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Shikata ga nai: l’arte giapponese del “lasciar andare” (anche) leggendo

Shikata ga nai in giapponese significa "non possiamo farci nulla": sono semplici parole dal significato profondo. Un libro per imparare a conoscere questa filosofia

Shikata ga nai
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Caro iCrewer, oggi mi trovavo al pc per organizzare il lavoro e ho notato che dovevo preparare l’articolo numero 250, per questa redazione di cui faccio parte da ormai un anno; ho rivissuto in pochi istanti tanti bei ricordi, ma anche tanti avvenimenti che hanno sconvolto la mia vita, e dai quali debbo ancora riprendermi; ho sospirato e, per prima cosa, ho ringraziato: la mia forza, la mia tenacia, i miei colleghi e soprattutto il meraviglioso mondo dei libri, che ha spalancato i suoi cancelli ad un’anima svuotata e l’ha colmata di mille e una emozioni; ma sì, anche di suggerimenti, esperienze, filosofie, moniti, avventure e divertimento. Hai mai pensato che il leggere sia anche salvifico? Io lo ritengo un’ottima terapia utile per contrastare molti, molti mali. E la perfetta compagnia per tutto il resto.

shikata ga naiGuardando qualche catalogo su internet mi sono imbattuta in questo libro, dalla cover un po’ anonima debbo constatare, ma il cui titolo parla chiaro: si tratta di Shikata ga nai, scritto da Eric Landowski per Mimesis Edizioni.

Ma che cos’è questa filosofia giapponese? Non so se ne hai mai sentito parlare, caro iCrewer: Shikata Ga Naiしかた が ない –  è un’espressione che tradotta letteralmente significa “non posso farci niente” e che cela, dietro la semplicità di un’affermazione dai tratti popolari, un modo tutto propositivo per affrontare la vita, e in special modo quegli eventi negativi che possono capitare durante il percorso, sui quali non abbiamo alcun potere. “Non posso farci niente” non significa arrendevolezza, ma una sana rassegnazione nell’accettare che la vita, a volte, ci riserva situazioni su cui non si può intervenire.

Leggendo la descrizione di questo libro mi è venuta voglia di approfondire: “Shikata ga nai: espressione d’uso corrente in Giappone, apparsa sulla stampa europea dopo lo tsunami del 2011. è spesso usata dai giapponesi quando si trovano di fronte a eventi inevitabili e drammatici. Esprime un atteggiamento così lontano dai modi occidentali di pensare che la sua traduzione è difficile: «Non ci si può fare nulla». Ma questa accettazione passiva è fuorviante. Più opportuno sarebbe dire: «Così è come va», il che implica che la vita, compresi gli aspetti più drammatici, è parte di un processo globale e forse significativo. Nel presente saggio, che non si concentra in particolare sulla cultura giapponese, l’analisi di questa espressione permette di individuare un elemento chiave nella costruzione di un modello – religioso o no – per la fondazione di un senso della vita. Oltre un razionalismo stretto che esclude ogni interrogativo sul fatto che ci sia del senso “piuttosto che niente”, e, allo stesso tempo, aldiquà della scommessa idealista che vi apporta una risposta, ma soltanto al prezzo di un salto nell’ordine sovrannaturale, non potrebbe concepirsi una metateoria del senso che, facendo economia di qualunque idea di trascendenza, si collocasse nel quadro epistemologico di una semiotica fedele ai propri principi di pertinenza?

Mi è spiccato subito all’occhio il riferimento allo tsunami avvenuto in seguito al disastroso terremoto che ha distrutto la centrale nucleare di Fukushima: ricordo ancora le immagini che si susseguivano alle televisioni, i bilanci sempre più pesanti, le fotografie scattate della devastazione e la tribolazione fatta persona negli occhi dei sopravvissuti. Sono trascorsi molti anni da allora: il tempo è ingannevole, sa rendere tutto sfocato o immediatamente vivido nell’immaginario delle persone, a seconda di quale avvenimento ci porta alla memoria; molti giornalisti occidentali ad esempio, al ritorno dalle aree colpite da quell’evento non solo riportano i cambiamenti avvenuti nel corso degli ultimi anni, la ricostruzione e la forza di un popolo che è andato avanti ma subiscono un vero e proprio cambiamento nell’animo; incontrano una consapevolezza nuova e comprendono il significato profondo della resilienza. Forse solo a causa dell’incertezza della vita si arriva ad amarne completamente ogni sfaccettatura; forse solo arrendendosi e lasciando andare rabbia, risentimento, astio e orgoglio si possono trovare la serenità e la fermezza per affrontare anche il più temibile degli eventi, certi che l’universo è perennemente in movimento e nulla sarà mai allo stesso modo per sempre.

Che si affronti ogni processo della vita con la forza della propria religione, con la conoscenza acquisita con fatica e impegno, o con la semplicità della saggezza popolare tramandata dai nostri avi, sicuramente avremo molteplici fonti a cui attingere e il leggere fa proprio parte di una di queste: qui e ora, un testo tra le mani, io leggo, apprendo, condivido esperienze universali, vivo e sogno.

Conoscevi questo modo di dire giapponese? Ti trovi d’accordo?

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