Prima di diventare l’autrice di Pachinko e American Hagwon, Min Jin Lee ha scritto anche contro una paura molto concreta: l’idea di non avere abbastanza tempo. Da adolescente le fu detto che, essendo portatrice cronica di epatite B, avrebbe avuto un rischio elevato di sviluppare un cancro al fegato in giovane età. Anni dopo, quella consapevolezza contribuì alla decisione di lasciare una strada professionale sicura e provare a scrivere il libro che sentiva di dover lasciare.
Il retroscena è tornato attuale con l’uscita anglofona di American Hagwon, pubblicato il 29 settembre 2026 e presentato come terzo tassello del grande ciclo narrativo di Lee sulla Corea e sulla diaspora coreana. Ma la storia personale dietro la sua carriera aiuta anche a rileggere Pachinko: non come un successo improvviso, ma come il risultato di decenni di ricerca, riscritture e rifiuti.

La diagnosi che cambiò il rapporto con il tempo
In una recente intervista al Guardian, Lee ha raccontato di aver vissuto a lungo con la convinzione che la malattia potesse arrivare presto. Non si trattava di una vaga paura esistenziale: era una previsione medica legata alla sua condizione di portatrice cronica di epatite B.
Questa percezione del tempo ha inciso sulle sue scelte. Dopo Yale e dopo un percorso da avvocata, Lee avrebbe potuto proteggere una carriera stabile. Invece ha scelto la via più fragile: scrivere, accettando incertezza economica, rifiuti editoriali e anni di lavoro senza garanzie.
La frase che sintetizza questa svolta è semplice e brutale: se doveva morire, prima voleva scrivere un libro. Non è una posa romantica sul mestiere dell’autrice. È il punto in cui la scrittura diventa una forma di urgenza, quasi un modo per costruire qualcosa che potesse durare più del corpo.
Pachinko non nacque come bestseller
Oggi Pachinko è uno dei romanzi più riconoscibili della narrativa contemporanea sulla diaspora coreana. È stato finalista al National Book Award, tradotto in molte lingue e adattato in una serie Apple TV+. Il punto meno visibile è che la sua costruzione fu lentissima.
Lee ha raccontato in più occasioni che l’idea originaria arrivò da una storia ascoltata da giovane: quella di un ragazzo coreano in Giappone spinto al suicidio dopo le umiliazioni subite a scuola. Da quel nucleo nacque una prima versione del progetto, ma il romanzo non trovò subito la forma giusta.
Nel podcast di American Masters di PBS, Lee ha ripercorso i molti anni necessari per arrivare a Pachinko. Il primo impulso risale alla fine degli anni Ottanta, mentre il libro sarebbe uscito soltanto nel 2017. In mezzo ci furono ricerche, versioni scartate, trasferimenti e una radicale revisione del punto di vista.
Perché riscrisse Pachinko da capo
Uno degli aspetti più interessanti del retroscena è che Lee non si limitò a insistere sulla prima versione. Dopo aver vissuto in Giappone e aver parlato con coreani residenti nel Paese, capì che il romanzo doveva cambiare. La storia non poteva restare un’argomentazione costruita da lontano: doveva diventare una saga familiare capace di attraversare generazioni, lavoro, vergogna, fede, discriminazione e desiderio di sopravvivere.
Questa scelta spiega perché Pachinko funzioni come romanzo corale. Il titolo non indica soltanto il gioco giapponese, ma anche un modello di destino: le vite dei personaggi sono spinte dentro un sistema in cui il caso, le regole sociali e la forza delle istituzioni pesano più delle intenzioni individuali.
In Italia il libro è arrivato con Piemme anche come La moglie coreana. La scheda dell’editore insiste proprio sul rapporto tra l’essere coreani nel Giappone del Novecento e la metafora del pachinko: una partita in cui la fortuna può ribaltare un sistema costruito per essere sfavorevole.
American Hagwon riapre il ciclo della diaspora
Il ritorno di Lee nel 2026 non è quindi un semplice nuovo romanzo dopo un successo globale. American Hagwon prosegue un progetto più ampio sulla Corea e sulla diaspora coreana. La presentazione di Grand Central Publishing lo descrive come un romanzo centrato sulle comunità che ruotano attorno alla famiglia Koh e sull’ossessione educativa coreana.
L’annuncio dell’editore sottolinea anche la continuità con Free Food for Millionaires e Pachinko. Non si tratta di una saga con gli stessi personaggi, ma di un ciclo tematico: famiglia, migrazione, classe, istruzione, fede, memoria storica e identità coreana fuori dalla Corea.
La pagina ufficiale di Min Jin Lee aggiunge un altro dato utile: l’autrice è già al lavoro su Marshall Plan, quarto romanzo del progetto, e su Name Recognition, un memoir. Il disegno complessivo appare quindi più simile a una lunga architettura narrativa che a una serie di uscite isolate.
Il legame con Han Kang e la memoria coreana
Il momento è favorevole anche perché la letteratura coreana continua ad avere una visibilità internazionale molto alta. Han Kang ha ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 2024 e nel 2026 è tornata nelle classifiche italiane anche con un libro per bambini. Su iCrewPlay Libri abbiamo raccontato perché La scatola delle lacrime ha raggiunto il podio tra i libri per ragazzi.
Lee e Han Kang sono autrici molto diverse per stile, struttura e ritmo, ma condividono un punto: riportano al centro ferite storiche spesso semplificate o ignorate fuori dalla Corea. Nel caso di Lee, la lente passa dalla famiglia e dalla diaspora. Nel caso di Han Kang, spesso dal corpo, dal trauma e dalla memoria politica.
Per questo la storia personale di Lee non va letta come semplice curiosità biografica. Spiega il tipo di urgenza che attraversa i suoi libri: scrivere prima che sia troppo tardi, ma anche scrivere abbastanza a lungo da correggere, ascoltare, ricominciare e rendere giustizia a vite rimaste ai margini della narrazione dominante.
Il retroscena che rende Pachinko ancora più forte
La forza di questa storia sta nel contrasto. Da una parte c’è una giovane donna convinta di avere davanti poco tempo. Dall’altra c’è un romanzo che richiederà quasi trent’anni per trovare la sua forma definitiva. Pachinko nasce quindi da un’urgenza, ma diventa grande proprio perché Lee non si accontenta della prima risposta.
Il risultato è un’opera in cui il tempo personale e il tempo storico si sovrappongono. La paura di non vivere abbastanza spinge l’autrice a cominciare; la pazienza della ricerca le permette di trasformare quel primo impulso in una saga capace di attraversare generazioni.
Il retroscena di Min Jin Lee, quindi, non riduce Pachinko a una storia di perseveranza individuale. Lo rende più leggibile nella sua tensione principale: cosa resta di una vita quando le forze della storia, della malattia, del razzismo o dell’esilio sembrano decidere in anticipo il destino di una persona?




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