La sirena e il segreto del cuore di Gabriele Vecchiarelli, edito da Fuorilinea, si inscrive in quella tradizione narrativa antica e sempre rinnovata in cui la fiaba non è mai soltanto fiaba, ma dispositivo iniziatico, attraversamento, domanda aperta sull’identità e sull’amore. La sirena, figura liminale per eccellenza, abita da secoli la soglia tra mondi: acqua e terra, natura e cultura, desiderio e perdita. In questo solco si colloca Mia, giovane sirena dai capelli rosa, principessa della città sottomarina di Eratis, ma soprattutto creatura incompleta, segnata da un’assenza che è ferita e chiamata.
La sirena e il segreto del cuore: trama e contenuto

Eratis è un mondo ordinato, popolato da tritoni e sirene che sembrano aver già trovato il proprio posto nel disegno dell’esistenza. Tutti, tranne Mia. Il suo cuore, “grande” non per misura ma per fame, custodisce un vuoto che non può essere colmato dalla permanenza, dalla sicurezza, dall’uguale. È qui che il racconto di Vecchiarelli si allontana dalla narrazione per l’infanzia e si avvicina al romanzo di formazione, inteso non come genere ma come destino: quello di chi, per diventare se stesso, deve osare il confine.
Come nella Sirenetta di Andersen, l’amore non è mai innocente. Non consola, non protegge: espone. Ma se in Andersen l’amore conduce alla dissoluzione, qui si apre come accettazione radicale della diversità, come attraversamento di frontiere biologiche, culturali, simboliche. Oltrepassare il confine di Eratis non è soltanto un gesto geografico: è un atto ontologico. Significa rinunciare all’idea che l’amore sia ciò che ci viene dato senza rischio, e accettare che esso coincida con la perdita dell’unità originaria.
Il “segreto del cuore” non è allora un enigma da sciogliere, ma una verità da abitare. Vecchiarelli sembra dialogare, consapevolmente o meno, con una genealogia alta: dalla Lighea di Tomasi di Lampedusa, sirena che incarna l’abisso da cui non si torna, fino al Cantico dei Cantici, dove l’amore è dichiarato “forte come la morte”. Anche in Mia l’amore ha questa forza: non salva dal dolore, ma lo rende fecondo.
La scrittura è semplice, ma non ingenua. C’è una nostalgia sottile dell’unità perduta, un richiamo costante a ciò che precede la scelta, e proprio per questo la rende necessaria. In filigrana si avverte la formazione umanistica dell’autore, il suo sguardo pedagogico e antropologico: l’amore come esperienza che educa, che trasforma, che costringe a riconoscere l’altro come alterità irriducibile.
La sirena e il segreto del cuore è dunque una fabula aperta, che parla ai più giovani ma non solo a loro. È un racconto sull’attesa, sul desiderio che non accetta scorciatoie, sulla diversità come luogo dell’incontro. Perché, come ogni vera storia di sirene insegna, non si ama senza perdersi un poco. E non ci si trova, se non dopo aver avuto il coraggio di oltrepassare il proprio mare.