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Filosofiamo: La filosofia del cibo, da Feuerbach ai giorni nostri

Siamo davvero ciò che mangiamo?

Giuseppe Fumarola 4 ore fa Commenta! 9
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Nell’odierno appuntamento con Filosofiamo vorrei parlare di “filosofia del cibo”. Sembra strano accostare la filosofia al cibo, eppure nella metà dell’Ottocento il filosofo Ludwig Feuerbach ha coniato una delle frasi più celebri di tutta la storia della filosofia: “Siamo ciò che mangiamo”.

Contenuti
La filosofia del cibo: dal banchetto al pensieroLa rivoluzione di FeuerbachTornare alla tavola

Forse quella frase, apparentemente banale, nasconde qualcosa di più profondo di quanto sembri. Forse il cibo non è solo carburante per il corpo, ma materia che ci costruisce – fisicamente, culturalmente, spiritualmente. E forse è tempo di chiedersi: cosa significa davvero mangiare?

La filosofia del cibo: dal banchetto al pensiero

filosofia del cibo
Il parassita, Roberto Bompiani 1875

La filosofia del cibo, se così vogliamo chiamarla, non nasce con Feuerbach ma ha radici ben più antiche. Nell’Antichità il pasto rappresentava un momento di fondamentale importanza nella vita quotidiana. Ad Atene il simposio era un momento comunitario in cui la società tutta si riuniva per mangiare, bere, discutere di politica, filosofia e cimentarsi in gare poetiche. Anche a Sparta esisteva un rituale simile che prendeva il nome di sissizio durante il quale si consumava un banchetto comune, per l’allestimento del quale tutta la comunità aveva contribuito in equal misura.

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Erano momenti di straordinaria condivisione che, attraverso il cibo e il vino, servivano a rafforzare i legami comunitari e a cementare la propria identità culturale. Platone ambienta proprio in uno di questi banchetti uno dei suoi dialoghi filosofici più famosi: il Simposio. Non è una scelta casuale. Il cibo, il vino, la compagnia creano uno spazio dove il corpo e la mente sono in sintonia, dove il piacere sensoriale apre la strada alla riflessione intellettuale.

È come se il filosofo ci stesse dicendo: per pensare bene, bisogna anche mangiare bene (i latini diranno mens sana in corpore sano). Non nel senso di mangiare cibi costosi o raffinati (anzi, il più delle volte si invitava alla frugalità e alla morigeratezza) ma di mangiare insieme, con attenzione, con consapevolezza. Il simposio non era solo un momento di convivialità, era il luogo dove si costruiva la cultura stessa.

La rivoluzione di Feuerbach

feuerbach filosofia del cibo

Ma torniamo a Feuerbach. Quando scrive “siamo ciò che mangiamo” nel 1850, sta facendo qualcosa di rivoluzionario e scandaloso per l’epoca. Sta rovesciando secoli di filosofia idealista che considerava il corpo una prigione dell’anima, una zavorra da superare. Con l’avvento del Cristianesimo e per i secoli successivi, infatti, mangiare era diventato un peccato e il cibo un qualcosa in più, utile alla sola sussistenza del corpo visto come un’ingombrante gabbia che intrappola l’anima che tende a Dio. Non a caso si impongono i digiuni frequenti e persino pene più severe come le mortificazioni delle carni.

Feuerbach dice invece: no, corpo e mente sono una cosa sola. Non si può pensare con la pancia vuota. Se vuoi migliorare il popolo, non gli serve la morale – gli serve cibo migliore.

La fame e la sete abbattono non solo il vigore fisico, ma anche quello spirituale e morale dell’uomo, lo privano della sua umanità, della sua intelligenza e della coscienza […]. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento.

La frase nasce dalla recensione di un trattato di alimentazione scritto da Jakob Moleschott, medico olandese che sosteneva che la nutrizione era il principio motore della storia umana. Feuerbach la radicalizza: non sta dicendo “mangia sano per vivere a lungo” – sta dicendo che l’ingiustizia sociale comincia dalla tavola. Che un operaio inglese produce di più di uno napoletano non perché è più intelligente o più virtuoso, ma perché ha accesso a cibo migliore. Che la filosofia stessa – quella cosa che si credeva la più alta, la più astratta, la più lontana dalla materia – nasce dalla pancia. Prima lo stomaco, poi il cervello.

Se in Occidente abbiamo dovuto attendere la metà dell’Ottocento per comprendere che corpo e mente sono collegati, in Oriente si è giunti a tale consapevolezza molto prima. La tradizione buddhista ha infatti sviluppato quella che viene spesso definita “arte del mangiare consapevole”. Non si tratta di mangiare “bene” nel senso nutrizionista del termine, ma di mangiare con attenzione. Di prestare piena consapevolezza a ogni gesto: portare il cibo alla bocca, masticare lentamente, sentire i sapori, le texture, le temperature. Trasformare un atto quotidiano e apparentemente banale in meditazione.

Nel pensiero zen, ogni azione quotidiana – compreso il mangiare – può diventare pratica spirituale. Non c’è distinzione tra meditazione formale e vita quotidiana. Mangiare, dormire, camminare: tutto è zen se fatto con piena consapevolezza. Il cibo non è solo nutrimento del corpo o della mente, ma occasione per coltivare la presenza, per sciogliere l’illusione di separazione tra noi e il mondo. Il cibo che mangiamo, il modo in cui lo trattiamo o degustiamo ci ricordano chi siamo e dove ci troviamo.

Tornare alla tavola

filosofia del cibo

Mai come oggi si è parlato tanto di cibo. Programmi di cucina, food blogger, diete miracolose, superfood, intolleranze, chef stellati trasformati in rockstar. Il cibo è ovunque – ma lo mangiamo davvero? O lo fotografiamo, lo consumiamo, lo usiamo come status symbol senza mai davvero prestare attenzione a cosa significa nutrirsi?

Persino l’etica alimentare ha preso, in molti casi (ma non sempre) derive mondane ed estremiste. Essere vegani o vegetariani è sempre più di frequente un’etichetta da sfoggiare all’occorrenza, salvo poi abbandonarla alla prima occasione utile. Alcuni cibi o piatti esotici arrivano sulle nostre tavole solo perché “di moda” al momento, altri, al contrario, scompaiono quasi totalmente perché divenuti veri e propri tabù culinari.

Allora che fare? Forse la risposta più radicale è anche la più semplice: tornare a mangiare. Mangiare davvero. Non ingurgitare, non consumare, non seguire mode passeggere. Mangiare con attenzione, con presenza, possibilmente insieme ad altri. Riscoprire il cibo come relazione – con noi stessi, con gli altri, con il mondo.

Non serve diventare tutti vegani o asceti o praticanti zen. Ma forse serve recuperare un po’ di quella saggezza antica che sapeva che mangiare è un atto che ci definisce. Che attraverso il cibo costruiamo identità, comunità, valori. Che quello che mettiamo nel piatto non è neutro – è una dichiarazione di chi siamo e di che mondo vogliamo.

Feuerbach aveva ragione, anche se in un senso che probabilmente non immaginava. Siamo davvero ciò che mangiamo. Non solo biologicamente, ma culturalmente, eticamente, spiritualmente. Il cibo che scegliamo, il modo in cui lo mangiamo, le persone con cui lo condividiamo: tutto questo ci costruisce. E forse, in un’epoca di solitudine e disconnessione, riscoprire la filosofia del cibo potrebbe essere più che un esercizio intellettuale. Potrebbe essere un modo per ritrovare il senso del nutrirsi – e del vivere insieme.

La prossima volta che ti siedi a tavola, prova a rallentare. Guarda quello che hai nel piatto. Sentine l’odore. Mastica lentamente. Chiediti: cosa sto davvero mangiando? E cosa, mangiando, sto diventando?

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