore per arrivare alla testa.
E Guccini non è un caso isolato. Tutta la canzone d’autore italiana di quegli anni è intessuta di riferimenti filosofici e letterari. Fabrizio De André cita Brecht, Céline, i Vangeli apocrifi. Paolo Conte costruisce surrealismi degni di Magritte. Luigi Tenco scrive canzoni che sono meditazioni esistenzialiste sulla solitudine e l’incomunicabilità. Non sono semplici canzoni d’amore. Sono tentativi di dare forma al disagio esistenziale, di articolare domande sul senso della vita, sulla morte, sulla condizione umana.
La cosa straordinaria è che queste canzoni arrivano ovunque. Non restano confinate nei club intellettuali. Passano alla radio, vendono dischi, vengono cantate nei concerti davanti a migliaia di persone. La filosofia esce dalle accademie e si riversa nelle piazze. Diventa – letteralmente – popolare.
Cosa resta da cantare

E oggi? Cosa è successo? Dove è finita la canzone che pensa, che interroga, che provoca? Perché oggi, quando accendiamo la radio o apriamo Spotify, troviamo quasi sempre formule preconfezionate, strofe intercambiabili, ritornelli costruiti in laboratorio per diventare virali? La risposta è semplice: capitalismo.
L’industria musicale ha scoperto che vendere emozioni immediate è più redditizio che stimolare riflessioni complesse. Una canzone d’amore generica funziona meglio di una meditazione esistenzialista. Un tormentone estivo vale più di una ballata impegnata. E così la musica si è progressivamente svuotata, è diventata merce, prodotto da consumare velocemente e dimenticare.
Ma il problema non sta solo in chi produce musica ma anche in chi l’ascolta. Abbiamo perso l’abitudine all’ascolto profondo. Consumiamo musica come consumiamo tutto il resto: velocemente, distrattamente, in sottofondo mentre facciamo altro. Chi ha più il tempo – o la voglia – di sedersi e ascoltare davvero un album dall’inizio alla fine, seguendo un percorso narrativo o concettuale?
Quindi bisogna chiedersi: è ancora possibile che una canzone faccia pensare, oltre che fare ascolto? È ancora possibile portare filosofia in musica, come facevano Guccini, De André, Battisti? O quella stagione è definitivamente chiusa, travolta dall’industria dello streaming e dalla tirannia degli algoritmi?
È impossibile dare una risposta univoca a questa domanda. Eppure tutti noi abbiamo ancora, oltre a quell’odioso ritornello estivo che non vuole uscire dalla nostra testa, anche una canzone che è rimasta, invece, tenacemente attaccata al nostro cuore. Quella che ci fa piangere, ridere o infuriare, che ci ha aperto gli occhi su un mondo nuovo o semplicemente diverso. Non importa se a cantarla è un rapper, un neomelodico o un lirico, se è presentata su un palco o in mezzo a una strada. Importa solo quanto fa vibrare il nostro cuore e la nostra mente.
E allora guarderemo Sanremo la prossima settimana. Ci emozioneremo, probabilmente. Forse ci annoieremo. Quasi sicuramente ci lamenteremo. Ma ogni tanto – forse – una canzone ci sorprenderà. Dirà qualcosa che non ci aspettavamo. Ci farà pensare. Ci ricorderà che la musica, quando è vera, è sempre stata più di semplice intrattenimento. È stata – ed è ancora – filosofia che canta.