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Filosofiamo: Ozio creativo, quando il non-fare diventa arte

perchè il lavoro non è tutto...

Giuseppe Fumarola 2 ore fa Commenta! 9
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«L’ozio è il padre di tutti i vizi», recitava il proverbio che i nostri nonni ci ripetevano con severità. Ma è davvero così? Viviamo nell’epoca della produttività a tutti i costi. Ogni momento deve essere giustificato, ottimizzato, reso utile. Il tempo libero stesso è diventato un’industria: dobbiamo “sfruttarlo” con hobby, fitness, formazione continua, networking. Persino il riposo viene misurato, quantificato, inserito in app che ci dicono se abbiamo dormito abbastanza. L’idea di trascorrere ore senza fare nulla – davvero nulla – ci terrorizza. Eppure gli antichi la pensavano diversamente. E forse avevano ragione loro.

Contenuti
Quando l’ozio era una virtùLa rivoluzione industriale dell’animaIl paradosso della produttività e il diritto a non-fare

Quando l’ozio era una virtù

John William Waterhouse Dolce Far Niente ozio
John William Waterhouse, Dolce far niente

Facciamo un salto indietro, lasciamoci alle spalle il grigiore degli uffici, delle fabbriche e delle città turbolente in cui ci ritroviamo a correre senza sosta. Nell’antica Roma si era soliti distinguere tra otium e negotium. Quest’ultimo termine – letteralmente “non-ozio” – indicava le attività pubbliche, gli affari di stato, il commercio. Era importante, certo, ma era pur sempre definito negativamente: era ciò che non era ozio. L’otium, invece, era il tempo liberato dagli impegni obbligatori, politici o familiari e dedicato alla cura di sé, allo studio, al tempo con gli amici.

Ma attenzione! Non si trattava di pigrizia come saremmo portati a pensare oggi. Catone il Vecchio, noto per la sua severità, distingueva accuratamente l’otium dalla desidia – lo stare sempre seduti senza fare nulla – e dall’inertia, l’assenza di ogni iniziativa. L’ozio romano era attivo, creativo, fecondo. Cicerone parlava di otium litteratum, ozio dedicato alle lettere e alla cultura. Seneca, nel suo De otio, arrivò a sostenere che il vero saggio dovesse dedicarsi all’ozio creativo e contemplativo, perché solo così poteva contribuire davvero al bene comune: non perdendosi negli affari contingenti ma riflettendo sui grandi valori, producendo pensiero che avrebbe nutrito generazioni future.

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Anche i Greci la pensavano in maniera simile. La skholé (da cui deriva il nostro “scuola”) indicava l’ozio creativo, il tempo libero dedicato, appunto, alla conoscenza e alla riflessione. Può sembrare paradossale ma per gli antichi solo chi era libero dal bisogno di lavorare poteva dedicarsi alla conoscenza. Non era una questione di snobismo aristocratico – o almeno, non solo – ma il riconoscimento che certe attività richiedono un tipo particolare di tempo: tempo non pressato dall’urgenza, non misurato dal profitto, non finalizzato a nulla se non a se stesso.

Aristotele passeggiava con i suoi allievi nei colonnati del Liceo. Non correvano verso una meta. Camminavano, e pensavano. L’apprendimento aveva bisogno di questo ritmo lento, di questa disponibilità a divagare, perdersi, tornare indietro.

La rivoluzione industriale dell’anima

bertrand russel elogio dell'ozio tea

Poi qualcosa è cambiato. Con l’ascesa del protestantesimo prima e dell’industrializzazione poi, il lavoro divenne sacro. Non più fatica necessaria ma benedizione, segno di virtù, prova di valore morale. Max Weber descrisse questa trasformazione nella sua analisi dell’etica protestante: la ricchezza è un premio divino che indica di essere stati benedetti da Dio e da lui predestinati alla salvezza. E visto che è il lavoro a produrre ricchezza l’ozio, di conseguenza, divenne peccato.

Questa inversione di valori produsse conseguenze enormi. Il capitalismo industriale aveva bisogno di lavoratori disciplinati, disposti a passare ore in fabbrica ripetendo gesti identici. Doveva convincerli che questa vita fosse dignitosa, anzi virtuosa. E così il proverbio «l’ozio è il padre di tutti i vizi» divenne strumento ideologico: i ricchi predicavano la dignità del lavoro mentre loro stessi continuavano a godere dell’ozio aristocratico, rinominandolo “tempo libero” per renderlo rispettabile.

Bertrand Russell, nel suo fulminante Elogio dell’ozio del 1932, smontò questa ipocrisia con logica implacabile. Se la tecnologia ci permette di produrre lo stesso con meno ore di lavoro, perché non ridurre l’orario lavorativo per tutti invece di mantenere metà della popolazione disoccupata e l’altra metà sfinita? Russell proponeva quattro ore di lavoro al giorno come standard. Il resto del tempo? Dedicato alla cultura, all’arte, al pensiero, alla vita sociale. Non ozio come inattività ma come spazio per tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e che il lavoro, per sua natura, esclude.

La proposta di Russell suonava utopica nel 1932. Ma oggi? Produciamo infinitamente di più rispetto a un secolo fa, eppure continuiamo a lavorare come se fossimo ancora nell’Ottocento. Anzi, spesso lavoriamo di più: lo smartphone ci rende reperibili sempre, la distinzione tra vita e lavoro si dissolve, il “lavorare da casa” diventa “vivere al lavoro”. L’ozio è scomparso non perché sia impossibile ma perché abbiamo deciso che sia immorale.

Il paradosso della produttività e il diritto a non-fare

Ma più lavoro equivale davvero a maggiore efficienza e produttività? Sembrerebbe di no. La neuroscienza contemporanea sta riscoprendo oggi quello che gli antichi sapevano per esperienza: il cervello ha bisogno di tempi morti.

Quando non è impegnato in compiti specifici, attiva quella che viene chiamata “rete di default”, responsabile dell’integrazione delle informazioni, della creatività, dell’elaborazione emotiva. È durante questi momenti – quando crediamo di “non fare nulla” – che il cervello lavora ai suoi livelli più profondi e complessi. L’ozio non è assenza di attività ma presenza di un’attività diversa, più sottile, più profonda. Newton e la mela, Archimede nella vasca, Kekule che sogna il serpente che si morde la coda e scopre la struttura del benzene: sono tutti esempi di intuizioni che arrivano quando la mente smette di sforzarsi e comincia a vagare.

isaac newton ozio
Robert Hannah, Isaac Newton nel suo giardino a Woolsthorpe, 1665

Eppure continuiamo a riempire ogni istante. Aspettiamo l’autobus? Controlliamo il telefono. Pausa pranzo? Rispondiamo alle email. Sera? Netflix, social media, qualsiasi cosa pur di non restare soli con noi stessi in silenzio. Abbiamo sviluppato una vera fobia del vuoto, dell’assenza di stimoli. Ma questo vuoto è esattamente lo spazio dove nasce il pensiero originale e dove l’anima torna a respirare.

Allora cosa fare? O meglio, cosa non fare? Siamo onesti: milioni di persone non possono permettersi di lavorare meno perché lo stipendio non basta. L’ozio, si potrebbe obiettare, resta un privilegio di classe, esattamente come nell’antica Roma. E lo stesso Russel, che proponeva un ritorno all’ozio, era un aristocratico che, in fondo, non doveva preoccuparsi di come arrivare a fine mese.

Ma forse la questione va affrontata diversamente. Il problema non è rinunciare o meno a qualche ora di lavoro ma comprendere che l’ozio non è una colpa né qualcosa da demonizzare. Leggere un libro, fare una passeggiata o, perché no, anche schiacciare un pisolino tra una pausa lavorativa e l’altra non sono cose di cui vergognarsi ma momenti essenziali per potersi ricaricare a dovere.

Gli antichi avevano capito qualcosa che noi abbiamo perduto: una vita degna di essere vissuta ha bisogno di tempo non finalizzato, di momenti in cui non siamo funzionali a nulla se non a noi stessi: non producono soldi, non aumentano la competitività ma sono, forse, l’unica cosa che conta davvero. Quindi la prossima volta che vi sentite in colpa per aver passato un’ora senza “fare nulla”, ricordatevi: state praticando un’arte antica, quasi perduta, sovversiva e necessaria. L’arte dell’ozio. L’arte di essere umani.

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