Direste mai che un’azione tanto semplice come camminare può rivelarsi uno degli atti filosofici più potenti e intensi mai realizzati? Ce lo insegna Aristotele, uno dei primi maestri indiscussi della “arte di camminare”, a cui intendo dedicare l’odierno appuntamento domenicale con Filosofiamo.
Oggi viviamo immersi in una cultura che valorizza l’immobilità produttiva – seduti davanti a schermi, inchiodati alle scrivanie, bloccati nel traffico – eppure continuiamo a sentire il richiamo ancestrale della camminata. Uscire a camminare senza meta precisa, senza cronometro né obiettivo, sembra un lusso inutile o una perdita di tempo. Ma se invece fosse proprio quello il punto? Se il camminare non fosse un mezzo per raggiungere qualcosa ma un fine in sé, un atto filosofico tanto quanto le parole scritte sui libri?
L’arte di camminare: una storia antica

C’è una scena che attraversa i secoli: un uomo cammina lentamente sotto un porticato, circondato da giovani che lo ascoltano. Non è seduto su una cattedra, non tiene in mano libri o pergamene. Semplicemente cammina. E mentre cammina, pensa. O forse è il contrario: mentre pensa, cammina. Aristotele insegnava così, nel Peripato del suo Liceo ad Atene, e i suoi allievi vennero chiamati peripatetici – letteralmente “quelli che camminano intorno”.
Anche se è più probabile che il nome Peripato faccia riferimenti ai colonnati del ginnasio dove si riuniva la sua scuola, questa leggenda ha resistito proprio perché sembra esserci un legame reale e profondo tra il movimento dei piedi e quello della mente. Da allora le passeggiate all’aria aperta, in solitudine o in compagnia, sono sempre state presentate da intellettuali e filosofi come uno dei momenti più fecondi per l’attività filosofica, accanto, paradossalmente, allo studio, quello al chiuso, sui libri e sui testi impolverati.
Fu Jean-Jacques Rousseau, nel Settecento, uno dei primi a chiedersi perché camminare ci attira così tanto. Le sue Rêveries du promeneur solitaire – tradotte variamente come Le passeggiate del sognatore solitario o Le fantasticherie del passeggiatore solitario – sono il primo grande manifesto del camminare come pratica filosofica consapevole. Rousseau non camminava per andare da qualche parte. Camminava per essere, per sentire, per ritrovare un’armonia con la natura che la società gli negava.
Nelle sue pagine troviamo un uomo che vaga nei boschi intorno a Parigi, si perde nei suoi pensieri, si lascia cullare dal ritmo del passo. Il camminare diventa uno spazio dove meditazione e sogno si fondono, dove la mente smette di sforzarsi e semplicemente fluisce. Non è un caso che Rousseau descriva queste passeggiate come momenti di fusione con la natura, di ritorno a una dimensione originaria e innocente. Camminare è tornare a casa, non in un luogo geografico ma in uno stato d’animo.
Dall’altra parte dell’Atlantico, qualche decennio dopo, Henry David Thoreau portava questa intuizione ancora più lontano. Il suo Walking, pubblicato postumo nel 1863, è un inno appassionato alla libertà selvaggia. Per Thoreau camminare non è solo un piacere o una consolazione – è un atto di ribellione. La vita consiste di natura selvaggia, scriveva. La più viva è la più selvaggia.
Quattro ore al giorno, minimo: era questa la sua prescrizione. Non per mantenersi in forma, non per raggiungere una meta, ma per restare umani. Restare liberi. Uscire dalla vita meccanica della società industriale – che già allora lo disgustava – e ritrovare il contatto con qualcosa di più grande, più antico, più vero.
Thoreau vedeva nel camminare una forma di vagabondaggio sacro, un modo per sottrarsi alle logiche del profitto e della produttività. Chi cammina senza meta sfugge al controllo. Chi si perde nei boschi si ritrova. E questo lo sapevano anche i romantici europei – Wordsworth in Inghilterra, Kierkegaard in Danimarca. Quest’ultimo, in una lettera del 1847, scriveva: Soprattutto, non perdere la voglia di camminare. Camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno. I pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo.
Pensare…con i piedi
Ma cosa accade esattamente quando camminiamo? Rebecca Solnit, nella sua monumentale Storia del camminare, suggerisce una spiegazione affascinante. Camminare mette in sincronia mente, corpo e mondo. È un ritmo – circa tre miglia all’ora, poco meno di cinque chilometri – che permette di essere presenti senza essere sopraffatti. Troppo lenti e ci perdiamo nei pensieri, troppo veloci e il mondo diventa una sfocatura. Il passo umano è la velocità giusta per pensare.
Eppure oggi camminiamo sempre meno. Le città moderne non sono fatte per i pedoni ma per le automobili. Gli spazi pubblici si restringono, si privatizzano, si riempiono di telecamere e divieti. Camminare diventa pericoloso, scomodo, inefficiente. E così ci abituiamo a saltare da un interno all’altro – casa, macchina, ufficio, negozio – senza mai davvero attraversare lo spazio che li separa. Perdiamo il senso del tragitto, del passaggio, della transizione. Tutto diventa istantaneo, collegato ma non connesso.
Allora cosa fare? Tornare tutti a passeggiare quattro ore al giorno come Thoreau? Abbandonare le città e rifugiarci nei boschi come Rousseau? Probabilmente no. Ma forse possiamo chiederci: quando è stata l’ultima volta che ho camminato davvero? Non per andare da qualche parte, non come esercizio fisico, non ascoltando podcast o rispondendo a messaggi. Semplicemente camminato, mettendo un piede davanti all’altro, lasciando che la mente vagasse al ritmo del respiro e del mondo intorno.
Alla fine, camminare non risolve nulla. Non è la risposta ai problemi della modernità, non è una panacea universale, non ci trasformerà in filosofi illuminati. Ma è una pratica. Una pratica piccola, accessibile, antica che restituisce consapevolezza su chi siamo e cosa ci sta attorno. Un modo per dire: io ci sono, esisto in questo corpo, in questo spazio, in questo momento. Un modo per rallentare abbastanza da pensare, o per muoversi abbastanza da smettere di pensare troppo.
In un mondo che corre sempre più veloce, fermarsi è un lusso. Ma camminare – camminare piano, camminare con attenzione, camminare per il puro piacere del passo – è qualcosa di più. È resistenza. È libertà. È filosofia in movimento. È l’arte più antica e più sovversiva che abbiamo: l’arte di essere umani.