C’è un uomo seduto in una teca di vetro, nell’ala sud dell’University College di Londra. Indossa gli abiti che soleva indossare in vita, tiene le mani appoggiate su un bastone da passeggio. È lì da quasi due secoli. Si chiama Jeremy Bentham, e in questo appuntamento domenicale con Filosofiamo voglio raccontarvi la storia di un uomo che cercò di trasformare la filosofia in una scienza esatta – e che, alla fine, ne divenne lui stesso il più bizzarro esperimento.
Jeremy Bentham: la biografia

Bentham nacque a Londra nel 1748, figlio di un avvocato benestante con grandi ambizioni per il figlio che sin da subito dimostrò di essere un vero e proprio prodigio. A tre anni già leggeva trattati e studiava il latino. A cinque suonava il violino. A dodici lo mandarono a Oxford, dove si laureò a quindici anni. Il padre sognava per lui la carriera più illustre che un avvocato inglese potesse raggiungere.
Ma il destino aveva altri piani. Dopo essersi immerso nel mondo del diritto, Bentham ne uscì profondamente deluso. Il sistema legale inglese gli apparve come un mostro: incoerente, arbitrario, accessibile solo a chi poteva permettersi anni di studi specializzati. Lo soprannominò, con il suo tipico gusto per le parole inventate, “The Demon of Chicane” – il demone del raggiro.
Bentham, d’altronde, vive nel pieno dell’Illuminismo, in un’Inghilterra attraversata da trasformazioni economiche e sociali radicali. Le città crescono, le disuguaglianze si fanno più visibili, le istituzioni arrancano dietro a un mondo che cambia troppo in fretta. In questo contesto, il filosofo scelse di dedicare la sua vita a una riforma globale della società, fedele a quello che fu il suo principio guida per tutta la sua esistenza: assicurare la massima felicità possibile al maggior numero di persone.
Per farlo il filosofo intrattenne una fitta corrispondenza con diverse personalità influenti del suo tempo con il quale si confrontò assiduamente: da Adam Smith, che fu pesantemente influenzato dalle sue idee politiche, a Mirabeau e ad altri leader rivoluzionari francesi che arrivarono a conferirgli la cittadinanza onoraria francese per le sue idee in ambito sociale e politico.
La felicità come scienza
Il cuore del pensiero di Bentham è il principio di utilità, formulato in modo spietatamente chiaro: un’azione è giusta nella misura in cui aumenta la felicità complessiva e riduce la sofferenza. Non conta l’intenzione, il valore o la morale dietro la singola azione, conta unicamente il risultato. La felicità, per Bentham, non è un concetto nebuloso: coincide con il piacere e con l’assenza di dolore.
Togliete via piaceri e dolori – scrive il filosofo – e non solo la felicità ma anche la giustizia, il dovere, l’obbligazione e la virtù diverranno nomi vani.
Era un’idea rivoluzionaria e per certi versi pericolosa perché metteva in discussione molti dei principi e valori su cui si fondava la società moderna: leggi divine, diritti naturali, morale religiosa. Bentham li bollò come “nonsense sui trampoli” – nonsense upon stilts – e propose di sostituirli con un calcolo. Un calcolo reale, misurabile, un “calcolo della felicità” che cercava di quantificare il piacere e il dolore in base a intensità, durata e probabilità.
In pratica, Bentham voleva trasformare la morale in una scienza matematica. L’ambizione era colossale e, almeno in parte, utopistica. Ma le conseguenze della sua filosofia furono enormi. Applicando il principio dell’utilità alla legge e alla politica, Bentham si trovò naturalmente dalla parte dei più deboli. Per lui ogni governo o autorità è un male che occorre minimizzare in ogni suo aspetto possibile affinchè risulti il più utile possibile.
I suoi campi di interesse furono vastissimi: si batté per l’abolizione della pena di morte, della schiavitù, dei castighi corporali – anche quelli dei bambini. Sostenne i diritti delle donne, il diritto al divorzio, la depenalizzazione dell’omosessualità. Su quest’ultimo tema, i suoi scritti erano così avanzati che il suo stesso editore, dopo la morte del filosofo, decise di tenerli nascosti al pubblico.
L’occhio che non si spegne
Ma dietro la luce di questo filosofo “scienziato della felicità” e attento alle masse, si nascondono anche diverse ombre e contraddizioni.
Nel 1791, Bentham progettò una prigione rivoluzionaria: il Panopticon. Si trattava di un edificio circolare con una torre centrale, da cui un singolo guardiano poteva osservare tutti i detenuti in ogni momento – senza che questi potessero mai sapere se erano effettivamente osservati o meno. L’idea era che, vivendo sempre nell’incertezza di essere osservati, i prigionieri avrebbero finito per autoregolarsi, interiorizzando le regole come se fossero proprie.
Un’idea inquietante, che ancora oggi solleva interrogativi sul rapporto tra sicurezza e libertà, ma che nasce da un intento dichiaratamente riformatore e, tutto sommato, in linea con il suo principio utilitaristico. Se i detenuti si autoregolano pensando di essere costantemente osservati, non c’è bisogno di ricorrere a pene eccessivamente crudeli. La libertà, inoltre, non è un valore assoluto come sostenevano i rivoluzionari di Francia ma sacrificabile se va a vantaggio della serenità e della felicità dei più.
Il Panopticon non fu mai costruito nella forma originale che Bentham aveva immaginato. Ma l’idea – quella di un controllo invisibile, pervasivo, che trasforma lo sguardo in uno strumento di potere – è diventata una delle metafore più potenti della modernità: quella di un potere che si esercita non più (o non soltanto) con la forza bruta ma che si infiltra nelle abitudini, nelle strutture sociali, nei comportamenti quotidiani. Qualcosa che si sarebbe presto manifestato in molti dei regimi autoritari del secolo successivo.
Ma le stranezze di questo filosofo non si esauriscono qui. Prima di morire, nel 1832, il filosofo dispose nel suo testamento che il suo corpo fosse dissezionato in pubblico, davanti ai suoi amici e colleghi, e poi imbalsamato e messo in mostra per sempre nell’University College di Londra – l’università che aveva aiutato a fondare proprio per garantire un’istruzione accessibile a tutti, senza distinzioni di classe o religione.
Anche in questo caso, però, questo gesto apparentemente folle e un po’ macabro rimane in linea con il suo pensiero filosofico. Volle presentare quella che definì la sua “auto-icona” un ultimo contributo alla scienza: un corpo che potesse essere studiato, osservato, analizzato. Un ultimo esercizio di utilitarismo applicato a sé stesso. E qui c’è un’ironia che non passa inosservata: l’uomo che aveva progettato il Panopticon – un sistema pensato per tenere gli altri sotto osservazione – si è alla fine messo nel posto di osservato, per sempre, senza poter mai più sottrarsi allo sguardo altrui.
Bentham voleva osservare tutto, capire tutto, ottimizzare tutto. E alla fine ha scelto di essere lui stesso osservato, per sempre. È un paradosso perfetto, degno di un filosofo che ha cercato di trasformare la felicità in un’equazione. Forse la domanda più interessante non è se Bentham avesse ragione o torto. Ma se di fronte a una vita così bizzarra, così contraddittoria, così umanamente strana – possiamo davvero ridurre l’esistenza umana ad un mero e forse troppo semplicistico calcolo.